Il cane che insegue la sua coda

Invasa dai migranti perché via principale verso l’Europa, sotto attacco dei terroristi nelle zone più ricche, in crisi umanitaria nel Kurdistan e in crisi politica con tutto l’Occidente, la Turchia è un Paese a pezzi. Però è causa del suo stesso male: per un passo avanti compiuto in un verso, ricasca in un passo indietro in un altro. Come un cane che invece di correre verso l’orizzonte passa il tempo a inseguire la propria coda.

Il problema è che alla lunga il cane diventa pazzo.

Se la Turchia non è ancora esplosa, poco ci manca. Non più tardi di una settimana fa nel centro di Istanbul è scoppiata una bomba. 11 morti, una quarantina di feriti. Rivendicazioni, congetture, ipotesi: alla fine sembra essere colpa dei terroristi curdi. È solo l’ultima di tante tragedie: la più “famosa” è forse l’attentato sempre nel cuore della città sul Bosforo del 12 gennaio scorso, vicino alla Moschea Blu, in cui hanno perso la vita 8 turisti tedeschi, la più tragica quella del 10 ottobre, ad Ankara, dove i morti sono stati più di 100 e i feriti circa duecento. In generale, da un anno a questa parte gli attacchi sono diventati all’ordine del giorno. In Kurdistan in questo stesso periodo è ripreso lo scontro frontale con la minoranza curda, che denuncia violazioni dei diritti umani attraverso (pochi) attivisti coraggiosi e violazioni dei patti stabiliti: le rare testimonianze che arrivano dal campo di battaglia sono uniformi nel parlare di un governo che dichiara il coprifuoco e poi invece massacra la popolazione.

“Mehmet Tunç, presidente dell’assemblea popolare di Cizre, in collegamento telefonico a una conferenza tra curdi, Turchia e Ue al Parlamento europeo il 27 gennaio, aveva lanciato un appello: “Vi preghiamo di fermare questa atrocità. Avete la forza per fermare questo massacro. In caso contrario, vi considereremo complici”. Mehmet è stato assassinato in uno scantinato. Di lui è rimasta una manciata di ossa.” Faysal Sariyildiz

Il problema di fondo è che si tratta di un grande circolo vizioso, che comincia e finisce con Recep Tayyip Erdogan, il presidente della repubblica, il Sultano. Dietro alla serie di attentati che sta affliggendo il Paese ci sono tre colpevoli: lui, i militanti del Pkk, cioè gli estremisti curdi, e i kamikaze dello Stato Islamico. La crisi del Kurdistan nasce dalla volontà del Sultano di sterminare il Pkk che, in risposta, provoca stragi di civili. È un dramma senza un’apparente fine, un massacro che coinvolge, tra l’altro, migliaia di innocenti che prendono dichiaratamente le distanze dagli estremisti. La maggioranza dei curdi più che nel Pkk si rivede in formazioni politiche (come l’Hdp) portatrici della loro volontà di essere riconosciuti e considerati, con l’obiettivo di ottenere l’autonomia locale ma attraverso un processo puramente democratico. Il dialogo tra le parti però è morto e dal cessate il fuoco degli ultimi tre anni, figlio delle trattative svolte da Erdogan in prima persona con Abdullah Ocalan, leader del Pkk (in carcere dal 1999), si è tornati ai livelli massimi di un conflitto che dal 1980 a cinque anni fa ha causato più di 40000 vittime. Per reagire all’ondata di violenze, Erdogan ha anche ulteriormente inasprito la normativa antiterrorismo, già rigida. Il risultato è stato l’abbattimento dell’opposizione, tramite l’annullamento dell’immunità parlamentare per i deputati e soprattutto attraverso la privazione ai cittadini di libertà di stampa e di espressione. Oggi, in Turchia, sviluppare un pensiero critico può portare all’ergastolo. Non mancano voci coraggiose, uomini che non vogliono farsi schiacciare: Can Dundar, direttore di Cumhuryet, storico quotidiano del Paese, ha reagito dichiarando che “se la ricerca della verità è un crimine, continueremo a commettere quel crimine“. La maggior parte delle testate, però, quando a inizio marzo Zaman, il giornale più diffuso sul suolo nazionale, è stato commissariato dal regime ha preferito non riportare la notizia, per timore di subire lo stesso trattamento. Il giornale è tornato in edicola due giorni dopo, stravolto nei contenuti e nella linea editoriale, e le sue vendite sono crollate.

L’attentato di Ankara sopra citato, inoltre, uno dei più cruenti nella storia della Turchia, è risultato simbolico di quanto lo stesso Erdogan possa essere direttamente coinvolto nell’ondata di violenze sui cittadini: le centinaia di persone coinvolte, tra morti e feriti, erano manifestanti di sinistra, appartenenti ai sindacati e al partito filo-curdo Hdp, che chiedevano una tregua nel conflitto tra lo Stato e la minoranza curda. Non ci sono mai state rivendicazioni, solo sospetti, tra i quali, per quanto poco se ne sia parlato, quello del leader dell’Hdp Demirtas (“Siamo di fronte a uno stato assassino che si è trasformato in una mafia”) rimane forte e plausibile.

In un contesto del genere, non può sorprendere nemmeno l’adesione di alcuni cittadini turchi all’Isis e le loro conseguenti rappresaglie tramite attacchi kamikaze in mezzo alle folle: ci sono tutti gli ingredienti per stimolare una fuga dal mondo in cui si è cresciuti per abbracciare una visione opposta della situazione. Per di più l’atteggiamento di Erdogan verso lo Stato Islamico è quantomeno controverso: se Can Dundar rischia l’ergastolo, è perché è colpevole di aver dato prova delle spedizioni di armi da parte del regime, sotto la protezione dei servizi segreti, ai jihadisti in Siria e Iraq.

Non è questo il modo possibile di muoversi verso il futuro: il cane non solo insegue la sua coda, la morde e si fa terribilmente male. Così, la situazione può solo degenerare.

Al puzzle manca ancora un tassello fondamentale: l’Europa, anello del grande circolo vizioso che caratterizza la Turchia. Le relazioni tra Turchia ed Europa toccano, su tutto, due argomenti, tra loro in parte legati: l’entrata del Paese nell’Unione e la gestione dei flussi migratori che hanno nell’Anatolia una grande direttrice. Sono tanti anni che, da entrambe le parti, si cercano accordi per portare al grande passo ma tra accuse neanche troppo velate e mancanza di intesa l’ingresso della Turchia sembra abbastanza lontano. Il problema di fondo è il contesto sopra descritto, che mette in luce come nel Paese nessuno dei valori che contraddistinguono l’Europa di oggi sia presente. Da repubblica la Turchia sta diventando ogni giorno di più il giocattolo di Erdogan; diventa difficile parlare di democrazia quando modifichi le leggi per perseguire i tuoi avversari politici, quando attacchi quotidianamente la libertà di opinione e di stampa e quando ostruisci la crescita di un pensiero critico. In più la contesa con la minoranza curda non aiuta: se Erdogan volesse dare un segnale forte, potrebbe aprire un tavolo delle trattative; non lo sta facendo. Finché la situazione rimarrà questa non c’è motivo economico che tenga e sarà molto difficile vedere la Turchia nell’Unione.

Forse è destino ed è giusto che non ne faccia parte. Si parla molto, da almeno un anno a questa parte, di un’Unione Europea in frantumi. È abbastanza vero: la crescita dei nazionalismi è sintomo di masse insoddisfatte, il rischio “Brexit” è alto e sarebbe un bruttissimo colpo, la Grecia ha seriamente rischiato il tracollo economico. È passato però in secondo piano un grande merito dell’Unione, cioè la creazione di uno spazio in cui sentirsi sempre a casa. Da Lisbona a Stoccolma sembra semplicemente di avere cambiato regione ma non nazione, è grandioso e questo ha creato un senso di appartenenza senza precedenti, ne è testimonianza lo sgomento comune e il senso di fratellanza davanti agli attentati degli ultimi anni. La Turchia probabilmente appartiene a un altro mondo: in questo momento è più vicina all’Iraq di Saddam o alla Libia che alla stessa disastrata Grecia. Anche la recente condanna del Bundestag sullo sterminio degli armeni, ritenuto genocidio contrariamente al pensiero di Erdogan, definisce in modo abbastanza netto una distanza nella visione della realtà. Più che fisica, la distanza è mentale.

People look on as security and medics examin the scene following an explosion at the main train station in Turkey's capital Ankara, on October 10, 2015. At least 20 people were killed in the explosion which happened ahead of an anti-government peace rally organised by leftist groups later in the day, including the pro-Kurdish Peoples' Democratic Party (HDP). AFP PHOTO / FATIH PINAR

L’Europa è consapevole che questo non implica assolutamente il laissez-faire, anzi. Le relazioni con il governo turco sono continue e a marzo hanno anche portato, per far fronte all’emergenza dei migranti, alla sottoscrizione di un accordo per cui alla Turchia sarebbero stati versati 8 miliardi per migliorare la gestione delle partenze verso le isole greche; in cambio di questo impegno, gradualmente i cittadini turchi dovrebbero godere della liberalizzazione dei visti per entrare in Europa.

Il condizionale è d’obbligo perché sono sorti attriti e minacce di mancato rispetto dei patti da entrambe le parti; la verità più generale è che ancora una volta a un progresso corrisponde un regresso. A inizio maggio si è dimesso Ahmet Davutoglu. Sarebbe più giusto usare il termine “silurato”, visto che lui stesso, in conferenza stampa, ha affermato che “è stata più una necessità che  una scelta”. Professore universitario, ex ministro degli esteri, dal 2014 Davutoglu era il primo ministro, fedelissimo del presidente. La sua colpa è stata quella di avere progressivamente optato, durante questo mandato, per una via sempre più diversa, tutt’altro che sbagliata. Era favorevole a riprendere il dialogo con gli esponenti del Pkk, era contro gli arresti e le condanne a giornalisti e avversari politici, era contro il Sultanesco desiderio di arrivare a una repubblica presidenziale: troppo per Erdogan e il suo autoritarismo. Il problema è che oltre a tutto questo l’ormai ex premier era l’interlocutore con cui l’Unione Europea aveva tessuto le relazioni degli ultimi anni, che con l’accordo di marzo di cui sopra avevano finalmente portato a qualche, seppur piccolo, risultato. Saltato lui, si spera che non salti l’accordo.

C’è un problema ancor più grande. Se si deve (e la risposta è sì) pensare a come affrontare la questione turca, l’unica certezza è quella di ripartire da Ahmet Davutoglu e in questo senso il suo allontanamento dalla scena politica non può che essere visto come un passo falso. È facile sperare che cada il regime di Erdogan perché la situazione migliori, ma non è neanche troppo giusto. Se dopo Erdogan c’è il caos, paradossalmente ben venga il Sultano: in Libia si esultava alla morte di Gheddafi e i primi spiragli di luce si stanno vedendo in questi giorni, dopo anni in cui la frammentazione del potere ha portato a una diffusione inaudita della violenza, alla conquista da parte dell’Isis di diverse zone del Paese e al rimpianto della dittatura. In Turchia non può essere lo stesso, ma il rischio può diventare concreto: alle ultime elezioni, il già citato Hdp di Selahattin Demirtas ha coniugato gli interessi della minoranza curda con quelli dei delusi, degli stufi di tutto, in scia a un fenomeno che ha interessato gran parte del mondo occidentale. È un primo segnale di insofferenza, da valutare e analizzare, ma che non deve portare a una svolta in quella direzione, perché all’euforia iniziale seguirebbe solamente il caos generale. Serve un esecutivo di individualità simili a Davutoglu, politici moderati con un programma definito, che fondino il loro mandato sui diritti per cui tutti i giorni i cittadini turchi lottano. È bene che si verifichi il prima possibile: sarebbe un grandissimo passo per definire la situazione in tutto il Medio Oriente.

Author: Andrea Caccia

“Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste“