La Coppa Italia, specchio del Paese: una ricetta per la ripresa nazionale

C’è molto dietro al gol di Alvaro Morata che, dopo 110 minuti, ha indirizzato in modo definitivo la finale di Coppa Italia del 21 maggio. Più di ogni cosa, ci sono due società. La prima è la Juventus, che ha giocato male, sofferto, demeritato, ma ha vinto. La seconda è il Milan, che ha avuto un ruggito di orgoglio. Poi, come da pronostico, inesorabilmente ha perso.

Forse non è chiarissimo, ma sullo sfondo c’è il nostro Paese. Che si trova a metà strada, “tra un domani che arriva, ma che sembra in apnea / e i disegni di ieri, che non vanno più via”¹, e che ha bisogno di rialzare un po’ la testa.

Provare a capire come è il primo passo per farlo.

Partiamo da una considerazione: la ripresa passa per l’economia. I dati: nel 2015, dopo un triennio di arretramento, il Prodotto Interno Lordo italiano è tornato a crescere, aumentando dello 0,8%. È un risultato positivo? Non esattamente. La crescita dell’economia ottenuta è figlia di un maggiore disavanzo pubblico, vale a dire di un maggior debito pubblico, che il già citato 0,8% non compensa se non in minima parte. Inoltre, la congiuntura economica è assolutamente favorevole per lo sviluppo: il prezzo del petrolio è ai minimi storici e l’appetibilità dell’euro è alta², tanto che mediamente la crescita degli altri Paesi europei è superiore alla nostra.

Oltre al benessere generale, ci sono quindi due ottimi motivi per risalire la china. Il primo è che una mancata ripresa in questi anni potrebbe essere rimpianta e vista come una grandissima occasione persa; il secondo è la peggiore visibilità e la conseguente debolezza agli occhi dell’Europa, tutto tranne che positiva.

Per ripartire, bisogna intervenire in qualche modo. Sul settore primario è difficile: è vero che l’agricoltura è in difficoltà, ma lo sforzo da dedicarci sarebbe maggiore del reale impatto sull’economia (secondo gli ultimi dati Istat, il valore aggiunto dell’agricoltura nel 2014 è stato intorno al 2,2% del PIL). Anche intervenire sul turismo è difficile, ma quasi in senso opposto: il 2015 con Expo e Giubileo è stato un anno magico, si sta seriamente lavorando per ospitare le Olimpiadi del 2024 e anche in quest’anno si può trovare un motivo di vanto nella finale di Champions League ospitata a Milano. Insomma, si sta lavorando bene, protesi al futuro e consapevoli delle potenzialità dell’Italia sotto questo piano.

Resta l’industria e torniamo alla Coppa Italia. In Italia nel settore c’è un problema di fondo: ci sono tanti Milan e poche Juventus. Fino al 2007 il Milan era addirittura tra le migliori squadre del mondo (non valeva lo stesso per l’economia italiana, ma può aiutare a rendere l’idea), adesso sono anni di magra. Adesso, vince la Juventus. Non vince la squadra, vince il modello. Vince un apparato che dopo una batosta storica (la retrocessione in Serie B nel 2006) ha saputo cambiare pelle, senza per questo dimenticare la storia e la tradizione.

La Juve non ha fatto altro che mettersi al passo con i tempi; l’ha detto e fatto, senza tergiversare, senza false promesse. Da azienda familiare è diventata una società moderna: la famiglia Agnelli si è affidata a due manager, uno (Giuseppe Marotta) con diverse esperienze brillanti alle spalle, l’altro (Fabio Paratici) astro nascente nel campo. La diretta conseguenza è che la campagna acquisti della società è già chiusa quando le altre squadre devono ancora iniziarla; per di più ad oggi ogni giovane calciatore italiano di belle speranze è di proprietà della Juve. È stato costruito un nuovo stadio, arrivando per primi a godere dei benefici di uno stadio di proprietà; come in qualsiasi azienda che si rispetti, la trasparenza è il primo dei valori da rispettare. Il risultato è un “prodotto” di qualità e rendimento nettamente superiore agli altri. Sopportate battute d’arresto iniziali adesso la Juventus ride, dopo cinque anni di dominio, con Andrea Agnelli tuttora presidente.

Dall’altra parte c’è il Milan, che in un decennio, escluso il picco del 2010, dal tetto del mondo è arrivato a toccare il fondo. Emblema della situazione è stata l’ultima assemblea degli azionisti, in cui i piccoli azionisti hanno chiesto senza mezzi termini un rinnovamento totale della società. Si è arrivati a questo punto per forza di cose, aggrappati alla tradizione, fieri dei bei tempi andati puntualmente ricordati con nostalgia nei periodi più bui. Stessa struttura dirigenziale, new entry esclusivamente di famiglia (vedi Barbara Berlusconi), il risultato non può che essere una situazione terribile, acuita dall’addio, nel 2014, di Ariedo Braida, l’unico vero manager in società.

Fuori dalla metafora, la situazione dell’industria italiana è più o meno questa. Una ricerca svolta da Banca Cr Firenze Intesa e Irpet ha sottolineato come in Toscana il 90% delle cosiddette “imprese locomotiva”, ossia quelle che anche negli anni della crisi hanno trainato economicamente la regione, sia ancora nelle mani dei proprietari storici. Questo in un primo momento ha comunque portato a una forte crescita del loro fatturato, ma adesso per svilupparsi ulteriormente servono manager dall’esterno, ingresso di nuovi soci, apertura mentale e materiale.

È qui che bisogna intervenire, per evitare una crescita che si fermi allo “zero virgola”. Servono imprese più disponibili alla separazione tra patrimonio personale e patrimonio aziendale, meno dipendenti dai finanziamenti delle banche, più organizzate dall’esterno e meno volte a vivacchiare coltivando rapporti storici. Questo non è sinonimo di perdita totale del controllo familiare: basta pensare proprio alla famiglia Agnelli, o alla Ferrero.

Nell’ambito della stessa indagine emerge anche come le imprese più “open-minded” non trovino manager esterni disposti ad accettare l’incarico, mentre sul piano della ricerca solo il 6% delle idee di sviluppo arriva dalle università. In generale la verità è che serve una maggiore comunione di intenti. Come le imprese devono essere stimolate a porre la tradizione un po’ più in secondo piano, i manager devono diventare più flessibili nelle loro richieste e più propensi ad accettare incarichi che magari in un altro contesto non sarebbero graditi; allo stesso modo, se le imprese devono dedicare più risorse alla ricerca e sviluppo, dall’altro lato le università e i dipartimenti di ricerca propongano più progetti funzionali alla ripresa. Da parte dello Stato in questa situazione più che mai servirebbe un forte intervento in un ambito poco considerato ma di primaria importanza come la burocrazia, il cui apparato, anche solo come segno di apertura verso un cambiamento radicale, andrebbe snellito.

Continuando il paragone calcistico, come la Juventus ora domina il nostro campionato e alza gradualmente la voce anche in Europa l’Italia, prendendo subito coscienza della situazione e poi attuando misure ad hoc, ha tutto per potersi rialzare e rafforzare il proprio ruolo e la propria autorità a livello continentale, perchè le conseguenze della “comunione di intenti” sarebbero notevoli.

Innanzi tutto, la minore dipendenza dai finanziamenti degli intermediari porterebbe a un aumento di efficienza del sistema bancario, che si ritroverebbe in condizioni più favorevoli per supportare, economicamente, progetti più innovativi e per questo con minori garanzie; in secondo luogo, da imprese più innovative e aperte discende un aumento delle relazioni intersettoriali e quindi un miglioramento delle prestazioni, attraverso una maggiore efficienza assoluta e un grado più alto di trasferimento della stessa da uno specifico settore all’intero sistema economico: non a caso in Germania, dove questo processo è in una fase più avanzata rispetto all’Italia, i dati testimoniano il più alto valore aggiunto generato dalle aziende. A questo risultato si giunge anche grazie alla più rapida diffusione dell’innovazione, tanto importante quanto la ricerca della stessa, altra conseguenza della maggiore cooperatività.

Restano tre aspetti da analizzare: una variabile impazzita, una realtà in divenire e un premier che sembra crederci davvero. La potenziale variabile impazzita è il Sud Italia. Trovare un piano sostenibile affinché il Meridione torni a essere parte attiva dell’economia del Paese è tanto difficile quanto formulare un’ipotesi per la ripresa nazionale, anche se forse una più attenta allocazione dei fondi in certe circostanze avrebbe già potuto aiutare (la Bre-be-mi serviva davvero?). In ogni caso dovrebbe essere il primo argomento di dibattito, non una causa persa e il governo su questo sembra un po’ nicchiare. È strano, perché sarà banale ma in un processo di crescita serve il contributo di tutti, quindi un apporto significativo di almeno cinque Regioni in più cambierebbe, e molto, i programmi.

La realtà in divenire è il Parma Calcio: fallito un anno fa, preso in mano in estate da sette grandi finanziatori con a capo Guido Barilla, basandosi su un azionariato popolare ha costruito i propri investimenti sui contributi dei tifosi-soci, che possono arrivare a possedere il 40% della società. È l’unica squadra che in Italia, a livello professionistico, non ha perso neanche una partita ed è solo all’inizio della risalita. È un esempio di apertura mentale e materiale, appartenenza, trasparenza; nel suo piccolo, una testimonianza di come sia possibile ripartire, anche grazie all’entusiasmo e alla passione. In ultimo, Renzi e il suo hashtag #lavoltabuona. Al di là dei suoi tratti giolittiani soprattutto nel rapporto con il Sud sopra citato, ha in parte ragione: c’è tutto perché l’Italia alzi la testa. Oltre al referendum costituzionale, però, non si dimentichi l’economia; un altro anno non si può buttare.

Per saperne di più:

Il fenomeno Parma

La “macchina” Juve

Note:

1: Ligabue, Buonanotte all’Italia, 2007

2: una moneta è più “appetibile” nel momento in cui per le variazioni sul mercato dei cambi diventa relativamente “meno cara”: come conseguenza aumenteranno le esportazioni del Paese in cui è in uso (per gli altri Stati, a parità di prezzo, converrà acquistare beni su quel mercato), per il quale quindi la produzione sarà stimolata e l’attività economica ne risentirà positivamente.

Author: Andrea Caccia

“Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste“