4 Marzo: tra scottature, crisi di oggi e sfide del domani

Quella che emerge all’alba del 5 marzo è l’immagine di un’Italia uscita da una tornata elettorale scottante per molti e sotto molti punti di vista.

Scottante, innanzitutto, per chi credeva che il Movimento 5 Stelle, l’entità anti-establishment per eccellenza, rappresentasse un fenomeno transitorio e fortemente indebolito dai recenti scandali sui rimborsi e dall’uscita di scena del padre-fondatore Beppe Grillo. Ebbene, la forza pentastellata si è confermata destinata a rimanere ancora a lungo nel panorama politico italiano. La diplomatica conduzione targata Di Maio ha tutt’altro che sfavorito il Movimento, che oggi incassa più del 32% dei consensi (con ben 2 milioni di nuovi voti rispetto alle elezioni del 2013) e forte della posizione di primo partito si annuncia pronto a prendere le redini dello Stato che fino a oggi gli erano concesse, anche se a fortune alterne, solo a livello locale. Continue reading “4 Marzo: tra scottature, crisi di oggi e sfide del domani”

Il tutto in frammenti

Al di là della moltitudine di atomi e cellule che ci compongono, alla divisione anatomica del nostro corpo e alla moltitudine dei processi neurobiologici; oltre al nostro stesso io e al calderone di pulsioni e desideri che dietro ad esso si cela, cos’è che permette a ciascuno di cogliere se stesso come soggetto unico della propria individualità? Cosa porta a percepirsi in una qualche posizione nello spazio divenuto macroscopicamente e microscopicamente sconfinato? Cosa lega più o meno saldamente l’infinità di istanti nel flusso delle nostre esperienze? Cosa ci porta, implicitamente o esplicitamente, a riconoscere l’essere di ciò che è altro da noi, distinguerlo dal nostro stesso essere e riconoscere, infine, che ciò che vi è di comune fra noi e il tutto è proprio il fatto di essere? Noi, le altre cose e il Tutto. Sono questi i protagonisti della riflessione strutturalmente legata allo sviluppo della nostra individualità, della nostra civiltà e della nostra stessa umanità. A questi vi si deve aggiungere il Nulla, richiamato inevitabilmente dall’inquietante idea dell’antitesi del Tutto. Sono riflessioni la cui voce resta spesso strozzata da una quotidianità sempre più colma di impegni impellenti e facili distrazioni.

Ricordo l’occhio cinico, tipico di molti adolescenti, con cui giudicavamo la nostra professoressa di lettere classiche quando diceva che la visione di Atena da parte di Achille, non fu una semplice costruzione mitica, ma rifletteva una percezione della realtà differente che col tempo è andata perduta. Odiava la parola “progresso”, vulgata della società contemporanea che non si rende conto di essere piombata nell’età del ferro decadendo da una beata età dell’oro.La guardavamo come una vecchia saggia, polverosa e obsoleta, nostalgica di un mondo che non esiste più e che forse non è mai neanche esistito;tutti proiettati nell’ormai prossimo inserimento nell’ambiente sociale e lavorativo; consapevoli che quei momenti di futili problematizzazioni sarebbero stati accantonati di lì a poco per dare spazio al più utile studio tecnico di una facoltà di medicina o di una prestigiosa università di economia. Ma se avessimo provato ad astrarre quei contenuti dalla conversazione fra cattedra e banco, dalle mura dell’aula e dall’edificio scolastico, forse, ci saremmo resi conto che, al di là della nostra disincantata visione del mondo, si presenta un sentiero,tortuoso e forse senza fine,il cui percorso spande una luce che squarcia il buio della realtà.
Da quell’ancestrale senso di thauma, di paura e inquietudine, generato dall’immensità del Chàos che ci si pone prepotentemente dinanzi, mescolando la molteplicità delle cose e dei fenomeni e opponendosi alla nostra piena comprensione, la filosofia prende la parola per volgersi con meraviglia verso il Tutto e ordinarlo nel Kosmos di cui noi e tutto il resto siamo parte. La radice della parola physis, natura, da cui deriva la nostra “fisica”, rimanda a due significati: “essere” e “luce”. Quest’ultimo termine (phaos) è strettamente legato anche al significato etimologico di sophia: la philosophia che indaga la physis vuole portare alla luce la verità dell’Essere inteso come Tutto. Ed è proprio questo Tutto ed il nostro essere al suo interno che caratterizzano la riflessione di gran parte della cultura greca; è il terrore verso il suo contrario,il Nulla, a spingere l’eroe omerico a rischiare la vita per ottenere la gloria che lo possa salvare dalla morte e dall’oblio. In questo senso l’indagine sul Tutto e sul Nulla, sull’Essere e sul non-Essere, assume un carattere esistenziale: che rapporto c’è fra la nostra precaria esistenza, in un mondo soggetto ad un perpetuo divenire, dove ogni cosa nasce dal nulla e torna nel nulla, e il Tutto ordinato che racchiude in se questo mondo con i suoi fenomeni? Al di là delle grandi differenze che distinguono ogni dottrina, la filosofia antica manterrà costantemente come nucleo centrale il Tutto. 
Cosa è rimasto di questo Tutto? Oggi è sempre più difficile cercare la risposta; anzi, è sempre più difficile porsi la domanda. La moltiplicazione e la tecnicizzazione dei saperi ha sezionato lo studio dell’essere in un’infinità di discipline sempre più specifiche e monotematiche; i nuovi mezzi di comunicazione hanno accelerato il divenire con un flusso torrenziale di informazioni; la società dei consumi ha riempito la nostra esistenza di merci che nascono e muoiono repentinamente; la scienza procede inarrestabile nella sua minuziosa descrizione di ogni dettaglio, circoscrivendo e separando ciascun punto dell’universo. Il Tutto si presenta come un infinità di frammenti divisi e distinti. Il nostro stesso essere è confuso, dilaniato fra corpo e mente, fra razionalità e pulsioni, fra interno ed esterno: ha perso i contatti con il Tutto. Non trova dialogo con quei frammenti isolati e privi di senso; naufrago in un mare di solida materia dove la zattera della filosofia non riesce a navigare. All’essere indistinto di tutte le cose che trovavano la loro determinazione nel Tutto abbiamo sostituito un essere distinto di ogni cosa che oltre sé rimane indistinto: cosa è rimasto al di là di ogni oggetto? Il Nulla. Quel “solido nulla” dello Zibaldone che ha preso il posto di quel fluido Tutto che tutte le cose riuniva in sé.

Le scienze moderne hanno ottenuto il monopolio del sapere e della verità: tutto ciò che non passa il vaglio dei suoi rigidi criteri dimostrativi non merita di essere preso troppo sul serio. Questo dogmatismo va a creare una lacuna nella piena compressione delle cose e dei fenomeni, dal momento che l’indagine scientifica si limita ad un fine descrittivo e alla ricerca della sola causa materiale, tralasciando,quindi, le altre cause aristoteliche (formale, finale ed efficiente) che ci porterebbero a cogliere l’essenza e il fine di ogni oggetto in esame producendo,dunque, una conoscenza più piena(epistème). L’atteggiamento che ne deriva è quello di un freddo materialismo, ben diverso da quello che caratterizzava alcune dottrine antiche. Per l’atomismo e lo stoicismo, lo studio della fisica si proponeva di trovare la radice comune di ogni corporeità e di cogliere, dunque, il senso dell’essere nel mondo fisico e il ruolo dell’essere umano e del suo agire al suo interno. Quello di oggi è un materialismo che si potrebbe indicare come “passivo”: un materialismo che non pone domande, che osserva e cataloga, come per inerzia, tutto ciò che gli si presenta davanti senza aspettarsi alcuna risposta che vada oltre il to òti (il che) e trascurando fortemente il to diòti (il perché). E’ un materialismo quasi inconsapevole, che non si rende conto degli effetti che provoca sulle riflessioni esistenziali. E in cuor mio sono convinto che qualunque individuo, che si presenti come materialista in questo senso moderno, e che continui a condurre con grande serenità la propria vita, o non si rende conto, per distrazione o superficialità, dell’orrore del nulla che va professando o conserva,inconsapevolmente, una grande fede in qualcosa tale che, se riuscisse a coglierla scavando dentro se stesso, lo porterebbe a non definirsi poi così materialista.
Le neuroscienze riducono l’essere umano al suo sistema nervoso. L’Essere in questa visione sembrerebbe più qualcosa che ci appartiene come possesso, dal momento che nessuno riuscirebbe effettivamente a individuare se stesso con le proprie parti corporee: noi “abbiamo un cervello” non “siamo un cervello”. In questo senso potremmo dire che per le neuroscienze noi possediamo il nostro Essere ma non siamo il nostro Essere. Siamo separati dai noi stessi, non in senso sostanziale,perché sicuramente il nostro corpo è parte di noi, ma nella misura in cui difficilmente ci percepiamo effettivamente come un insieme di organi e cellule tangibili e separabili.
Dunque, anche l’indagine scientifica del fenomeno “essere umano” si riduce ad una spiegazione delle cause materiali che, per certi versi, “vorrebbe dire non essere in grado di distinguere che altro è la vera causa, altro è ciò senza cui la causa non potrebbe mai essere causa” come farebbe ripetere Platone a Socrate.
Per quanto riguarda la politica, l’individuo tende a distanziarsene sempre di più. La preoccupazione principale è conservare e allargare il più possibile le proprie libertà individuali a discapito della diretta partecipazione al potere politico. Si tratta di quella libertà “negativa”, tipica del liberalismo, che spinge inesorabilmente all’individualismo e al solipsismo che caratterizzano la società contemporanea. Anche qui la distanza dai Greci è fortemente marcata. Per il cittadino greco la libertà consisteva proprio nell’essere parte del corpo politico e ancora, dunque, nel sentirsi come unità di un tutto individuato politicamente con lo stato della polis.
La tendenza è sempre volta al distacco, alla separazione, alla frammentazione, all’individualizzazione, allo smarrimento nel molteplice, al bisogno di distrazione e infine al consumo.
La sessualità, dall’oscura prigionia delle coercizioni e dei tabù, è stata portata alla luce, non per essere lasciata libera nella sua spontanea naturalezza, ma per essere messa al guinzaglio ed esposta alla fiera del mercato di massa, suddivisa, impacchettata ed etichettata per attrarre il maggior numero di soggettività sessuali possibili.
La caverna si è espansa. Colma di oggetti di desiderio da consumare in ogni istante, continuamente rimpiazzati da altri, che si mostrano differenti, ma che offrono lo stesso mediocre appagamento, lasciando sempre un po’ di spazio vuoto e portandoci,assuefatti, a volerne sempre di nuovi, di diversi, nel disperato tentativo di colmare quella strutturale mancanza che ha suscitato le prime riflessioni e che ci è propria indissolubilmente in quanto esseri separati dal Tutto;mancanti proprio rispetto a quello stesso Tutto. Uscirne sembra impossibile.
Dunque, come reagire a quella problematica esistenziale sul rapporto fra il nostro essere e tutto il resto? La risposta è nell’immersione più totale e alienante in questo “solido nulla” che ci siamo lasciati intorno. Sopprimiamo il più possibile la questione. Lasciamoci sopraffare dalla competizione del mercato del lavoro, il tempo stringe non possiamo farci scavalcare. Nel tempo libero abbandoniamoci al divertissement per distrarci dal nichilismo in cui ci siamo relegati. Il mondo oggi permette di balzare da un posticcio di desiderio all’altro in men che non si dica,producendo e vendendo senza sosta. Ingozziamoci di piaceri istantanei. Attacchiamoci alle altre persone per rimanere soli il meno possibile. Raccontiamoci di essere felici senza chiederci nemmeno cosa voglia dire. Dimentichiamoci della nostra esistenza.
E se per ,qualche ragione, dovessimo iniziare vedere le cose da un’altra prospettiva, renderci conto dell’automatismo delle nostre azioni, della vanità dei nostri progetti, della fragilità delle nostre certezze, senza riuscire ad immergercisi nuovamente come se nulla fosse, e ormai troppo distanti dalla ricerca di quel Tutto che conferisce armonia e significato a ciascuna cosa, allora saremmo pronti a colpevolizzare la nostra psiche irrequieta sul lettino di uno psicologo o i nostri nervi malati imboccando una pillola prescrittaci da uno psichiatra.

Accontentiamoci, vedrete saremo felici! (E loro, grati)

Esiste un orologio -l’apoteosi del kitsch, pessimo gusto con lancette- che vale più di 20 milioni di euro. “Chopard 201”, ha pure un nome antipatico. Scusatemi ho detto “vale”, colpa dell’abitudine.

Costa più di venti milioni di euro.

Eppure non vale nulla.

Non vale nulla come gran parte delle cose che si possono comprare.

Nulla, come ciò che passiamo ad inseguire per tutta la vita.

Dove sta allora  il valore se non nell’oro, nei diamanti, nell’esclusività e la scarsità di un meccanismo creato in un numero limitatissimo di copie proprio per noi?

Torniamo indietro, aggiungiamo una breve premessa: è importante che vi racconti come sono arrivato a porvi questa domanda.

Sono sempre stato fautore di una radicale messa in discussione di quel sistema che crea bisogni tramite un’offerta di beni esorbitante e la commercializzazione al solo fine di soddisfarli. Però non ne voglio fare una colpa agli individui. Non voglio insegnare nulla a nessuno, né colpevolizzare chi sceglie di dedicare le proprie attenzioni, il proprio tempo e il proprio denaro a possedimenti materiali. Credo che si sia arrivati a questo punto perché era naturale che le cose si sviluppassero così, vista la natura tendenzialmente individualista dell’uomo e la sua sete implacabile di “possedere” ed affermarsi tramite l’ostentazione. Sono convinto che sia il sistema, “la Struttura” a dover essere osteggiata e combattuta con la sottile lama dell’utopia, non le singole persone che ne seguono -spesso acriticamente- l’impetuosa ed inarrestabile corrente.

Accade infatti che la Struttura di cui parlavamo si riveli essere il motore immobile che, senza volerlo, genera, con la velocità e la potenza distruttiva delle esplosioni, continue ingiustizie, odio, guerre e disuguaglianze insopportabili.  Vivono, spesso a pochi chilometri di distanza, alcuni che comprano orologi da 20 milioni di euro e altri che si devono preoccupare di trovare abbastanza cartone per isolare il proprio giaciglio sotto le stelle dal vapore che sbuffa dalle metropolitane. Quel vapore che corrode le ossa e fa svegliare tutti bagnati e puzzolenti, ma per dio l’alternativa è morire di freddo! E scagionando gli individui, non resta nemmeno qualcuno da incolpare: prendersela “col sistema” è come sparare contro il vento, gli anni passano e la situazione non fa che peggiorare. Quasi tutti coloro che mi circondano paiono dividersi, sventolando come bandiere gonfiate dalle promesse dei politici, tra coloro che se la prendono l’uno con gli altri “è colpa degli immigrati”, “siete tutti ladri”, “è l’unione europea che ci ruba i soldi” e coloro che semplicemente si disinteressano, guardano altrove, curando al meglio il giardino del loro ego, senza mai preoccuparsi di ciò che sta al di là della staccionata. Senza un nemico e senza un esercito dunque pare proprio non esistere alcuna misura correttiva efficace. Guardare ai dolori del mondo tramite queste lenti porta a conclusioni dolorose, veramente siamo inermi! Non ci resta che andare avanti a lottare invano o arrenderci anche noi. Eppure la pace, l’amore, il rispetto (persino l’uguaglianza!) seppur dormienti mi sembrano trovare posto in ognuno di voi: di questo trovo continue conferme in fondo agli occhi e alle parole di chi sceglie anche occasionalmente di affrontare l’argomento. E dunque: lottare invano, non possiamo solo sventolare una bandiera bianca davanti all’irreversibilità del male.

Per una volta però tralasciamo le armi taglienti della politica vorrei, senza pretese, spingervi a riflettere su quella sovrastruttura, presente o latente in ognuno di noi da cui tutto il sistema deriva.

Vivremmo infatti in un posto migliore se tutti sapessimo cosa davvero ci rende felici. Se tutti avessimo ben presente da cosa tutti traiamo le vere soddisfazioni. È un esercizio utile oltre che divertente a questo proposito chiederci “a cosa mi dedicherei se mi rimanessero gli ultimi 2 giorni su questa terra?”. Non ho alcun dubbio che nessuno andrebbe di corsa da un gioielliere a chiedergli di procurargli un orologio d’oro in cui potersi specchiare mentre le lancette rintoccano l’avvicinarsi dell’ora fatale. Non credo proprio che qualcuno si precipiterebbe al centro commerciale, passando le sue ultime ore a provare vestiti che nessuno vedrà se non gli abitanti viscidi del terriccio di un cimitero. Nessuno, mi auguro, andrebbe dal proprio capo a supplicarlo di dargli una promozione così da potersi poi crogiolare del proprio status di financial manager, perché tutti sappiamo che non esistono gerarchie nell’eternità. Che cosa faremmo dunque, tutti noi nelle ultime ore? Beh è difficile dare una risposta univoca. L’amante innamorato chiederà di poter fare l’amore finché il corpo glielo consente, la giovane energica vorrà ballare tutta la notte perdendosi nel ritmo e nei fumi dell’alcol, il padre premuroso vorrà poter ammirare finché la vista non si offusca il sorriso che solca le labbra del figlio, il professore rapito vorrebbe godere per un’ultima volta dei brividi che gli procurano i versi di Leopardi, il filantropo vorrà assicurarsi di poter migliorare ancora un’ultima vita….

Ma questo stesso discorso non varrebbe più se i giorni che ci mancano da due diventassero 10? E se da 10 diventassero 100, 1000, una vita? Perché allora sprechiamo le nostre giornate e le nostre energie inseguendo falsi miti? Perché siamo così ossessionati dal dover studiare e lavorare tutta la vita giorno e notte per poterci comprare la quantità maggiore possibile di cose che non ci servono? Perché navighiamo nel mare tempestoso della meritocrazia, facendoci trascinare dalla logica dell’eccellenza, intristendoci quando non arriviamo e gioendo quando, dopo ore passate a spezzarci la schiena, otteniamo la facoltà di essere qualcuno che in realtà potremmo anche non essere, e saremmo felici uguali?

Non ci da forse di più far l’amore, ballare, leggere un libro, aiutare gli altri in difficoltà rispetto a mettersi continuamente i piedi in testa, competere, eccellere, produrre, odiarsi per poi potere magari un domani acquistare un Chopard e mostrarlo agli altri?

Non è un invito alla nullafacenza, ma al ripensare drasticamente i nostri obiettivi. Non nulla -ma solo poco- di quel che si compra è più che un breve sogno che si rivela totalmente privo di valore qualche secondo dopo che lo possediamo. E allora siamo sicuri che “essere ricchi” debba essere il nostro obiettivo? Siamo sicuri che davvero ci interessi fare le migliori università con il massimo dello sforzo per poi accedere a una “carriera di successo”? Certo la risposta è personale ma io non ho dubbi che se tutti mettessero in discussione quelli che ci vengono costantemente venduti come parametri supremi ed indiscutibili per valutare il grado di soddisfazione della nostra vita molti cercherebbero altrove. Insomma dove diavolo corriamo per tutta la vita? Fermiamoci. Pensiamoci. Abbracciamoci. Impariamo ad accontentarci! Chiediamoci davvero di cosa abbiamo bisogno e tralasciamo il resto: certo che avremo meno denaro! Eppure saremo ricchissimi di tempo e di energie da dedicare a quelle cose che veramente hanno un valore e domani, guardando indietro, potremo davvero dire di aver vissuto a pieno. Non avremo avuto l’orologio d’oro ma avremo deciso noi per cosa vivere e non i giudizi altrui né dei cartelloni pubblicitari. E se lo facessimo tutti avremmo avuto anche il trionfo dell’empatia e della pace, il trionfo della solidarietà.

Il prezzo da pagare è essere felici. La rivoluzione una vita alla volta, si parte da noi. E se fosse così che cambia il mondo?

“Una finestra illuminata in una notte buia” – Sospendere il tempo nella fugacità di un bacio

Inestirpabile pessimismo o semplice ineffabilità della natura umana? Dire dell’Amore è ambizioso tanto quanto poteva esserlo presupporre di riuscire a risolvere l’enigma della Sfinge; ma che l’indecifrabile trisillabo non venga un giorno finalmente esplicitato da qualcuno (non da me e non adesso, a buon intendersi) in una forma che sia chiara, intellegibile e trasparentemente univoca al tempo stesso, non è da escludersi, tanto quanto l’impossibilità dell’enigma della Sfinge, alla fine rivelatosi non al di là della portata di un intelletto umano (quello di Edipo per i meno classicisti).

La vita: il nulla senza l’Amore. Pessimistico. La vita: ineffabile tanto quanto l’Amore. Arrendevole. Ricominciamo.
Proviamo a dire della vita tanto per iniziare, e una definizione dell’Amore ne seguirà quasi per inerzia.
E se la vita non fosse null’altro che il susseguirsi perpetuo di giorni che scorrono accavallandosi l’un sull’altro, convergendo poi, a distanzi di anni, nella nostra memoria, in una sfumatura grigia e omogenea? Il tutto nell’ottimistica prospettiva di vivere abbastanza a lungo da essere in grado di guardarsi indietro e attingerne frammenti di ciò che è stato. Quando invece la vita sarà giunta al termine e “non saremo” più, quando ci saremo spenti una volta per tutte, cosa ne sarà stato della nostra esistenza, del nostro esserci, se non un arricciarsi di ore che si distesero in giorni, prolungarono in anni, e spensero in un attimo?

Respingiamo questa pessimistica visione perché non vogliamo che così sia, non possiamo accettare che la (nostra) vita vada configurandosi come il mero succedersi di ore, la cui corsa non potrà che arrestarsi con la morte nostra o altrui.

Ma possiamo sempre provare ad annichilire le supposte domande avanzando un’ipotesi: la vita che coincide con l’Amore, il vivere che si traduce in amare, e solo in tale azione si codifica come tale, “prende vita”.
Se avvalorassimo questa ipotesi, ecco che allora la nostra esistenza non verrebbe più a identificarsi con un susseguirsi indistinto di momenti affusolati e nullificati in un passato omogeneo, ma piuttosto con un archivio di ricordi da conservare preziosamente, ognuno dei quali denso di luce, sprigionata ogni qualvolta venga ripescato nella nostra memoria, la quale li ha catalogati tutti, uno per uno, minuziosamente, come un efficiente bibliotecario. Non un incespicare in giorni indistinti, ma un respirare emozioni pure, che hanno riempito e addensato il nostro breve transito su questa terra.

Supporre che la vita si configuri come tale solo nell’amore, con l’amore e per amare, è un appello che non intende ridursi ad un’apologia qualunquista dell’altruismo e dell’uguaglianza fraterna. Tutt’altro. Mi riferisco qui esplicitamente all’amore di un uomo per una donna, di un uomo per un uomo, di una donna per una donna e di una donna per un uomo (non essendo ancora nelle condizioni per avere voce in capitolo riguardo l’investimento affettivo di un padre o di una madre per suo figlio). Limitiamoci allora all’amore di due innamorati.

Ineffabile, forse appunto strutturalmente iscritto in quanto tale nella natura dell’uomo, è il sentimento dell’amore. Indicibile per il semplice fatto che dirne significherebbe ingabbiarlo in parole di questo mondo, in sillabe universalmente note, cosa impossibile per chi provi o abbia provato almeno una volta l’amore. Non c’è niente da fare, descrivere l’evolversi del muscolo cardiaco in un Cuore imbottito dell’affetto più potente che ci sia è, a mio avviso, la sfida più difficile per l’uomo, ed è forse proprio questo il motivo per cui se ne è provato a dire tanto e non ci si arrende ancora in merito. L’amore è un sentimento totalmente non codificabile: è il punto in cui si annulla l’io e si incontra l’Altro, il momento di sintesi per eccellenza tra due anime, che si sfiorano in una danza inebriante e slegata da ogni tempo e luogo. Quando provi l’amore, quando sei con la persona che ami, tutto il resto assume l’indeterminatezza di un fondale teatrale, niente ti tange e nulla di ciò che c’è fuori sembra avere la forza di scalfire l’abbraccio di quelle due anime.
Quando un’altra anima tange la mia, ne scaturisce una scintilla che si libera nell’universo, una forza potente e indistruttibile (o almeno tale agli occhi dei due innamorati). È in questo affiancamento che va individuato il momento di massima intimità tra due esseri umani (non nel sesso), nella fiduciosa e consapevole consegna del proprio cuore nelle mani dell’altro. È un po’ come aprire la porta di casa nostra a uno sconosciuto, con la differenza che l’uscio del nostro cuore non viene varcato tanto spesso e da tante (anche poco intime) persone come invece avviene nell’accogliere gente in casa. Lo “sconosciuto” (perché non può ancora dirsi diversamente di qualcuno che ha appena messo piede nei meandri della mia persona) ha adesso accesso a tutto ciò che possediamo (a livello cognitivo- emozionale qualora la porta che si decide di aprire sia quella del cuore): può fermarsi in anticamera e dopo poco retrocedere richiudendosi la porta alle spalle, forse per paura, forse per codardia; può decidere di entrare e fare un gran casino, sconvolgerci tutti e poi scappare via, lasciandoci soli e in soqquadro; può decidere di muoversi a passi felpati lasciando tutto ciò che vede immacolato, senza soffiare via nemmeno un granello di polvere laddove dovesse scorgerne. Senza fare domande o pretendere risposte. O ancora, può decidere di esplorarlo con cautela questo nostro cuore del quale gli sono state consegnate le chiavi, senza presunzione o timore, ma con semplice curiosità e voglia di scoprirne. E piano piano prende vita un dialogo con l’abitante di quel luogo, uno scambio di batture sincere e confidenziali; ed ecco che siamo seduti sul suo divano, in soggiorno, senza scarpe e con i piedi sul cuscino. Ed ecco che lo amiamo quel posticino, abbiamo finalmente trovato il nostro “angolo di Paradiso”.

E chiunque l’abbia mai provato l’amore (non chi sostenga di averlo sperimentato senza che nulla di tutto ciò lo abbia mai condizionato) non potrà che convenirne che è la forza più potente che ci sia, la più bella sensazione dell’universo, quando non si vorrebbe fare niente altro che starsene lì immobili, in un abbraccio non di corpi ma di anime, di essenza, di ciò che davvero siamo e non solo quello che appariamo agli altri.
D’altronde chi ci conosce davvero, o meglio, chi pensiamo ci conosca davvero se non la persona nelle mani della quale abbiamo deciso di consegnarci? (Che sia una consegna reciproca però, e non unilaterale, che altrimenti niente di sincero potrà mai nascerne). Chiunque di noi, seppur molti tentino di dissimularlo in tutti i modi possibili, non è del tutto sé stesso in compagnia di amici, familiari e colleghi. Per quanto “migliori” amici si possa essere con qualcuno, ci “è concesso” di disvelare la nostra anima ad una persona sola alla volta. E questa persona è lo strumento che ci libera da qualsiasi inibizione, l’unica nei confronti della quale siamo in grado di estrinsecare completamente ciò che siamo realmente. Ciò non significa che ognuno di noi nasconda segreti indivulgabili o sottenda inquietanti Mr. Hyde(s), ma semplicemente che la naturalezza del nostro io spoglio di qualsiasi apparire, è conoscibile solo da parte della persona alla quale decidiamo di consegnarlo.

Passiamo adesso al contraltare della vita e dell’amore, la morte: dei sensi e non solo, dell’intelletto e oltre, la morte del tutto, il non essere, non esistere, più. Non è dolore nel momento in cui non siamo in grado di provare alcuna sensazione: ci limitiamo a “non essere” e mai più saremo. Quantomeno, dal punto di vista laico, che molte religioni credono nella reincarnazione o in una ‘vita’ migliore oltre la morte.
Ma dal punto di vista biologico, moriamo. Cessiamo di essere noi stessi così come siamo andati avanti a conoscerci per anni.
Pausa.
Lo vedi? Lo senti? Il silenzio dell’Oltre, il salto nel buio, l’impossibilità di immaginare cosa ci sia al di là e, di qualunque fede uno si professi, ciò non può escludere il timore di ciò che ci aspetta. Perché: fa paura. È nella natura degli uomini, e non saremmo tali se così non fosse.

Solo chiudendo gli occhi e domandandoci “E poi?”, acquisiamo la consapevolezza dell’insensatezza della stragrande maggioranza di ciò per cui “viviamo”. Affannati tutta la vita come formichine, granelli di polvere in un mondo che molto spesso non percepiamo neppure come nostro, ci adoperiamo per produrre, ottimizzare al meglio il nostro tempo, fatturando interessi, spese, raggiungendo obiettivi, all’inseguimento costante di sogni, persone, luoghi, secondi che vorremmo recuperabili e che invece schizzano via all’impazzata come schegge dall’incudine. Profitto. Sostenibilità economica. Tutto ciò, in fondo, sottende sempre la prima persona singolare (seppur spesso si preferisca far passare come fino ultimo i figli, la famiglia o gli altri); tutto ciò per noi stessi medesimi e il raggiungimento di un “benessere” che, qualora ci venisse domandato in cosa consista, faremmo fatica a identificare a chiare lettere. Il Benessere. Lo star bene: formula generalizzante.
Che poi, il problema sta nel fatto che questa idillica situazione alla quale sembriamo tutti anelare, in una corsa folle all’insegna della competizione più feroce, è appunto sempre un divenire, mai in essere. È sempre qualcosa in direzione della quale protendiamo, ma che non ho sentito mai nessuno confermare esausto di averla raggiunta.
E poi moriamo. Corriamo, corriamo e scavalchiamo gli altri, lavoriamo senza sosta per comprarci un respiro impacchettato in momenti di “vacanza” che non valgono nemmeno la metà degli sforzi che abbiamo fatto per guadagnarcelo. E poi arriva la fine. E le nostre fatiche soffocano per sempre. Per cosa abbiamo vissuto? Cosa abbiamo vissuto, se non una gara con il tempo, contro il tempo, per sottrarne briciole da poter dedicare a noi stessi, a riprendere il fiato per poi ricominciare a correre ad esaurimento scorte?

E se la collisione della nostra con un’altra anima fosse l’unico modo che abbiamo, se non di salvarci, quantomeno di godere di questa vita che ci resta da vivere e della quale francamente, troppo spesso non sappiamo che farcene?
L’amore apre all’Altro, nullifica l’egoismo egocentrico della corsa sul posto e predispone all’incontro, un incontro sincero, decentrato, un abbraccio disinteressato; così dovrebbe essere, quando l’amore non cela in realtà egoismo, la volontà di goderne per stare bene noi soli. Non è sbagliato, dobbiamo starne bene noi alla prima persona singolare, ma non solo. Amare significa volere il bene dell’altro che ci sta di fronte, vivere per vederne sul volto un sorriso abbozzato, compiacersi di esserne stata la causa. Solo allora la vita acquista senso, la vita ‘vive’. Quando quell’altro è ciò di cui viviamo, ciò che ci alimenta e ci strappa all’onnivoracità del mondo che ci avvolge. E diventiamo persone migliori. Altruiste per davvero, non maschere che fingono altruismo per compiacersi di sé, beneficiarne loro. Ma per rendere felice l’altro.

E quandanche volessimo considerare il tutto da una prospettiva cattolica, seppur coloro che professano questa religione troveranno in parte inconciliabili queste parole con la loro fede in quell’eterno che malgrado tutto sussiste e che ci chiama indistintamente a scontare i nostri peccati o goderne i frutti, amare non è forse il lascito più prezioso e al tempo stesso vulnerabile del quale Dio ha voluto renderci consapevoli rendendo carne suo Figlio? Amare e non instancabilmente preporre a tutto e tutti noi stessi e il nostro mero rincorrere beni terreni, secondo tale spiritualità superflui e spesso deplorevoli conduttori di vizi, non è forse ciò che Gesù per primo vuole insegnarci per mezzo del suo esempio?
Se tuttavia, secondo la religione cristiana, l’identificazione dei beni materiali con il superfluo vuole predisporci (come dovrebbe essere secondo tale dottrina) alla piena fiducia in un aldilà breve a conoscerci e del quale godremo senza il rimpianto del possesso, la disillusione atea in uno stato di piena felicità raggiungibile tramite l’affaccendarsi quotidiano e la rincorsa del tempo, deriva non tanto dalla speranza in un altro mondo possibile (Paradiso o Inferno che sia), quanto piuttosto nella nullificazione dell’io al di là delle spoglie mortali: una volta morti, non saremo che ceneri spente di vita, e avendo vissuto di materia, possesso, e non sentimento, amore, avremo soddisfatto al meglio la nostra breve persistenza in questa contingenza, su questo pianeta, in questa vita?

Non sto dicendo si debba vivere per l’amore, esclusivamente in sua funzione, ma è innegabile (per chi l’abbia mai provato), che esso è ciò che ci tiene veramente in vita, che ci nutre di colori, che rende vita la vita con il suo bagliore accecante (non è raro d’altronde che l’amore accechi e si perda allora di vista la realtà, travisandola, e poi, rimanendone feriti).

Rifiuto il nichilismo disilluso e alienante di chi sostiene che si viva per pienare sé stessi, per le cose materiali. Non che non sia possibile vivere senza l’amore, è possibilissimo (e la straordinarietà di questo sentimento forse si nutre anche dell’esclusività dei volti che sono ammessi a goderne), le persone sopravvivono quotidianamente. Ma non è lo stesso. E chi l’ha provato lo sa. Non è uguale a vivere senza. Tutto cambia. Non viviamo per la materia, ma per lo spirito; non per i beni materiali: noi viviamo per la vita! E l’Amore è una delle poche cose che, non dico le dia senso, ma la astrae dalla corporeità di un mondo altrimenti scandito solo dalle lancette di un orologio il cui ticchettio imperterrito insiste nel ricordarci che è ora di tornare al lavoro.

Qualora dunque non amaste, nel momento in cui il vostro ‘altro’ si riducesse a essere un ingranaggio nella ruota che faticosamente tira avanti il mondo, ecco che è arrivato il momento di guardare oltre, avanti. Cercate altrove, che non abbiamo tanto tempo a disposizione da sprecare nel galleggiare come corpi senza vita.

È troppo poco ciò che abbiamo da vivere per non amare attivamente, in prima persona ma per l’altro, che desideriamo dal canto suo capace di metterci costantemente alla prova, insegnarci, amarci a sua volta; che vogliamo non smetta di ballare sul mondo insieme a noi, tenendoci per mano.

Vorrei il pizzetto di Félix Fénéon

Vorrei il pizzetto di Félix Fénéon, o meglio, vorrei poter dire un giorno di aver fatto tante belle cose quante ne ha fatte questo tanto meraviglioso quanto semi-sconosciuto personaggio. Non solo esistere, ma con le mie azioni cambiare lo stato delle cose, favorire il progresso artistico, culturale e anche sociale del mio paese. Farlo senza la necessità di dover apparire: essere un po’ ovunque, ma difficile da riconscere.

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Liberi e Uguali? Si può

Il 3 dicembre 2017 il Presidente del Senato Piero Grasso ha battezzato la nascita del nuovo soggetto politico di sinistra che comprende al suo interno il Movimento Democratico e Progressista, Sinistra Italiana e Possibile. La nuova creatura ha un nome, Liberi e Uguali, il cui significato vale la pena analizzare un po’ più approfonditamente. Negli ultimi giorni, ho avuto modo di confrontarmi con alcuni amici negli ultimi giorni e ho notato che molte perplessità sono emerse sul nome in sé, giudicato banale o poco significativo del messaggio politico che la lista vuole portare avanti; altri invece hanno messo in dubbio il valore politico di questo nome, giudicando libertà e uguaglianza inconciliabili. Mi sento di ringraziare queste persone che mi hanno spinto a chiarire le idee e scrivere questo pensiero.

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Dalla parte del migrante – 2

In questi giorni in cui, dopo mesi, tra il bambino della Sierra Leone ritrovato solo al Brennero e l’intervento delle organizzazioni internazionali in Libia si è tornato a parlare di migranti, ho finito di leggere un libro, “Appunti per un naufragio” di Davide Enia. È un racconto autobiografico, di un uomo – palermitano – che è entrato in contatto con Lampedusa e ci si è tuffato, l’ha vissuta, ha raccolto informazioni e testimonianze, speso giudizi e riflessioni su quanto stia accadendo lì; ed è la storia di come questo gli abbia cambiato la vita.

Nel mare di parole sull’argomento, poche aiutano a capire la situazione come queste, pochissime portano così a pensare e a concludere che, almeno in parte, non ci stiamo capendo nulla. Assumiamo una prospettiva sbagliata, soprattutto chi è nella posizione di poter cambiare le cose.

È questo il motivo per cui sarebbe bello che un giorno non solo Macron, Kurz e la nuova leva di leader politici europei, il Governo italiano e quello libico, ma anche funzionari, diplomatici, burocrati, membri di commissioni e organizzazioni internazionali – gente che potrebbe alzare la mano o almeno spendere un briciolo di tempo in più sulla questione – arrivassero a leggere brani come questo:

Sai quando cominciai davvero a capire cosa stava succedendo, Davidù? Fu grazie a un curdo sbarcato sull’isola. […] Poteva avere una quarantina d’anni, era professore di qualche materia scientifica, chimica forse, non ricordo bene ‘sto particolare. Era venuto a bersi un caffè qui da noi. Ridevamo e scherzavamo, un po’ in inglese, un po’ in francese. A un certo punto il curdo ci raccontò una barzelletta. Ascoltarla fu come aprire gli occhi: nonostante tutto – il carcere in Libia, la traversata allucinante che aveva affrontato durata giorni e giorni, la famiglia abbandonata a casa – ecco, il fatto che ci stesse raccontando una barzelletta mi fece capire che queste persone non erano astrazioni o titoli di giornali, erano proprio esseri umani. So che può sembrare una forzatura, ma non lo è, credimi. So anche che non ci faccio una bella figura, ma ci è voluta una barzelletta per farmi realizzare che c’era un racconto tutto sbagliato su cosa stava accadendo. […]

Prima io ero portata a vedere soltanto il loro carico di sofferenza, i corpi smagriti, i lividi, le cicatrici, gli occhi impauriti. Guardavo queste persone da un piedistallo, capisci? Da una posizione per cui loro, proprio perché qui ricevono aiuto, sono e saranno sempre in difetto. E invece in quel momento, durante la barzelletta, iniziai a intuire la profondità delle storie di ogni singola persona transitata qui. Certo, mica potevo capire il dolore di quelle esperienze, ma avevo appena compreso che era ed è un errore gigantesco trattarli in maniera così ottusamente paternalista. C’è altro, oltre la disperazione. C’è la voglia di riscatto e di una vita migliore, ci sono le canzoni e i giochi, i desideri di alcuni cibi in particolare e la voglia di scherzare con gli altri. E comunque, la barzelletta è chista ccà. Un curdo muore e viene mandato all’Inferno. Lì passa il tempo a piangere. Arriva un angelo e gli chiede: “Curdo, perchè piangi?”. Il curdo risponde: “Non voglio stare qui”. L’angelo decide di intervenire: “Va bene, vieni con me”. E porta con sé il curdo in Paradiso. Lì, manco il tempo di sistemarsi e il curdo ricomincia a piangere, disperato, senza smetterla più. Si presenta allora il buon Dio in persona. “Curdo, perchè piangi?”, domanda. E il curdo risponde: “Non voglio stare qui”. E Dio gli dice: “Non va bene neanche il Paradiso? E dove vuoi andare?”. E il curdo risponde: “In Germania”.

Why we need men

With the Harvey Weinstein affair going on, social media has been flooded with the hashtag #metoo and #balancetonporc, used by women to speak up about their aggressors. It was meant for everyone to understand the extent of the sexual harassment.

It was hard to see. It was hard to see so much sufferance, and how many stories had been kept secret for so long. To see how difficult it is to speak up about this and how complicated it is for others to hear the stories. Sexual harassment calls for such deep wounds in one’s integrity that our society doesn’t have the keys to respond to it.

It was hard to see how many people did not realize the scale at which sexual harassment occurs; to see that most of these people were men. I still believe most of the men feel strongly about women’s rights, and support the fight; they think it’s terrible what women go through, and they firmly condemn the perpetrators, but how many of them will speak up about it? We need everyone to set the limits, not only women. We need a society capable of standing up against that latent sexism it is built on.

Nowadays, talking about “gender equality”, we hear a “women’s issue” and that feminism is a women’s thing. The only way it will change, is by making “gender equality” a universal fight, not only for women.

Jackson Katz said: “We talk about how many women were raped last year, not about how many men raped women last year. We talk about how many girls in a school district were harassed last year, not about how many boys harassed girls. […] So you can see how the use of the passive voice has a political effect. It shifts the focus off men and boys on to girls and women. Even the term ‘violence against women’ is problematic. It’s a passive construction; there’s no active agent in the sentence. It’s a bad thing that happens to women, but when you look at that term ‘violence against women’, nobody is doing it to them. Men aren’t even a part of it!”

This shows how our society sees gender inequality. Down to the way we speak about it, the women are discriminated. Words matter, they influence the way we think, the way we act and the way we see our society. Without taking into account the damage this can do to her, calling a girl a “slut” for the way she is dressed might be a joke, but a guy may not see it this way, and believe it: this is what needs to stop. We all need to question the norms and “jokes” we have been accepting for too long that lead to sexual abuse.

Everyone should be free of going wherever they want, at any time of the day or of the night without thinking about how they are dressed and how they look. No one should be catcalled and choose to walk 10 more minutes to avoid a gloomy path. Women should be able to wear skirts and dresses without getting suggestive looks from their co-workers all day. If we all start questioning this, men and women, it will change the way we see things: it’s a matter of respect, it’s a matter of the words we use and the way we talk, the jokes we say.

I strongly believe the only way to achieve this is to raise boys as feminists, to educate our kids about respect and about limits. Why would we teach our girls to be careful instead of educating boys about consent? Teaching boys and girls to be feminist gives them a sense of justice, empathy and strength, and helps them escape the “gender norms” they are pressured to fit into. It will make them feel comfortable with themselves and help them stand up for what’s right and call out their friends when a joke is going too far.

 

di Sidonie Meynial


Sin dal principio dello scandalo Weinstein i social media sono stati inondati dagli hastags #metoo e #balancetonporc, utilizzati da milioni di donne per raccontare dei loro aggressori. L’obiettivo è quello di far comprendere in maniera diffusa la grandezza del fenomeno delle molestie sessuali.

È difficile da vedere. È difficile comprendere così tanta sofferenza, e quante storie sono state tenute segrete per cosi tanto tempo; vedere quanto sia difficile parlare di ciò e quanto complicato sia per gli altri ascoltarle. Una molestia sessuale richiama ferite così profonde nell’integrità della persona che la nostra società non ha le chiavi per rispondere ad esse.

È difficile vedere quante persone non abbiano realizzato la portata di questo fenomeno: è difficile scoprire che tra tutte le persone che non lo comprendono, la maggior parte siano uomini. Non che io non creda che una buona parte degli uomini sia empatica nei confronti dei diritti delle donne, anzi credo che ne supporti la battaglia; gli uomini pensano che l’esperienza a cui molte donne vanno incontro sia terribile e condannano fermamente chi la commette, ma quanti di loro la denunceranno? Tutti devono stabilire un limite di sopportazione, non soltanto le donne. Serve una società capace di condannare il sessismo latente sul quale è costruita.

Oggi, quando si parla di uguaglianza di genere, sembra troppo spesso che il femminismo sia un problema soltanto delle donne. L’unica maniera per cambiare questa prospettiva è fare dell’uguaglianza di genere una battaglia universale, non soltanto delle donne.

Jackson Katz ha detto: “Si parla di quante donne sono state violentate lo scorso anno, non di quanti uomini le hanno assalite. Si parla di quante ragazze sono state molestate lo scorso anno in un distretto scolastico, non del numero di ragazzi che le hanno aggredite. […] Così si può vedere come l’utilizzo di una voce passiva abbia un effetto politico. Sposta i riflettori lontano dagli uomini e i ragazzi e li punta verso donne e ragazze. Anche il termine “violenza contro le donne” è un problema. È una costruzione passiva; non viene infatti specificato l’agente attivo nella proposizione. È un’esperienza terribile per le donne, ma quando si guarda a “violenza contro le donne” sembrerebbe che nessuno la stia commettendo nei loro confronti. Gli uomini non sono neanche lontanamente parte di tutto ciò!”

Questo racconta molto di come la nostra società guardi alla diseguaglianza di genere. Per quanto a fondo se ne possa parlare, le donne sono discriminate. Le parole contano, influenzano il modo in cui pensiamo, il modo in cui ci comportiamo e anche il modo in cui vediamo la nostra società. Infatti, senza prendere in considerazione quanto possa ferirla, chiamare una ragazza “puttana” per come si veste potrebbe passare per uno scherzo, ma qualche ragazzo potrebbe prendere la cosa sul serio e finire con il crederci: è questo che deve finire. Tutti noi dobbiamo riflettere sulle norme e sugli “scherzi” che abbiamo accettato per troppo tempo e che possono portare all’abuso sessuale.

Tutti dovremmo essere liberi di andare dove vogliamo, a qualsiasi ora del giorno o della notte, senza pensare a come sono vestiti o all’apparenza estetica. Nessuno dovrebbe essere messo in imbarazzo e scegliere di camminare dieci minuti in più per evitare una strada buia. Le donne dovrebbero avere il diritto di mettersi gonne e vestiti senza dover ricevere sguardi ammiccanti dai colleghi, tutto il giorno, ogni giorno. Se tutti iniziassimo a mettere in discussione questi atteggiamenti, sia uomini che donne, potremmo cambiare il modo in cui guardiamo alle cose: è una questione di rispetto, delle parole che utilizziamo e la maniera in cui parliamo.

Io credo fermamente che l’unico modo per ottenere questo risultato sia crescere i bambini come femministi, educarli al rispetto e, soprattutto, a riconoscere e rispettare i limiti. Perché dovremmo insegnare alle nostre figlie a stare attente piuttosto che educare i figli alla comprensione? Insegnando a ragazzi e ragazze ad essere femministi, si danno loro le basi per sviluppare un senso di giustizia, empatia e forza in grado di farli uscire dalle “norme di genere” che altrimenti si sentirebbero in dovere di rispettare. Li farà sentire bene con se stessi e li aiuterà a difendere i diritti e a rimproverare i loro amici quando uno scherzo andrà troppo in là.

 

Carcere Minorile Beccaria: la mia esperienza di volontario e un invito a partecipare

Martedì 7 novembre avranno luogo le selezioni di Bir per poter svolgere attività di volontariato presso l’I.P.M. (istituto penale minorile) Beccaria. Da due anni ho la fortuna di far parte del gruppo che ogni domenica e lunedì entra in carcere, da qualcuno di più dell’associazione la quale organizza anche campi  estivi (e invernali) di volontariato internazionale in Romania e Moldova.

Vado dritto al punto. All’interno dell’I.P.M. abbiamo a che fare con ragazzi la cui età varia fra i 14 e i 25 anni (secondo la legge 117 del 2014 chiunque sia stato condannato quando minorenne ha il privilegio di poter continuare a scontare la pena, anche una volta compiuti i 18 anni, all’interno del carcere minorile fino al compimento del 25esimo anno di età). L’attività che svolgiamo cambia a seconda del giorno di ingresso: domenica o lunedì.

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di Cataluña Libre, Post-nazioni, John Lennon e globalismo: date al Popolo quel che è del Popolo!

Non è facile esprimere un giudizio sulla vicenda catalana, come non è mai facile in generale raccogliere pensieri certi quando la volontà della popolazione si scontra con ragioni storiche o ci viene il dubbio che sia inebriata da discorsi demagogici. Così la difficoltà di giudicare univocamente nel merito le notizie da Barcellona e di lasciarmi convincere appieno dalle ragioni di una o dell’altra parte mi hanno infine portato a disinteressarmi della vicenda in sé e trasportare il dubbio dall’iniziale piano pratico a uno fortemente ideologico, scoprendo tra le risposte che mi sono dato soluzioni decisamente radicali ma potenzialmente applicabili. Al di là di ciò che si può pensare di Puidgemont, Rajoy e il referendum che ha spaccato l’opinione pubblica, la vicenda Catalana offre infatti un generoso spunto per svariate riflessioni “ideologiche” e potrebbe a mio avviso rappresentare la pietra miliare di una svolta storica.

Il tema dell’indipendenza può sembrare trascurabile ed astratto eppure è stato nei decenni passati fonte di persistenti disordini: essere assoggettati a un vessillo che non si percepisce come il proprio si è dimostrato un serio problema per moltissimi: una vera e propria forma di oppressione. Così dai Corsi ai Catalani, dai Baschi ai Gagauzi di Moldavia, dai Kurdi ai sud Tirolesi in tutto il mondo, in diversi decenni, centinaia di migliaia di persone hanno dimostrato, più o meno pacificamente, la loro riluttanza ad essere considerati parte dell’entità geopolitica a cui venivano associati.

Le costituzioni della stragrande maggioranza dei paesi non contemplano attualmente un iter tramite cui una regione possa dichiararsi indipendente dallo stato di cui fa parte, ed è molto difficile immaginarsi altrimenti per la natura stessa delle costituzioni: sono le leggi fondamentali e costituenti di un territorio unitario, lo stato, pensato per durare ed essere organizzato secondo le procedure stabilite dalla costituzione stessa, che non sarebbe più in vigore in un nuovo stato secessionista. Dunque parrebbe impossibile modificare gli attuali confini statali per vie legali a meno di un’improbabile intesa nazionale che porti a una modifica ad hoc della costituzione.

Quali scelte restano dunque ad un popolo che non si sente parte di uno stato entro cui si trova -per ragioni spesso prettamente storiche- confinato? Solamente l’accettazione passiva della propria condizione o “vari livelli di lotta”, ma tendenzialmente in questo caso è necessario (essere in grado di) vincere una vera e propria guerra contro lo stato centrale.

Ora, sperando che mi perdonerete per l’interminabile premessa, siamo giunti al punto centrale del ragionamento: è possibile che nel 2017, nel 3° millennio, nell’epoca in cui i robot sono in grado di montare telefoni e sganciare bombe nucleari, una guerra sia l’unica risposta a una forma di malcontento popolare? Fino a dove è doveroso difendere l’esistente ordine, in molti casi stabilito 50 anni fa da un gruppo di poche persone? È corretto che chi ha un’identità nazionale diversa da quella statale venga castrato da uno dei primi articoli della costituzione finchè non si dimostri militarmente forte a sufficienza da separarsene? Sarebbe a mio avviso salomonico che oggi finalmente si riuscisse a trovare una risposta migliore della violenza persino a un tema come l’indipendenza e la creazione di nuovi stati.

Raggiunto l’apice dell’astrattismo torniamo ora con i piedi per terra: quale potrebbe essere, se non la guerra, il criterio secondo cui ad alcuni popoli va riconosciuta e concessa pacificamente l’indipendenza (e ad altri no)? Ho sottoposto questa domanda a diversi amici ottenendo svariate risposte tutte interessanti ma tra queste solamente una mi ha pienamente convinto. Alcuni hanno sostenuto che solo ai popoli “oppressi” dovesse essere riconosciuta l’indipendenza dalla comunità internazionale, ma è evidente la difficoltà di definire quale popolo rientri in questa categoria e quale no e il conseguente paradosso se si considera l’imposizione di una bandiera in cui non ci si riconosce come oppressione. Altri hanno suggerito che debba restare la guerra l’unica via, sicché funga da deterrente per uno stravolgimento della situazione attuale che risulterebbe problematico. Altri ancora hanno suggerito che si analizzi pacificamente caso per caso e si cerchi un compromesso.

Io sono dell’idea che, per le ragioni fin qui elencate e vista “la scusa catalana” per discuterne sia arrivato il momento di difendere un principio nuovo, dirompente, che mi rendo perfettamente conto essere apparentemente coerente sul piano ideologico ma complicatissimo su quello pratico. Credo infatti che, a qualsiasi comunità sia in grado di esprimere tramite votazioni e manifestazioni partecipate la volontà di indipendenza e successivamente di organizzarsi e sostenere un referendum che dimostri che una maggioranza qualificata -sulla quale si potrebbe aprire un’altra interminabile discussione- delle persone che popolano quella comunità è d’accordo con la secessione, ciò debba essere concesso.

Il motivo è molto semplice: la “volontà della maggioranza” è il parametro a cui, caduti i sistemi ereditari (nonostante fossimo ben consapevoli fin dai tempi di Aristotele dei potenziali rischi legati alla demagogia) ci siamo sempre affidati per prendere decisioni riguardanti una collettività e dovrebbe iniziare ad essere applicato anche alla nascita degli stati.

Certo ciò creerebbe un mondo fatto di tantissime piccole comunità: un domani non solo la Catalogna o la Corsica ma persino il comune di Bolzano potrebbe sentirsi in diritto e dunque in dovere di dichiarare la propria indipendenza. Questo, che sembra un esito apocalittico potrebbe in realtà rivelarsi un domani un mondo pacifico e rispettoso: tante piccole comunità indipendenti potrebbero stringere l’una con l’altra dettagliati accordi, superando totalmente gli stati nazioni e persino la lenta e parziale federazione di questi all’intero dei continenti, costituendo entità complesse e dinamiche di ampiezza continentale o addirittura mondiale: delle “Post-Nazioni a più velocità”.

Le diverse velocità sarebbero infatti rappresentate dalle diverse profondità e dalla natura dei legami che legano una comunità autonoma ad un’altra, magari con alcuni livelli prefissati come anche indicato pochi giorni fa (anche se si riferiva ovviamente agli stati nazioni attualmente esistenti) dal presidente del consiglio Europeo Donald Tusk (esempio semplicistico: Livello di integrazione tra due comunità 1=solo libero scambio; Liv.2=libero scambio+libera circolazione; Liv.3=Liv2+politica fiscale in comune etc…)

Forse ora ho trovato una risposta al mio dubbio iniziale: Madrid dovrebbe lasciare ai catalani la possibilità di dimostrare con un referendum pacifico che la volontà di indipendenza è condivisa da tutti o quantomeno dai più e se lo sarà beh, benvenga senza rancore la Cataluña libre, la fine degli stati come li conosciamo e l’avvento delle post-nazioni europeiste o globaliste e federate!

Io sono il solito fantasioso speculatore ma se dividere per unire fosse poi una soluzione?

I hope someday you’ll join us and the world will be as one!