Londra

//Nere ambientazioni di parchi desolati,

Un cielo blu cobalto

Tempestato di candide macchie bianche

Un nuovo mondo in mezzo a un mare d’aria

 

Vedo panchine vuote

Alle luci del giorno fedeli testimoni

Dello svolgersi della vita;

Inerte la notte, raccontano paura e solitudine.

 

Il fruscio degli alberi

I cui rami pieni di vita si muovono leggiadri

Come il mare in lontananza

E’ la pace di Londra, il cuore della mattanza.

 

Ho visto uomini muoversi nel sottosuolo

Assomigliavano a macchine

Forse guidati da una forza interiore

Non riesco ancora a capire: liberi o controllati?

 

Ho visto uomini e donne,

Bianchi e neri,

Trovarsi nei parchi

E non perdersi in superflue apparenze

 

Ma ho visto uomini mordersi

Arricchirsi alle spalle degli altri

E poi tornare nel sottosuolo

Al ritmo degli altoparlanti.

 

L’intensità del mattino si perde

Nell’immensità della notte

Fatta di jazz club, di birra e di serenità

Libera libertà, reali virtù. C’è speranza.\\

 

Ho vissuto a Londra.

Ho amato Londra.

Il ritmo rapido e concreto di questa città mi ha affascinato.

La città è borderline, potrebbe esplodere da un momento all’altro.

Soltanto l’ordine e il rigore dei suoi abitanti impediscono il collasso e l’anarchia. Eppure questa città, i cui soldatini si muovono ordinati e veloci nel sottosuolo metropolitano, lavora alla perfezione, sul filo di un rasoio. Borderline.

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Anime nere, anime gialle e anime ariane insieme si fondono e si integrano in uno scenario utopico.

A Londra non c’è spazio per classismo, non c’è tempo per lo snobismo, ognuno vive la propria frenetica vita senza giudicare le scelte degli altri.

Ho visto uomini di tutte le razze, di tutte le religioni, di qualsiasi orientamento sessuale esprimersi liberamente.

Il quadro che si crea è variopinto, pieno di sfumature particolari e caratteristiche.

L’influsso dei tanti popoli e dei milioni di singoli individui che creano questo immenso quadro si vede ovunque: per le strade, nei negozi, nella metropolitana, nei mercati.

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A Londra ci si mostra per ciò che si è.

Meglio, a Londra è più facile trovare CHI si è!

Una città libera, una città felice.

 

 

Ho vissuto a Londra.

Ho anche sofferto Londra.

La sua vasta estensione e la sua Infernale discesa ti fanno sentire nullità in un mare di persone.

Non c’è spazio per inutili protagonismi, per insulse rivendicazioni del proprio Io.

Londra le prende e le sbatte duecento metri sotto terra, accalcate insieme a quelle di altre migliaia di persone dentro ad un umido vagone di un treno.

Non sei nessuno e Londra non t’illude per nessun motivo.

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Il nero realismo con cui Londra ti accoglie è rivelatore.

La meritocrazia della scuola e le pari opportunità sociali per tutti stimolano il mio impegno.

Neanche io ormai ho voglia di giudicare.

Chi sono in fondo per farlo?

Un soldatino all’interno di una macchina perfetta, come tanti.

 

 

A Londra è l’umiltà che bisogna ricercare, che si voglia o no.

L’umiltà ti porta ad accettare gli altri.

L’umiltà ti fa vivere più sereno, conscio dei tuoi obblighi, ma anche dei tuoi diritti.

Io, individuo libero, mi rapporto ad altri come tale, senza bisogno di rifugiare le mie paure alzando barriere.

Le astrazioni classiste sono superate, le barriere sono abbattute ed io accolgo l’altro, il diverso da me con estrema naturalezza.

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Londra mi ha fatto scoprire cosa sono veramente l’accettazione, la libertà e l’autonomia.

Questa personale epifania non deve essere necessariamente verità né tantomeno una rivelazione per tutti.

È un’emozione libera e personale, come quelle di ognuno di noi dovrebbero aspirare a essere.

Nessun canone, nessuna regola, nessun giudizio.

Liberi e individui.

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di Jack Eliot