La dittatura di Ceausescu e la sua pesante eredità

Tra il 1965 e il 1989 l’allora repubblica socialista romena (RSR), attuale Romania, è stata governata da Nicolae Ceausescu. Egli, dapprima segretario del PCR (partito comunista romeno), a partire dagli anni ’70, instaura una dittatura destinata a segnare profondamente la vita del paese e della popolazione romena: le drammatiche conseguenze della politica del Conducator (dittatore) restano ancora oggi palpabili e costituiscono una pesante eredità con cui il governo deve confrontarsi.

Nei primi anni del proprio segretariato Ceausescu proseguì il processo di derussificazione e destalinizzazione, già avviato dal predecessore Gheorghiu-Dej, e al contempo intraprese una politica di parziale apertura nei confronti dell’Occidente. Il governo di Bucarest non era più allineato alle decisioni di quello di Mosca, tant’è che in occasione della cosiddetta “Primavera di Praga” la RSR fu l’unico stato facente parte del patto di Varsavia a rifiutarsi di inviare proprie truppe armate: all’interno del coeso blocco sovietico si aprì una breccia che verrà sfruttata dai governi occidentali.

Negli anni ’70 Ceausescu prese una serie di provvedimenti che miravano all’instaurazione di una dittatura, fondata sul culto, quasi di stampo bizantino, della sua personalità. Per eliminare oppositori e mantenere saldo il potere, impose una periodica rotazione dei responsabili delle varie cariche di governo e affidò gli incarichi di maggiore responsabilità a persone di propria fiducia o a suoi familiari, tra cui la moglie Elena Petrescu. Titoli e incarichi culturali, di cui vennero insigniti Ceausescu e la vasta rete di “Clientes”, vennero abbinati a cariche politiche e amministrative. Il Conducator mantenne il potere attraverso un controllo assoluto dei mass media e della stampa, una fortissima censura e il frequente ricorso alla Securitate, polizia segreta.

La politica adottata da Ceausescu si fondava su una pianificazione centralizzata ed estremamente rigida: il gruppo dirigente romeno mirava ad una crescita accelerata con conseguente sacrificio del benessere popolare. In ambito economico l’industria venne ad assumere un ruolo centrale. L’obbiettivo primo cui aspirava Ceausescu era, infatti, quello di rendere la Romania una delle principali potenze industriali nell’arco di un ventennio. Per il perseguimento di questo fine si rese dunque necessario dotare il paese di una vasta manodopera (di cui all’epoca la RSR non disponeva) che potesse essere impiegata nelle fabbriche. A questo scopo vennero intraprese una serie di manovre che miravano ad un incremento demografico, le quali consistevano, in primo luogo, in diverse misure di sostegno e agevolazione garantite dal governo alle famiglie particolarmente prolifiche: asilo, scuole e assistenza sanitaria divennero gratuite. Ceausescu vietò inoltre l’aborto, abolito nel ’66, e istituì una speciale Polizia Ginecologica col compito di fare controlli a sorpresa alle donne lavoratrici per sanzionare eventuali interruzioni di gravidanza. Vennero inoltre aumentate le tasse sul divorzio, con evidente funzione di deterrenza, fu abbassata a 15 anni l’età minima per sposarsi e fu vietato l’uso di contraccettivi: questi restrittivi e disumani provvedimenti determinarono per di più un aumento degli aborti illegali, testimoniato dalla crescita della mortalità materna.

Nonostante l’incredibile sforzo cui fu sottoposta la popolazione romena, la politica del dittatore si rivelò fallimentare: la crescita economica fu limitata e il progetto iniziale di Ceausescu di azzerare il debito estero, contratto negli anni nei confronti dei paesi occidentali, andò in fumo. Inoltre il Conducator a partire dalla seconda metà degli anni ’70 abolì quelle misure di sostegno che erano state introdotte al fine di incentivare l’aumento dei nati. Le famiglie, diventate numerosissime, caddero in uno stato di penuria che portò come immediata conseguenza all’incremento della mortalità infantile: tra il ’70 e l’89 sono morti alcuni milioni di bambini (non esistono dati precisi), 300.000 dei quali si stima siano morti nel primo anno di età. Molti figli furono abbandonati o rimasero orfani ed iniziarono a popolare in numero continuamente crescente le strade delle principali città rumene, Bucarest prima fra tutte.

Per far fronte alla drammatica situazione il governo rumeno promosse l’istituzionalizzazione di minori in orfanotrofi, all’interno dei quali le condizioni igienico-sanitarie erano inadeguate e disumano il trattamento riservato ai bambini da coloro che avrebbero dovuto svolgere la funzione di educatori. Questi, dal momento che recepivano uno stipendio proporzionale al numero di individui posti sotto la loro tutela, miravano a farsi affidare quanti più bambini fosse possibile: la conseguenza era che questi ultimi vivevano nell’incuria più totale, denutriti e malnutriti, privi di quell’affetto indispensabile per un sano sviluppo. Frequenti erano i casi di violenza e di abuso sessuale all’interno degli orfanotrofi, molteplici i ragazzi che per la loro eccessiva irrequietezza venivano sedati attraverso il ricorso a psicofarmaci.

Vi raccomando personalmente la lettura di una toccante testimonianza rilasciata in un’intervista resa ad un giornalista di “The Guardian” da un’orfana che visse in un istituto rumeno all’epoca della dittatura. Notevole è anche “Children of Ceausescu”, libro in cui viene tratteggiato un quadro chiaro delle condizioni di vita negli orfanotrofi attraverso fotografie che furono scattate immediatamente dopo la caduta della dittatura di Ceausescu da Kent Klich. Queste sono accompagnate dalla fluida prosa di Herta Muller, insegnante e scrittrice di origine romena, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 2009, che racconta della propria esperienza di lotta nei confronti del regime fino al 1987, anno in cui dovette abbandonare il paese per ragioni politiche. Secondo fonti governative, che tendono a considerare il dato per difetto, attualmente i bambini che vivono in orfanotrofio sono circa 20.000 mentre quelli che risiedono in case famiglia, strutture alternative agli istituti più idonee allo sviluppo di un minore ma comunque ben lontane dal ricreare un ambiente omologo a quello tipicamente familiare, sono circa 36.000.

Herta Muller mette inoltre in evidenza il fenomeno della diffusione del virus dell’HIV, altra pesante eredità lasciata dal regime. Questa fu causata principalmente dal divieto di usare contraccettivi e dalle continue trasfusioni di sangue infetto che miravano a non far morire di fame i bambini. Il risultato è che oggi il 60% dei minori malati di AIDS in Europa vivono Romania, dove su il totale di circa 20 milioni di abitanti 25.000 sono gli individui affetti dall’HIV.