Vorrei il pizzetto di Félix Fénéon

Vorrei il pizzetto di Félix Fénéon, o meglio, vorrei poter dire un giorno di aver fatto tante belle cose quante ne ha fatte questo tanto meraviglioso quanto semi-sconosciuto personaggio. Non solo esistere, ma con le mie azioni cambiare lo stato delle cose, favorire il progresso artistico, culturale e anche sociale del mio paese. Farlo senza la necessità di dover apparire: essere un po’ ovunque, ma difficile da riconscere.

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Liberi e Uguali? Si può

Il 3 dicembre 2017 il Presidente del Senato Piero Grasso ha battezzato la nascita del nuovo soggetto politico di sinistra che comprende al suo interno il Movimento Democratico e Progressista, Sinistra Italiana e Possibile. La nuova creatura ha un nome, Liberi e Uguali, il cui significato vale la pena analizzare un po’ più approfonditamente. Negli ultimi giorni, ho avuto modo di confrontarmi con alcuni amici negli ultimi giorni e ho notato che molte perplessità sono emerse sul nome in sé, giudicato banale o poco significativo del messaggio politico che la lista vuole portare avanti; altri invece hanno messo in dubbio il valore politico di questo nome, giudicando libertà e uguaglianza inconciliabili. Mi sento di ringraziare queste persone che mi hanno spinto a chiarire le idee e scrivere questo pensiero.

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Dalla parte del migrante – 2

In questi giorni in cui, dopo mesi, tra il bambino della Sierra Leone ritrovato solo al Brennero e l’intervento delle organizzazioni internazionali in Libia si è tornato a parlare di migranti, ho finito di leggere un libro, “Appunti per un naufragio” di Davide Enia. È un racconto autobiografico, di un uomo – palermitano – che è entrato in contatto con Lampedusa e ci si è tuffato, l’ha vissuta, ha raccolto informazioni e testimonianze, speso giudizi e riflessioni su quanto stia accadendo lì; ed è la storia di come questo gli abbia cambiato la vita.

Nel mare di parole sull’argomento, poche aiutano a capire la situazione come queste, pochissime portano così a pensare e a concludere che, almeno in parte, non ci stiamo capendo nulla. Assumiamo una prospettiva sbagliata, soprattutto chi è nella posizione di poter cambiare le cose.

È questo il motivo per cui sarebbe bello che un giorno non solo Macron, Kurz e la nuova leva di leader politici europei, il Governo italiano e quello libico, ma anche funzionari, diplomatici, burocrati, membri di commissioni e organizzazioni internazionali – gente che potrebbe alzare la mano o almeno spendere un briciolo di tempo in più sulla questione – arrivassero a leggere brani come questo:

Sai quando cominciai davvero a capire cosa stava succedendo, Davidù? Fu grazie a un curdo sbarcato sull’isola. […] Poteva avere una quarantina d’anni, era professore di qualche materia scientifica, chimica forse, non ricordo bene ‘sto particolare. Era venuto a bersi un caffè qui da noi. Ridevamo e scherzavamo, un po’ in inglese, un po’ in francese. A un certo punto il curdo ci raccontò una barzelletta. Ascoltarla fu come aprire gli occhi: nonostante tutto – il carcere in Libia, la traversata allucinante che aveva affrontato durata giorni e giorni, la famiglia abbandonata a casa – ecco, il fatto che ci stesse raccontando una barzelletta mi fece capire che queste persone non erano astrazioni o titoli di giornali, erano proprio esseri umani. So che può sembrare una forzatura, ma non lo è, credimi. So anche che non ci faccio una bella figura, ma ci è voluta una barzelletta per farmi realizzare che c’era un racconto tutto sbagliato su cosa stava accadendo. […]

Prima io ero portata a vedere soltanto il loro carico di sofferenza, i corpi smagriti, i lividi, le cicatrici, gli occhi impauriti. Guardavo queste persone da un piedistallo, capisci? Da una posizione per cui loro, proprio perché qui ricevono aiuto, sono e saranno sempre in difetto. E invece in quel momento, durante la barzelletta, iniziai a intuire la profondità delle storie di ogni singola persona transitata qui. Certo, mica potevo capire il dolore di quelle esperienze, ma avevo appena compreso che era ed è un errore gigantesco trattarli in maniera così ottusamente paternalista. C’è altro, oltre la disperazione. C’è la voglia di riscatto e di una vita migliore, ci sono le canzoni e i giochi, i desideri di alcuni cibi in particolare e la voglia di scherzare con gli altri. E comunque, la barzelletta è chista ccà. Un curdo muore e viene mandato all’Inferno. Lì passa il tempo a piangere. Arriva un angelo e gli chiede: “Curdo, perchè piangi?”. Il curdo risponde: “Non voglio stare qui”. L’angelo decide di intervenire: “Va bene, vieni con me”. E porta con sé il curdo in Paradiso. Lì, manco il tempo di sistemarsi e il curdo ricomincia a piangere, disperato, senza smetterla più. Si presenta allora il buon Dio in persona. “Curdo, perchè piangi?”, domanda. E il curdo risponde: “Non voglio stare qui”. E Dio gli dice: “Non va bene neanche il Paradiso? E dove vuoi andare?”. E il curdo risponde: “In Germania”.

Why we need men

With the Harvey Weinstein affair going on, social media has been flooded with the hashtag #metoo and #balancetonporc, used by women to speak up about their aggressors. It was meant for everyone to understand the extent of the sexual harassment.

It was hard to see. It was hard to see so much sufferance, and how many stories had been kept secret for so long. To see how difficult it is to speak up about this and how complicated it is for others to hear the stories. Sexual harassment calls for such deep wounds in one’s integrity that our society doesn’t have the keys to respond to it.

It was hard to see how many people did not realize the scale at which sexual harassment occurs; to see that most of these people were men. I still believe most of the men feel strongly about women’s rights, and support the fight; they think it’s terrible what women go through, and they firmly condemn the perpetrators, but how many of them will speak up about it? We need everyone to set the limits, not only women. We need a society capable of standing up against that latent sexism it is built on.

Nowadays, talking about “gender equality”, we hear a “women’s issue” and that feminism is a women’s thing. The only way it will change, is by making “gender equality” a universal fight, not only for women.

Jackson Katz said: “We talk about how many women were raped last year, not about how many men raped women last year. We talk about how many girls in a school district were harassed last year, not about how many boys harassed girls. […] So you can see how the use of the passive voice has a political effect. It shifts the focus off men and boys on to girls and women. Even the term ‘violence against women’ is problematic. It’s a passive construction; there’s no active agent in the sentence. It’s a bad thing that happens to women, but when you look at that term ‘violence against women’, nobody is doing it to them. Men aren’t even a part of it!”

This shows how our society sees gender inequality. Down to the way we speak about it, the women are discriminated. Words matter, they influence the way we think, the way we act and the way we see our society. Without taking into account the damage this can do to her, calling a girl a “slut” for the way she is dressed might be a joke, but a guy may not see it this way, and believe it: this is what needs to stop. We all need to question the norms and “jokes” we have been accepting for too long that lead to sexual abuse.

Everyone should be free of going wherever they want, at any time of the day or of the night without thinking about how they are dressed and how they look. No one should be catcalled and choose to walk 10 more minutes to avoid a gloomy path. Women should be able to wear skirts and dresses without getting suggestive looks from their co-workers all day. If we all start questioning this, men and women, it will change the way we see things: it’s a matter of respect, it’s a matter of the words we use and the way we talk, the jokes we say.

I strongly believe the only way to achieve this is to raise boys as feminists, to educate our kids about respect and about limits. Why would we teach our girls to be careful instead of educating boys about consent? Teaching boys and girls to be feminist gives them a sense of justice, empathy and strength, and helps them escape the “gender norms” they are pressured to fit into. It will make them feel comfortable with themselves and help them stand up for what’s right and call out their friends when a joke is going too far.

 

di Sidonie Meynial


Sin dal principio dello scandalo Weinstein i social media sono stati inondati dagli hastags #metoo e #balancetonporc, utilizzati da milioni di donne per raccontare dei loro aggressori. L’obiettivo è quello di far comprendere in maniera diffusa la grandezza del fenomeno delle molestie sessuali.

È difficile da vedere. È difficile comprendere così tanta sofferenza, e quante storie sono state tenute segrete per cosi tanto tempo; vedere quanto sia difficile parlare di ciò e quanto complicato sia per gli altri ascoltarle. Una molestia sessuale richiama ferite così profonde nell’integrità della persona che la nostra società non ha le chiavi per rispondere ad esse.

È difficile vedere quante persone non abbiano realizzato la portata di questo fenomeno: è difficile scoprire che tra tutte le persone che non lo comprendono, la maggior parte siano uomini. Non che io non creda che una buona parte degli uomini sia empatica nei confronti dei diritti delle donne, anzi credo che ne supporti la battaglia; gli uomini pensano che l’esperienza a cui molte donne vanno incontro sia terribile e condannano fermamente chi la commette, ma quanti di loro la denunceranno? Tutti devono stabilire un limite di sopportazione, non soltanto le donne. Serve una società capace di condannare il sessismo latente sul quale è costruita.

Oggi, quando si parla di uguaglianza di genere, sembra troppo spesso che il femminismo sia un problema soltanto delle donne. L’unica maniera per cambiare questa prospettiva è fare dell’uguaglianza di genere una battaglia universale, non soltanto delle donne.

Jackson Katz ha detto: “Si parla di quante donne sono state violentate lo scorso anno, non di quanti uomini le hanno assalite. Si parla di quante ragazze sono state molestate lo scorso anno in un distretto scolastico, non del numero di ragazzi che le hanno aggredite. […] Così si può vedere come l’utilizzo di una voce passiva abbia un effetto politico. Sposta i riflettori lontano dagli uomini e i ragazzi e li punta verso donne e ragazze. Anche il termine “violenza contro le donne” è un problema. È una costruzione passiva; non viene infatti specificato l’agente attivo nella proposizione. È un’esperienza terribile per le donne, ma quando si guarda a “violenza contro le donne” sembrerebbe che nessuno la stia commettendo nei loro confronti. Gli uomini non sono neanche lontanamente parte di tutto ciò!”

Questo racconta molto di come la nostra società guardi alla diseguaglianza di genere. Per quanto a fondo se ne possa parlare, le donne sono discriminate. Le parole contano, influenzano il modo in cui pensiamo, il modo in cui ci comportiamo e anche il modo in cui vediamo la nostra società. Infatti, senza prendere in considerazione quanto possa ferirla, chiamare una ragazza “puttana” per come si veste potrebbe passare per uno scherzo, ma qualche ragazzo potrebbe prendere la cosa sul serio e finire con il crederci: è questo che deve finire. Tutti noi dobbiamo riflettere sulle norme e sugli “scherzi” che abbiamo accettato per troppo tempo e che possono portare all’abuso sessuale.

Tutti dovremmo essere liberi di andare dove vogliamo, a qualsiasi ora del giorno o della notte, senza pensare a come sono vestiti o all’apparenza estetica. Nessuno dovrebbe essere messo in imbarazzo e scegliere di camminare dieci minuti in più per evitare una strada buia. Le donne dovrebbero avere il diritto di mettersi gonne e vestiti senza dover ricevere sguardi ammiccanti dai colleghi, tutto il giorno, ogni giorno. Se tutti iniziassimo a mettere in discussione questi atteggiamenti, sia uomini che donne, potremmo cambiare il modo in cui guardiamo alle cose: è una questione di rispetto, delle parole che utilizziamo e la maniera in cui parliamo.

Io credo fermamente che l’unico modo per ottenere questo risultato sia crescere i bambini come femministi, educarli al rispetto e, soprattutto, a riconoscere e rispettare i limiti. Perché dovremmo insegnare alle nostre figlie a stare attente piuttosto che educare i figli alla comprensione? Insegnando a ragazzi e ragazze ad essere femministi, si danno loro le basi per sviluppare un senso di giustizia, empatia e forza in grado di farli uscire dalle “norme di genere” che altrimenti si sentirebbero in dovere di rispettare. Li farà sentire bene con se stessi e li aiuterà a difendere i diritti e a rimproverare i loro amici quando uno scherzo andrà troppo in là.

 

Carcere Minorile Beccaria: la mia esperienza di volontario e un invito a partecipare

Martedì 7 novembre avranno luogo le selezioni di Bir per poter svolgere attività di volontariato presso l’I.P.M. (istituto penale minorile) Beccaria. Da due anni ho la fortuna di far parte del gruppo che ogni domenica e lunedì entra in carcere, da qualcuno di più dell’associazione la quale organizza anche campi  estivi (e invernali) di volontariato internazionale in Romania e Moldova.

Vado dritto al punto. All’interno dell’I.P.M. abbiamo a che fare con ragazzi la cui età varia fra i 14 e i 25 anni (secondo la legge 117 del 2014 chiunque sia stato condannato quando minorenne ha il privilegio di poter continuare a scontare la pena, anche una volta compiuti i 18 anni, all’interno del carcere minorile fino al compimento del 25esimo anno di età). L’attività che svolgiamo cambia a seconda del giorno di ingresso: domenica o lunedì.

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di Cataluña Libre, Post-nazioni, John Lennon e globalismo: date al Popolo quel che è del Popolo!

Non è facile esprimere un giudizio sulla vicenda catalana, come non è mai facile in generale raccogliere pensieri certi quando la volontà della popolazione si scontra con ragioni storiche o ci viene il dubbio che sia inebriata da discorsi demagogici. Così la difficoltà di giudicare univocamente nel merito le notizie da Barcellona e di lasciarmi convincere appieno dalle ragioni di una o dell’altra parte mi hanno infine portato a disinteressarmi della vicenda in sé e trasportare il dubbio dall’iniziale piano pratico a uno fortemente ideologico, scoprendo tra le risposte che mi sono dato soluzioni decisamente radicali ma potenzialmente applicabili. Al di là di ciò che si può pensare di Puidgemont, Rajoy e il referendum che ha spaccato l’opinione pubblica, la vicenda Catalana offre infatti un generoso spunto per svariate riflessioni “ideologiche” e potrebbe a mio avviso rappresentare la pietra miliare di una svolta storica.

Il tema dell’indipendenza può sembrare trascurabile ed astratto eppure è stato nei decenni passati fonte di persistenti disordini: essere assoggettati a un vessillo che non si percepisce come il proprio si è dimostrato un serio problema per moltissimi: una vera e propria forma di oppressione. Così dai Corsi ai Catalani, dai Baschi ai Gagauzi di Moldavia, dai Kurdi ai sud Tirolesi in tutto il mondo, in diversi decenni, centinaia di migliaia di persone hanno dimostrato, più o meno pacificamente, la loro riluttanza ad essere considerati parte dell’entità geopolitica a cui venivano associati.

Le costituzioni della stragrande maggioranza dei paesi non contemplano attualmente un iter tramite cui una regione possa dichiararsi indipendente dallo stato di cui fa parte, ed è molto difficile immaginarsi altrimenti per la natura stessa delle costituzioni: sono le leggi fondamentali e costituenti di un territorio unitario, lo stato, pensato per durare ed essere organizzato secondo le procedure stabilite dalla costituzione stessa, che non sarebbe più in vigore in un nuovo stato secessionista. Dunque parrebbe impossibile modificare gli attuali confini statali per vie legali a meno di un’improbabile intesa nazionale che porti a una modifica ad hoc della costituzione.

Quali scelte restano dunque ad un popolo che non si sente parte di uno stato entro cui si trova -per ragioni spesso prettamente storiche- confinato? Solamente l’accettazione passiva della propria condizione o “vari livelli di lotta”, ma tendenzialmente in questo caso è necessario (essere in grado di) vincere una vera e propria guerra contro lo stato centrale.

Ora, sperando che mi perdonerete per l’interminabile premessa, siamo giunti al punto centrale del ragionamento: è possibile che nel 2017, nel 3° millennio, nell’epoca in cui i robot sono in grado di montare telefoni e sganciare bombe nucleari, una guerra sia l’unica risposta a una forma di malcontento popolare? Fino a dove è doveroso difendere l’esistente ordine, in molti casi stabilito 50 anni fa da un gruppo di poche persone? È corretto che chi ha un’identità nazionale diversa da quella statale venga castrato da uno dei primi articoli della costituzione finchè non si dimostri militarmente forte a sufficienza da separarsene? Sarebbe a mio avviso salomonico che oggi finalmente si riuscisse a trovare una risposta migliore della violenza persino a un tema come l’indipendenza e la creazione di nuovi stati.

Raggiunto l’apice dell’astrattismo torniamo ora con i piedi per terra: quale potrebbe essere, se non la guerra, il criterio secondo cui ad alcuni popoli va riconosciuta e concessa pacificamente l’indipendenza (e ad altri no)? Ho sottoposto questa domanda a diversi amici ottenendo svariate risposte tutte interessanti ma tra queste solamente una mi ha pienamente convinto. Alcuni hanno sostenuto che solo ai popoli “oppressi” dovesse essere riconosciuta l’indipendenza dalla comunità internazionale, ma è evidente la difficoltà di definire quale popolo rientri in questa categoria e quale no e il conseguente paradosso se si considera l’imposizione di una bandiera in cui non ci si riconosce come oppressione. Altri hanno suggerito che debba restare la guerra l’unica via, sicché funga da deterrente per uno stravolgimento della situazione attuale che risulterebbe problematico. Altri ancora hanno suggerito che si analizzi pacificamente caso per caso e si cerchi un compromesso.

Io sono dell’idea che, per le ragioni fin qui elencate e vista “la scusa catalana” per discuterne sia arrivato il momento di difendere un principio nuovo, dirompente, che mi rendo perfettamente conto essere apparentemente coerente sul piano ideologico ma complicatissimo su quello pratico. Credo infatti che, a qualsiasi comunità sia in grado di esprimere tramite votazioni e manifestazioni partecipate la volontà di indipendenza e successivamente di organizzarsi e sostenere un referendum che dimostri che una maggioranza qualificata -sulla quale si potrebbe aprire un’altra interminabile discussione- delle persone che popolano quella comunità è d’accordo con la secessione, ciò debba essere concesso.

Il motivo è molto semplice: la “volontà della maggioranza” è il parametro a cui, caduti i sistemi ereditari (nonostante fossimo ben consapevoli fin dai tempi di Aristotele dei potenziali rischi legati alla demagogia) ci siamo sempre affidati per prendere decisioni riguardanti una collettività e dovrebbe iniziare ad essere applicato anche alla nascita degli stati.

Certo ciò creerebbe un mondo fatto di tantissime piccole comunità: un domani non solo la Catalogna o la Corsica ma persino il comune di Bolzano potrebbe sentirsi in diritto e dunque in dovere di dichiarare la propria indipendenza. Questo, che sembra un esito apocalittico potrebbe in realtà rivelarsi un domani un mondo pacifico e rispettoso: tante piccole comunità indipendenti potrebbero stringere l’una con l’altra dettagliati accordi, superando totalmente gli stati nazioni e persino la lenta e parziale federazione di questi all’intero dei continenti, costituendo entità complesse e dinamiche di ampiezza continentale o addirittura mondiale: delle “Post-Nazioni a più velocità”.

Le diverse velocità sarebbero infatti rappresentate dalle diverse profondità e dalla natura dei legami che legano una comunità autonoma ad un’altra, magari con alcuni livelli prefissati come anche indicato pochi giorni fa (anche se si riferiva ovviamente agli stati nazioni attualmente esistenti) dal presidente del consiglio Europeo Donald Tusk (esempio semplicistico: Livello di integrazione tra due comunità 1=solo libero scambio; Liv.2=libero scambio+libera circolazione; Liv.3=Liv2+politica fiscale in comune etc…)

Forse ora ho trovato una risposta al mio dubbio iniziale: Madrid dovrebbe lasciare ai catalani la possibilità di dimostrare con un referendum pacifico che la volontà di indipendenza è condivisa da tutti o quantomeno dai più e se lo sarà beh, benvenga senza rancore la Cataluña libre, la fine degli stati come li conosciamo e l’avvento delle post-nazioni europeiste o globaliste e federate!

Io sono il solito fantasioso speculatore ma se dividere per unire fosse poi una soluzione?

I hope someday you’ll join us and the world will be as one!

Milano che fatica: breve storia di uno come tanti

Quando sono arrivato Milano per la prima volta, circa tre anni fa, ho capito dove avrei passato parte del mio futuro. Una scelta condivisa da tanti, la mia, che permette alla grande parata dei migranti di sfoggiare una nuova majorette. Una goccia nel mare mare.

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Berlin ist arm, aber sexy

Sono arrivato a Berlino a fine giugno per un periodo di studio estivo, per avvicinarmi alla lingua tedesca, una lingua ostica e complicata, ma senza la quale è impensabile avere una piena e soddisfacente esperienza di vita in Germania. Infatti, nonostante in città si possa dialogare in inglese senza nessun problema, la conoscenza della lingua permette di comprendere alcuni aspetti della cultura tedesca, e nello specifico berlinese, che altrimenti verrebbero inesorabilmente persi. Non è stato certo questo il mio primo trascorso berlinese, ma per la prima volta ho deciso di lanciarmi solitario e per un periodo medio-lungo alla scoperta della città, con l’obiettivo di trasfromare le straordinarie sensazioni ed emozioni dei miei precedenti soggiorni in un’idea più ampia e matura dell’unicità di questa città piena di storia. Per rendere questa esperienza completa, però, un corso di lingua non è sufficiente; serve avere coraggio, lanciarsi, cercare di intercettare persone del luogo per scoprirne i segreti e le iniziative. Questo è quello che ho fatto.

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Siate come Ulisse!

Qualche anno fa mi fu chiesto di inaugurare l’anno scolastico a Crotone. Ero Rappresentate della Consulta Provinciale Studentesca, ricordo che l’evento fu allietato da un delizioso concerto del liceo musicale della città pitagorica. Per l’occasione venne messo a disposizione degli studenti musicisti il Duomo e fuorno invitate le massime cariche istituzionali locali e scolastiche, compreso il direttore regionale dell’Ufficio Scolastico.

Ero anche io studente e per il primo anno il discorso inaugurale non lo faceva una carica istituzionale, la preside del mio liceo firmò controvoglia un permesso per la giornata e accompagnato da un professore mi recai in Duomo per l’orazione. Pioveva, c’era vento, ero pronto per l’assemblea d’istituto che si sarebbe celebrata poche ore più tardi ma non sapevo cosa dire di politicamente corretto davanti ad un paio di preti, un vescovo e qualche autorità in vetrina. Pensavo fosse ingusto tenere gli altri studenti lontani dall’inaugurazione del nostro anno scolastico, provai a chiedere la presenza di qualche classe ma mi risposero che avevano già provveduto ad invitare qualche classe di altrettante scuole di ogni ordine e grado e che così era ormai deciso. Nonostante il rimorso di perdere l’assemblea d’istituto pensai a cosa dire a quella disinteressata platea di tromboni e m’impegnai a parlare comunque a chi la scuola la viveva ogni giorno.

Dopo i saluti di rito, scrissi due righe sul cellulare e quando arrivò il mio turno dissi le stesse cose che ora voglio dire a chi in questi giorni ritorna nelle classi.

“Cari tutti,
da tempo sentiamo parlare di buona scuola, anzi in questi giorni noi rappresentanti siamo chiamati dal governo a partecipare alla consultazione online sulla riforma promossa dalla presidenza del consiglio dei ministri
(era il 2014, ndr.). Sappiate che noi studenti un’idea su cosa e come debba essere la scuola ce l’abbiamo sempre avuta! La buona scuola che noi pretendiamo è una scuola sicura che non sia deficitaria nelle strutture, una scuola senza barriere architettoniche e accessibile a tutti, una scuola pubblica che garantisca senza distinzioni il diritto allo studio a prescindere dalle condizioni economiche, sociale e culturali dei suoi studenti, una scuola per chi è nato in Italia e per chi viene da altre terre, una scuola per i cristiani, i musulmani rispettosa di ogni religione ed etnia, perché la diversità è ricchezza, una scuola che non faccia nessuna discriminazione neppure diretta all’orientamento sessuale di chi la frequenta, una scuola vicina al mondo del lavoro e ai lavoratori, diversa da quella dell’alternanza scuola-lavoro che ci viene proposta in questi giorni (era il 2014 ma è cambiato poco, ndr), una scuola che non lasci da parte la storia dell’arte, la cura del fisico e che non trascuri la digitalizzazione e l’informatizzazione, una scuola che faccia prevenzione in favore della salute pubblica, una scuola che parli di educazione sessuale in aula, una scuola in grado di gratificare insegnanti e studenti, una scuola che sappia superare la rigidità delle lezioni frontali e che faccia dei suoi studenti i principali protagonisti e i veri destinatari del messaggio formativo e culturale che solo la scuola pubblica sa dare. Concludendo cito Dante: “Fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza”. In questi versi del XXVI canto dell’Inferno Ulisse si rivolge ai suoi compagni, ribadendo che l’uomo non è stato concepito per rimanere impantanato nella palude dell’ignoranza come le bestie, ma per elevarsi nell’olimpo del sapere e della nobiltà d’animo. Ulisse era intenzionato ad  attraversare le colonne d’Ercole,  solcando i mari oltre lo stretto di Gibilterra, che a quel tempo nessuno ancora aveva visto. Attraversare quello stretto significava oltrepassare il limite estremo del mondo conosciuto, molto di più di un limite geografico, bensì un vero e proprio limite conoscitivo. Oltre le colonne c’è la speranza di terre migliori, la stessa che una buona scuola dovrebbe coltivare affrontando la dispersione scolastica per esempio, che è ancora oggi una piaga che indebolisce notevolmente l’istruzione pubblica.
Siate ostinati, andate oltre, perseverate nelle difficoltà e non lasciatevi sopraffare dalle intemperie, solcate il mare all’insaputa del cielo, fate come Ulisse: non accontentavi di quello che già conoscete, vogliate sempre di più, aspirate al massimo e pretendetelo!
Buon anno scolastico a tutti!”

PS: Alla fine di sto pippone, che aveva quasi fatto drizzare i capelli al preside di un istituto cattolico paritario che era presente tra il pubblico, mi sarei aspettato un richiamo da parte del professore coordinatore della Consulta, invece quei tromboni si alzarano per applaudire perché dietro intanto gli studenti presenti li avevano anticipati. Un giornalista poi mi chiese cosa mi aspettassi personalmente dalla scuola, risposi la riduzione delle disuguaglianze e la possibilità di riscatto delle fasce più deboli perché a scuola siamo tutti uguali. Non sono sicuro avesse capito il senso della risposta ma fu l’inizio di un bellissimo anno.
Buon anno scolastico anche a tutti voi!

Nighthawks

In the loneliness of a gloomy night,

men and women sit by themselves.

They are close, but they don’t talk

darkened in their souls

wicked in their mind.

 

Not even the spiritous inebriation

relieves those hearts full of pain

from their fear of the mishmash of the world.

 

The nighthawks wander fearful

walking up and down

they pass by the life,

they would like to hold on to it,

they howl busting into tears of despair.

 

But the harshness of the human nature

can’t stand their whimsy,

and flush them in the non-existence.