America 1960’s: Beat Bop Generation

Marzo 1957

Presso gli Atlantic Studios di New York Charles Mingus registra The Clown. “The first blues I’ve made on record” campeggia sulla nota di copertina, sapientemente redatta da Nat Hentoff.

Per comprendere l’enormità del Mingus-bassista e compositore basta ascoltare l’assolo con cui inizia “Haitian Fight Song”, traccia d’apertura dell’album. Note profonde e ben marcate si lanciano rapidamente verso tonalità più acute per poi tornare nelle inesplorate profondità del basso. Poi la grande ripresa, l’assolo si fa più incisivo fino a quando diventa impossibile non essere travolti dall’agilità del suono: questo è il basso di Charles Mingus, questo è The Clown. Per capire la profondità del Mingus-uomo, e quindi anche dell’album stesso, bisogna invece fermarsi a osservare la copertina. Ovviamente campeggia in primo piano la faccia di un clown dal nasone rosso, truccato nella più convenzionale delle maniere. Che cosa ha dunque di particolare questa così ovvia copertina? Gli occhi! Gli occhi del clown sono Charles Mingus e negli occhi del clown stesso è evidente quanto l’individuo Mingus abbia influito su Mingus-compositore. Gli occhi in copertina esprimono una tristezza e una spossatezza proprie dell’Esausto di Gilles Deleuze piuttosto che di un bassista jazz. Le vicende travagliate della vita di Mingus-uomo, personaggio esasperato dalla discriminazione, goloso e vittima dal vizio, degno appartenente del terzo girone dell’Inferno dantesco, hanno profondamente influenzato la sua produzione artistica. Emarginato tra gli emarginati, per via delle sue discendenze multiculturali, Mingus-uomo cresce con un radicato complesso d’inferiorità e lo combatte per tutta la vita, tanto da farlo emergere preponderante nella figura del clown, che entra in scena titubante e impaurito e impiega svariati minuti prima di lasciarsi coinvolgere. E’ però forse nei toni timidi e riservati di “Haitian Fight Song” che la sensibilità sconvolgente e straordinariamente innovativa di Mingus si esprimono a pieno. Alla sua eterna fanciullezza sono senza dubbio legati i più grandi successi del Mingus-bassista, ma anche gli abissi maggiori nella vita da uomo. Della vita musicale di Mingus si ricorda però anche un’inaspettata e ossessiva ricerca della disciplina, dell’ordine e del rigore che sono, all’attenzione dei critici musicali, le doti che l’hanno reso il grande bassista che ha rivoluzionato il jazz East Coast anni ‘50 e ’60.

Tanto quanto musicista quanto come compositore ha influenzato tre decenni. La personalità così sopra le righe è testimone di un carattere assai lontano dalla convenzionalità, con la quale si scontra a tal punto da ammettere la propria follia facendosi ricoverare in manicomio nella prima metà degli anni ‘70. Tuttavia, senza la follia dell’uomo, non ci sarebbe stato neanche un compositore così geniale e anticonvenzionale da lasciare un segno profondo nel mondo del jazz.

La prima parte di carriera, negli anni ’50, è caratterizza da collaborazioni costanti e di altissimo livello con artisti come Louis Armstrong, Charlie Parker e Miles Davis. Dalla fine degli anni ’50 e per tutti gli anni ’60 rilascia dischi e collaborazioni fondendo generi e sottogeneri: bop, blues, gospel, musica classica e free jazz. I giovani musicisti che hanno avuto la fortuna di essere scelti a suonare con “The Angry Man of Jazz” (soprannome affibbiatogli per via del suo carattere violento) si sono poi lanciati in grandiose carriere, a seguito dell’esperienza acquisita cimentandosi con strumentazioni non tradizionali, altra ossessione compositiva di Mingus.

Superata anche la depressione, soltanto la malattia gli ha, nell’ultima fase della sua vita, impedito di continuare a suonare. Muore nel 1979 lasciandoci straordinarie composizioni musicali ma anche una biografia, Beneath the Underdog, grande testimonianza della sua proliferazione musicale e intellettuale. La realtà distorta dell’autobiografia lascia trasparire le grandi ferite che hanno messo in crisi la visione del mondo del Mingus-uomo. Nel bene e nel male, il suo approccio è stato talmente sopra le righe da poter dire egli stesso di essere “tre persone in una”.

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Settembre 1957

Jack Kerouac pubblica On The Road, romanzo cardine della corrente Beat e porta di ingresso per il mondo di poesia, musica jazz e viaggi tipico della cultura “on the road” anni ’60. Nell’era del jazz di Charlie Parker e Miles Davis, Sal Paradise, alter-ego di Kerouac, e Dean Moriarty sono i principali protagonisti della narrazione autobiografica. La strada, in particolare la mitica Route 66, è l’elemento che collega tutti gli eventi della vicenda: il normalissimo Natale in famiglia interagisce dunque con scorribande notturne fuori da ogni regola a Frisco e con gli interminabili viaggi da New York alla West Coast e in tutto il resto d’America. L’influenza di questo romanzo sulla cultura americana è ancora oggi fortissima per merito di un modo di pensare fuori dagli schemi e uno stile unico. Dedicarsi al viaggio, abbandonare le vicissitudine cittadine per cercare la propria identità, il proprio io sulla strada è il tema di fondo del romanzo. Lo stile virtuoso e a tratti lirico di Kerouac ha contribuito a far emergere la profondità, la malinconia, la solitudine ma anche i sogni e la passione di un personaggio che potrebbe essere chiunque di noi. La forza della ribellione e l’andare oltre le regole per cercare chi veramente siamo è la grandezza del romanzo e della Beat Generation più in generale.

Di giorno sulla strada, la sera nei jazz club: questa è la filosofia di Kerouac, Ginsberg e Burroughs. Il legame tra jazz e letteratura nel dopoguerra è fortissimo e, in particolare, le collaborazioni tra i poeti maledetti della Beat Generation e i jazzisti più famosi d’America non mancano. Il preferito dai “Vagabondi del Darma” è stato senza dubbio Charlie Parker, ma erano tenuti in grande considerazione anche Miles Davis e Charlie Mingus. Nei club poeti e musicisti hanno per anni provato a fondere insieme le proprie creatività per cercare di dare una forma artistica al nevrotico stile di vita cittadino, dal quale loro stessi fuggivano. Sono state molte le composizioni jazz di quel periodo dedicate a Kerouac, Bop For Kerouac (Mark Murphy e Richie Cole), Kerouac’s Last Dream (Jack Elliot), ma molte sono state anche le collaborazioni poesie-musica, come The Jack Kerouac Collection e The Beat Generation.

Luogo prediletto d’incontro è sempre stato il Cafè’ Bohemia, su Barrow Street: questo centro della creatività è anche il luogo dove Charles Mingus pubblica Mingus At The Bohemia nel 1955, mettendo ancora più in luce il fortissimo legame tra le correnti Beat e Jazz (nel suo caso Bop). L’affinità tra le due culture è merito del fatto che i poeti Beat hanno sempre espresso i loro sentimenti in parole e musica, facendosi spesso accompagnare da bande Jazz. Hanno sempre preferito destinare le loro poesie a questo tipo di produzione piuttosto che mandarle in pubblicazione. Le vite folli di jazzisti e scrittori della controcultura si sono per anni incrociate e hanno prodotto opere artistiche e letterarie straordinarie, ognuna contente dentro l’altra. Nel Jazz di Mingus, Parker e Davis ci sono tanti viaggi e tanta vita, mentre le avventure dei Beatniks hanno come filo conduttore il jazz d’America che scandisce il ritmo dei viaggi da East a Ovest, da Nord a Sud.

Lo stile moderno e, soprattutto, la contrapposizione tra il frenetico ritmo cittadino e la pace interiore del viaggio rendono sia la letteratura Beat sia il Jazz di Mingus e Parker tremendamente attuali. L’anticonformismo di Kerouac e Mingus ma anche la loro eterna giovinezza rivelano non soltanto caratteri unici e moderni ma hanno anche la grandezza di reinterpretare e riproporre ad uso della contemporaneità grandi generi e autori del passato. I romanzi di Kerouac hanno dentro tanto Proust, tanto Hemingway ma anche le riflessioni Cèline e Thoreau, mentre Mingus, che da giovane avrebbe voluto suonare in un’orchestra di musica classica, ma era stato scartato per il colore della pelle, fu profondamente influenzato nella sua produzione dalla vasta conoscenza della musica classica, cercando sempre di essere all’altezza dei grandi compositori che hanno riempito la sua infanzia.

 

Emilio Caja

Author: Emilio Caja

scrivo per piacere, assecondo una forte tensione che mi porta a rifugiarmi nella scrittura per ritrovarmi nel grigiore cittadino, parlo d'arte e di cultura cercando di stimolare dibattito e idee indipendenti e (se necessario) anticonvenzionali, nel mio girovagare per Milano e per il mondo cerco e osservo la bellezza e mi emoziono di fronte a questa, inseguo esperienze lontane e diverse per farne storie. Nulla, però, mi tiene vivo e mi ispira come la lettura, che mi permette di volare non solo nel mondo ma anche nel tempo.