I hear America singing*

Le elezioni presidenziali americane come quadro perfetto delle contrapposizioni, in campo politico, presenti in questo momento in tutto l’Occidente.

Bernie Sanders ha incuriosito un po’ tutti. Voleva “un futuro in cui credere”, rivoluzionando l’economia, tagliando i costi d’iscrizione alle università tassando le operazioni finanziarie e denunciando le crescenti disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza all’interno del Paese.

In America ha riempito le piazze, nel resto del mondo le pagine dei giornali; molti giovani lo hanno ammirato e votato, e l’entusiasmo intorno a lui ne ha fatto, per mesi, l’uomo del momento.

Sono tre i motivi dietro all’esaltazione di Sanders: il primo sicuramente il contesto in cui stanno maturando i suoi successi, ossia le primarie democratiche americane, che lo hanno posto sotto la luce di tutti i riflettori possibili; il secondo gli Stati Uniti come Paese. Un socialista in America sembrava una presa in giro: bene, Bernie si è definito così, e questo ha reso il suo percorso ancora più eclatante.

Il terzo motivo, più complesso e per questo più interessante, completa i primi due. Il fatto che nella corsa alla Casa Bianca (!) un filone di idee di questo genere abbia attirato un’attenzione simile, al di là del risultato finale abbia scatenato dibattiti, dubbi e interrogativi e sia arrivato a ricoprire un ruolo di primo piano ha scoperchiato definitivamente un fenomeno diffuso.

L’importanza e l’eredità di Sanders è stata, è e rimarrà questa: la diffusione di una consapevolezza. In tutto l’Occidente esiste una grossa fetta di elettori scontenti, sufficientemente intelligenti da non aderire ai voti di protesta, ma tali da proporre un modello statale alternativo, soprattutto sul piano economico, a quello tradizionale. Sono gli elettori di Sanders, che con il proprio programma ha coniugato tutti gli interessi di questa parte di popolazione; sono però anche gli elettori di Pablo Iglesias, così come i sostenitori di Jeremy Corbyn. Non è populismo, è una sua evoluzione, che queste primarie americane hanno reso molto più evidente: si tratta di nuovi partiti di sinistra, che raccolgono voti in modo “orizzontale” tra la popolazione grazie all’innovatività delle proprie proposte.

Hillary Clinton incuriosisce un po’ tutti. E’ la grande favorita per la successione di Obama: è giusto e normale che sia così. Ex first lady, ex Segretario di Stato, è consapevole di cosa significhi essere il presidente degli Stati Uniti, è consapevole di avere molte carte in regola per diventarlo. Una su tutte Bill, i cui mandati, al di là di miss Lewinsky, sono ancora ricordati molto positivamente.

Attorno a Hillary c’è interesse, ma non stupore come intorno a Sanders. Con l’ascesa di Bernie ha spostato il suo programma leggermente più a sinistra, limando ulteriormente le differenze, ma è la concezione di fondo a essere profondamente diversa. Votare Clinton è simile a votare Renzi in Italia: entrambi cercano di cambiare lo stato delle cose inserendosi nel solco del passato, consapevoli dell’importanza del ruolo da loro rivestito e quindi della necessità di agire, ma allo stesso tempo della difficoltà di compiere qualsiasi passo. Vorrebbero muoversi come Sanders, ma non riescono e non vogliono essere meno pragmatici.

Anche per questo, sono più presi di mira. Hillary è considerata antipatica e disonesta da molti elettori, al punto tale che alcuni analisti hanno sottolineato come questo potesse avere un peso molto rilevante nella corsa alla presidenza. Più in generale è aumentata l’intolleranza verso il “vecchio”, e anche in questo caso quello che sta accadendo al di là dell’oceano riflette un fenomeno molto più ampio. Seppur spesso questi partiti ottengano ancora la vittoria e nonostante sempre più frequentemente i loro programmi cerchino un distacco dagli stereotipi derivanti dal passato (come Sanders, Clinton sostiene l’esigenza di un’economia “che funzioni per tutti e non solo per un 1% della popolazione”), infatti, la crescita del “populismo intelligente”, se così lo si può definire, deriva anche dall’esasperazione crescente verso i legami tra partiti e grandi banche, verso i conflitti d’interesse, verso il malfunzionamento statale, di cui queste formazioni politiche, che proseguono comunque in qualche modo sulla scia di ciò che è passato, vengono viste come l’espressione.

Donald Trump incuriosisce un po’ tutti. E’ una scheggia impazzita, l’anti-politically correct, maleducato, fuori luogo, disinformato, eppure raccoglie un’enorme quantità di consensi e, quindi, di voti. Arringa le folle attaccando gli immigrati, attaccando Obama, attaccando i media. E’ partito come un fenomeno da baraccone, è a un passo dal diventare il candidato repubblicano alle elezioni di novembre.

Anche in questo caso, comunque vada a finire, è emersa un’altra evidenza: se è vero che è sempre esistita una parte di popolazione stufa di tutto, sconsolata e arrabbiata, è altrettanto vero che il suo peso sta esponenzialmente aumentando e deve essere seriamente preso in considerazione. I sostenitori di “The Donald” sono loro, uomini bianchi di mezza età, magari ex soldati, male istruiti, senza fiducia nel futuro visto lo stato attuale delle cose: scavalcati dagli immigrati nell’assegnazione dei posti di lavoro, non riconosciuti (secondo il loro modo di vedere) e con il fardello delle tasse a gravare sulla loro situazione. Non ne possono più, e vedono in “Make America Great Again” un’ancora di salvezza. Non sono gli unici: basta pensare all’exploit del Front National alle ultime elezioni regionali francesi, all’adesione alla Lega in Italia, alla crescita del partito curdista in Turchia, alla recentissima ascesa dei nazionalisti austriaci e alla loro crescita in ogni Paese europeo (persino in Germania!). E’ sbagliato schierarsi da questo lato? Sì. E’ comprensibile? A fatica, però sì. I voti che ricevono questi partiti sono in parte di protesta, in parte di adesione: entrambe le tipologie derivano in parte da errori dei governi correnti e passati, che hanno tutto il diritto di criticare, ma che allo stesso tempo dovrebbero cercare di recuperare la fiducia di queste persone.

Anche Marco Rubio e Ted Cruz incuriosivano un po’ tutti, ma non si sono rivelati all’altezza: incarnano alla perfezione la situazione delle destre moderate europee, completamente in crisi, eccezion fatta per Cameron (e poi ancora, leggi Panama Papers) e forse per i Républicains francesi.

Una diffusa consapevolezza di questa situazione è potenzialmente molto significativa e queste elezioni presidenziali americane potrebbero risultare, in futuro, simboliche. Con ogni probabilità Hillary Clinton sarà il 45° presidente degli Stati Uniti d’America, ma il seguito ricevuto da Sanders e Trump e il non seguito verso i repubblicani moderati non finiranno nel dimenticatoio. Le primarie del partito democratico erano viste come una passerella per l’ex first lady: non è stato un testa a testa all’ultimo voto, ma non sono neanche state rispettate le previsioni della vigilia; dall’altro lato, Trump doveva essere un protagonista marginale nella corsa: forse è stato addirittura il principale, fino a questo momento. Sono segnali forti. Significa che nuovi fallimenti non saranno tollerati, che forse i tempi stanno diventando maturi per grossi cambiamenti, che probabilmente c’è bisogno di qualcosa di completamente nuovo, per soddisfare (quasi) tutti. Ci sta provando Emmanuel Macron, volto nuovo della politica francese, attuale ministro dell’economia, amatissimo nel Paese: ha fondato “En marche!”, un movimento definito “né di destra né di sinistra”, con la volontà di “rifondare la Francia dal basso e costruire una maggioranza su idee nuove per il Paese.” Ha tutti i requisiti per poter rappresentare “qualcosa di completamente nuovo”, chissà se sarà un esempio per il futuro o solo un fuoco di paglia.

*da Walt Whitman, I hear America singing, 1860

Author: Andrea Caccia

“Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste“

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