di Nietzsche, Brahma, Buddha ma soprattutto noi stessi: Siddharta e l’ansia di “trovarsi”.

La copertina azzurrina dell’Adelphi riuscirebbe a conferire un’aura nel contempo mistica ed intrigante a qualsiasi libro. Quando poi ci si imbatte nelle prime pagine di Siddharta lo sfondo indiano-buddhista e il linguaggio artificioso ed aulico del capolavoro di Herman Hesse infondono al lettore la certezza di aver tra le mani un’opera estremamente singolare, lontana dalla modernità e dalle tematiche e problematiche della nostra quotidianità.

Chi non si lascia scoraggiare impiega però ben poco tempo a realizzare che quel giudizio iniziale fosse profondamente errato e che se Siddhartha ha toccato i cuori di milioni di giovani e meno giovani per ben 94 anni dalla sua prima pubblicazione è perché, nascondendosi dietro a un velo di misticismo orientaleggiante, Siddhartha parla di noi, a noi.

Paradossalmente ciò che stupirà maggiormente un lettore attento proseguendo nella lettura della seconda metà del libro è la vicinanza inaspettata delle turbe del personaggio principale a quelle tipiche dei giovani di tutte le epoche e dei suoi pensieri a quelli delle filosofie fondanti del pensiero occidentale.

The German author, poet and Nobel laureate in literature of the year 1946, Hermann Hesse poses in front of his residence in Montagnola, canton of Ticino, undated picture. (KEYSTONE/PHOTOPRESS-ARCHIV/Str) Der deutsche Schriftsteller, Dichter und Literaturnobelpreistraeger von 1946, Hermann Hesse, posiert vor seinem Haus in Montagnola, Tessin, in einer undatierten Aufnahme. (KEYSTONE/PHOTOPRESS-ARCHIV/Str)

Riassumendolo in due righe per rinfrescare la memoria di chi lesse Siddharta anni fa e per aiutare ad orientarsi chi ancora non l’ha fatto (ma fatelo nonostante la pochezza del mio riassunto: vi potrebbe cambiare la vita!) il libro racconta spezzoni della vita di un uomo dall’infanzia fino alla vecchiaia, in diversi paesi e campagne non meglio identificabili se non grazie ai nomi tipicamente Indiani. Il protagonista è appunto Siddharta, inizialmente giovane brillante e tormentato da grandi domande esistenziali in cerca di un riparo dal dolore, successivamente Samana del bosco: mendicante che pratica l’ascetismo, l’astinenza da tutti i beni materiali e la meditazione, poi ancora un uomo avvezzo al gioco, attratto dal denaro e dall’amore carnale, infine, resosi conto della futilità della propria esistenza, e dopo aver tentato il suicidio, umile barcaiolo e santo che ha trovato il Nirvana. Quella di Siddharta è la storia di una continua ricerca di una verità e di un senso più profondi spinta da un sentimento di costante insoddisfazione rispetto alla propria condizione. Dopo anni di ricerca Siddharta -davanti al suicidio- trova finalmente le prime risposte. Ciò che egli cerca è la ricerca stessa: colmare la sua curiosità e la sua insoddisfazione è il senso della sua esistenza. Egli capisce dunque che nessuna dottrina può soddisfarlo ma solamente una costante ricerca all’interno di sè stesso. Così si ritira a vivere da barcaiolo finchè, dopo lunghe ore di meditazione e alcuni importanti incontri e rivelazioni, raggiunge la pace. Siddharta non ha nulla del santo religioso né compie un percorso lineare e coerente. In lui sopravvivono molte contraddizioni e alcune pulsioni degli uomini: ride di chi si cura dei beni materiali quando vive nei boschi salvo poi trasformarsi lui stesso per un periodo in uno dei tanto odiati uomini-bambini attratti dal denaro, insegue svariate dottrine di meditazione salvo poi arrivare a sostenere che solamente al di fuori delle dottrine e all’interno del proprio io si possa trovare la pace e la saggezza, passa un’intera esistenza a ricercare, e a farsi domande ma riesce a darsi delle risposte solamente quando si rende conto di aver abbandonato la speranza di rispondersi ed è pronto a suicidarsi.

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Ritornando alla nostra introduzione possiamo dunque tentare di rispondere al quesito che avevamo lasciato nascosto tra le righe. Che cosa fa si che vi sia una così facile e profonda identificazione del lettore con un personaggio apparentemente appartenente a una cultura lontanissima dalla nostra come Siddharta? Perché questo libricino sul buddhismo, scritto con un linguaggio così particolare da suonare forzatamente eccentrico, ci piace così tanto e lo sentiamo così “nostro”?

Perché le domande e l’insoddisfazione di Siddharta sono molto simili a quelle che tutti noi ci poniamo. Perché la sua ricerca è la materializzazione un po’ estremizzata di percorsi logici che la mente di ognuno di noi segue (certo ognuno con le diverse sfumature ma tutti mossi da simili tentazioni e frenati da comuni avversioni).

Nella sua introduzione Massimo Mila sintetizza la straordinaria ansia dei personaggi del libro -che come abbiamo detto non fa altro che trasportare in una dimensione, in una cultura e in un luogo lontani dai nostri le ansie di tutti noi- dicendo che questi tentano di <pervenire a quella consapevolezza di sé che permette alla personalità di realizzarsi pienamente, di vivere così, realmente, quelle ore, quei giorni e quegli anni che vengono di solito sciupati nella banalità quotidiana di una esistenza di “quotidiana amministrazione”>. Insomma, per riuscire ad identificarsi con Siddharta è sufficiente far parte di quella fetta di popolazione che non si accontenta di guardare la propria esistenza come uno spettatore, passivamente.

In ultima analisi (perdonatemi la locuzione leggermente retorica): noi siamo Siddharta.

Quando nulla pare interessarci realmente, quando siamo insoddisfatti della nostra condizione e quando non riteniamo di avere il potere di cambiarla, noi siamo Siddharta bambino.

Quando ci sentiamo incompresi, quando ci vediamo presentare all’improvviso davanti l’inutilità della nostra esistenza e, magari non avendo una fede o dogmi di altra natura, non sappiamo nemmeno dove potremmo rivolgerci per trovare una risposta, siamo Siddharta da giovane, nella casa del padre, pronti a tutti pur di fuggire.

Quando ci rimproveriamo di dare troppa importanza al denaro e alle cose materiali, quando ci sentiamo inadatti, ma anche quando ci illudiamo di poter trovare uno scopo siamo Siddharta arricchito in città o poverissimo nel bosco, alla ricerca della pace, convinto di essere sulla strada giusta ma perennemente insoddisfatto da qualsiasi dottrina.

Ogni volta che dubitiamo, ogni volta che abbiamo paura, ogni volta che riflettiamo a fondo su noi stessi, sulla vita. Ogni volta che cerchiamo e che cercando viviamo pianamente la nostra esistenza pur senza saperlo, noi siamo Siddharta.

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Se ciò non bastasse, ad avvicinarci a Siddharta e al suo pensiero sono anche i passaggi più importanti della filosofia occidentale dell’epoca antecedente ad Hesse, nascosti sapientemente tra le pagine del libro. Nelle risate del giovane monaco davanti agli interessi spregevolmente puramente materiali degli uomini-bambino c’è tutto Schopenhauer e il suo velo di maya, nella sua ricerca che porta soltanto alcuni saggi al Nirvana c’è molto del superuomo Nietzschiano come nella spettacolare presa di coscienza della circolarità del tempo di Siddharta (una vera “chicca” inserita nel libro, quella che forse è la più astrusa delle teorie nietzschiane viene reinterpretata e spiegata magistralmente da Hesse) e ancora: nel disprezzo verso il mondo borghese e l’abbandono volontario e prematuro della famiglia c’è la visione dei poeti decadentisti francesi, nello stile ovviamente il maestro Goethe e nell’attenzione e il ruolo sacro attribuito alla natura, soprattutto nell’ultima parte, appare chiara l’influenza dei romantici, del secolo precedente.

Insomma Hesse in poco meno di 200 pagine, a distanza di 94 anni e attraverso la storia di un monaco buddista riesce a chiarire e a descrivere le ansie e l’insoddisfazione che dominano i pensieri miei e dei miei coetanei e lo fa con i passaggi più belli e complicati della filosofia occidentali resi chiari, quasi semplici e incorniciati in una storia particolarissima. Per questo non amare Siddharta, per me, e per molti altri soprattutto giovani è impossibile: significherebbe disprezzare sé stessi o ritenere di non aver giá più bisogno di trovarsi.

 

Andrea Noseda 

Author: Andrea Noseda

Perché la necessità di nascondersi, l'ansia di rifugiarsi dal mondo in una dimensione più profonda di noi stessi? Perché non accontentarsi di tutto ciò che ci circonda ma continuare perennemente a cercare? perché scegliere di esistere senza mai soddisfarsi? perché, banalizzando il tutto, non voler mai optare per una facile serenità? perché aveva ragione Lui: "La vita è altrove" e certe intuizioni non possono essere ignorate. Ecco come vivo e ecco perché scrivo!