Sowhat?­ – L’altra faccia (dimenticata) del Sudafrica

Brian assomiglia un po’ a un vecchio gabbiano. È volato via dal tempo ballerino inglese, conserva un pizzico di (scadente) humour della sua terra, non capisce perché i suoi connazionali abbiano voluto uscire dall’Europa; al di là di questo, scarrozzandoci verso un centro commerciale nei dintorni di Johannesburg, definisce il posto in cui ha scelto di vivere come “the most sofisticated country in Africa” e dopo una prima occhiata in giro non possiamo dargli torto.

In effetti appena arrivati solo alcune strade trafficate e polverose fanno pensare al Sudafrica come qualcosa di potenzialmente molto diverso dal mondo occidentale. Quando per caso, a cena, la conversazione tocca la situazione del Sud Sudan, Brian ne parla come un altro mondo; Cape Town ci viene descritta come una realtà, a sua volta, molto distante (in positivo) dal resto del Paese. Lo è, assolutamente; molte persone, addirittura, relativamente più ricche in altre zone, accettano un’esistenza di stenti pur di viverci. Sembra di essere in un’isola felice (e molto distaccata; è certo che si parla di dimensioni diverse, ma l’Europa, in confronto, sembra tutt’altro che in crisi) seppur alcuni indizi, come il costo della vita incredibilmente più basso rispetto ai nostri standard – Brian ci rivela che ogni tanto vorrebbe tornare in terra inglese, ma non può permetterselo – e il fatto che al di fuori del quartiere degli affari Johannesburg non si possa visitare perchè troppo pericolosa possano far scattare qualche campanello d’allarme.

Vedendo Soweto, però, si scoperchia un calderone lasciato inizialmente in disparte e cambia decisamente il panorama del Paese. Quando risaliamo sul pullman, “impressive” è la parola sulla bocca di tutti e se prima di camminare per le stradine sterrate di Kliptown (il quartiere della lower class) si scherzava, si rideva, ci si scambiava qualche occhiatina malevola per Italia­-Germania, dopo ognuno preferisce guardare fuori dal finestrino e sarà così per un po’.

Del resto, la città lascia a bocca aperta. Il nome è la contrazione di “South Western Townships”, coniato per definire l’area di baraccopoli a sud­ovest di Johannesburg, creatasi a partire dalla fine dell’Ottocento quando sono stati collocati qui i lavoratori neri delle miniere d’oro appena scoperte e ingranditasi (o meglio esplosa) con l’ascesa dell’apartheid. Non ci vivono bianchi, ufficialmente si tratta di un distretto di Johannesburg, ma è una municipalità a sé. Sonny, la nostra guida, ci illustra prima di arrivare la divisione in quartieri della città, incredibilmente evidente fin da subito: la upper class vive in villette, spesso acquistate e poi date a loro in affitto dalla classe benestante delle metropoli del Paese. Sono molto belle, pulite, ordinate, spaziose, ma ci vive una percentuale bassa dei cittadini e non arriva l’elettricità. Le case della middle class fanno già riflettere, perché la classe media che noi conosciamo, in confronto, vive in una reggia. Due o massimo tre stanze (la terza, quando c’è, spesso è data in affitto), nuvole di spazzatura al ciglio di ogni strada, qui abitano molti tassisti, poliziotti, imbianchini, chiunque riesca ad alzare minimamente la testa dalla marea umana della lower class. È un preludio alle emozioni e soprattutto alla valanga di pensieri che susciterà Kliptown: quando il pullman svolta l’angolo sembra di entrare in una delle fotografie che arrivano quotidianamente dal Camerun, dal Gabon, scompaiono i grattacieli di Johannesburg, la modernità di Cape Town e la (meravigliosa) natura dei parchi e del Limpopo. Si entra in una strada polverosa e sterrata, da un lato un barbiere è all’opera, un taglio, uomo o donna, costa un euro; dall’altro si vendono capre e pecore a prezzo di saldo (per quanto sia possibile). La gente in strada cammina davanti al pullman e si inizia a capire di cosa si tratta: è un altro mondo, una realtà così diversa da quelle in cui noi europei, messicani, australiani e nordamericani che ci incrociamo sul bus siamo abituati a vivere che l’effetto non può che essere quello di sbigottimento, compassione e infinita solidarietà. Ci accoglie Mo, un ragazzo di 28 anni che gestisce la struttura della KYP (Kliptown Youth Program), un’associazione che prova a regalare un futuro al numero più alto possibile di bambini tra i quasi 5 milioni di persone che vivono qui. Prima di parlare del progetto, diamo un’occhiata ai dintorni. I luoghi di ritrovo sono i punti di raccolta dell’acqua potabile, Mo ci dice che è qui che i ragazzi conoscono le proprie fidanzate, scherza ma non sembra andare tanto lontano dalla realtà. I bagni sono semi­pubblici, nel senso che uno deve servire per 25 famiglie; l’elettricità, quando si riesce, arriva illegalmente. Se fuori fa freddo nelle case fa freddo, funziona così; entriamo in una stanza di 25 metri quadri in cui dormono 8 persone, c’è un letto, ci sono due divani, gli altri dormono a terra e si fanno i turni. Le altre abitazioni non devono essere molto diverse. Gli uomini non trovano lavoro, passano le giornate a un rudimentale tavolo da gioco; quando Mo, fissandoci negli occhi, ci dice fieramente “Born and raised here, men”, non possiamo fare altro che ammirarlo.

La nota lieta è la “positive attitude” di cui Mo è intriso e parla come un mantra e che trascina lui e altri ragazzi a impegnarsi in progetti come quello della KYP. In generale, in effetti, guardando i volti per le strade non vengono in mente i pescatori di Aci Trezza o i dubliners di Joyce e l’ineluttabilità del loro destino, è gente che vuole alzare la testa, ma non ha mezzi per farlo. Di fianco alla casa in cui siamo entrati sorge la struttura dell’organizzazione, che si prende cura di 400 ragazzi spingendoli verso l’istruzione e una vita di sorrisi coltivandone le passioni, in primis lo sport, in particolare il calcio, per il quale a Soweto tutti impazziscono. I risultati sono stati ottimi, molti ragazzi si sono diplomati, sul piano sportivo ci viene orgogliosamente mostrata una bacheca strapiena di coppe e, soprattutto, di recente la comunità ha ottenuto ingenti donazioni anche da personaggi come Susan Sarandon e 50 Cent, segno di una sempre maggiore presa di coscienza della situazione e della grande attività dell’associazione stessa.

Più tardi, guardando fuori dal finestrino, mi rendo conto di cosa sia veramente l’Africa. Probabilmente è una realtà anche più toccante, perché se a Soweto per lo meno si può trovare qualche lampo positivo non è detto che lo stesso valga per il resto del continente: dalla prevalenza di governi dittatoriali alla mancanza di associazioni che lavorino per migliorare il più possibile la situazione, le cause possono essere tante. La verità è che, in modo impressionante, fin dal primo momento si percepisce come in realtà siano questi i luoghi in cui batte, forte, il vero cuore della nazione e che, persino oggi, la storia venga scritta qui. Più del Victoria & Alfred Waterport di Cape Town, più del financial district di Johannesburg: è da Soweto che è partito l’ultimo grande passo nella storia del Paese, ovvero la sconfitta dell’apartheid e il primo balzo in avanti, da parte di un Paese africano, verso la modernità dell’occidente. È in queste strade che è stato ucciso Hector Pieterson, un ragazzo di tredici anni diventato simbolo della rivolta contro il regime e stimolo definitivo, nel 1976, a ribaltare la situazione una volta per tutte, a eliminare le differenziazioni tra bianchi e neri, a definire, nel Paese, i valori che già contraddistinguevano gli Stati occidentali. È avvenuto con successo: Madiba, ossia Mandela, e Desmond Tutu, l’arcivescovo della Chiesa anglicana, sono venerati come dei. Hector Pieterson è un eroe nazionale; gli è stato dedicato un memoriale e intitolato un museo in cui è raccontata la sua storia e quella del ragazzo, poco più grande, che dopo avergli prestato soccorso è stato costretto ad abbandonare il Paese e di cui non si hanno più notizie da decenni. Più in generale, da Soweto e altre realtà simili ha preso vita il processo per cui il concetto di democrazia è stato allargato a tutti gli abitanti e tramite cui negli anni attraverso testimonianze, racconti, esaltazioni di personaggi o per l’appunto musei o memoriali il precedente regime è stato totalmente condannato. Il risultato è un Sudafrica almeno un passo avanti rispetto alla maggior parte degli Stati africani; non tanto per l’elezione di un presidente nero – è avvenuto in numerosi Paesi – quanto perché spesso a una dittatura coloniale è seguito un regime dello stesso stampo, guidato da un ex uomo del popolo, e dove si è chiusa quest’ultima epoca il caos, non la serenità, ha avuto il sopravvento (si pensi alla Libia). Qui invece da quando, nel 1990, de Klerk ha indetto la scarcerazione di Mandela, l’African National Congress (ANC), con inizialmente a capo lo stesso Madiba, si è gradualmente affermato sulla scena politica; dal 1994 il partito è stabilmente a capo del Paese, a tal punto dalla presenza, oggi, di problemi quasi di stampo occidentale, dalla diffusa antipatia e insofferenza verso un grande leader (Zuma) e una voglia di cambiamento che secondo le previsioni si dovrebbe riflettere nel voto di inizio agosto alla disoccupazione come grande problema, tra l’altro alla base della piaga del poaching, ossia l’attività dei bracconieri. Soweto e le altre townships, però, restano uno snodo cruciale. La fine dell’apartheid ha garantito l’uguaglianza, tra neri e bianchi, davanti alla legge; oggi la partita non cambia stadio, ma si deve giocare sul piano economico. In questo, Johannesburg è il simbolo dell’intero Paese: in pochi chilometri si passa dal luccicante Soccer City, lo stadio rimesso completamente a nuovo apposta per il Mondiale, alle case di lamiera di Kliptown. Le due facce del Sudafrica, così vicine e così lontane. Lontane anche per una questione di atteggiamento: Brian ci dice che il Mondiale ha portato un entusiasmo mai visto, ma poche conseguenze economiche e ripercussioni sul benessere collettivo. In effetti, in giro, su questo piano si percepisce una certa resa, una staticità, come se uscire dal binomio fosse impossibile. È un errore: una nazione così cambiata con successo negli anni, così capace di scriversi continuamente una storia, non può fermarsi ora. In più, a differenza del resto dell’Africa, per meriti propri può godere di opportunità incredibili: che vengano sfruttate, o tra dieci anni sarà il tempo dei rimpianti. Ci sono tutte le carte in regola perchè il treno prosegua la sua corsa, il capolinea non è lontano ed è un posto in cui molti vorrebbero arrivare. Forza.

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Author: Andrea Caccia

“Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste“