Come diventare se stessi – David Foster Wallace

21 maggio 2005

Alla Graduation Speech di Kenyon College parla David Foster Wallace.

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Il tema centrale del discorso è il significato dell’educazione umanistica. Si sa, il grande luogo comune sull’insegnamento di tipo umanistico è che insegni a pensare. Che cosa vuol dire veramente imparare a pensare? Inoltre, abbiamo noi bisogno di qualcuno che ci insegni a pensare? Wallace risponde “la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo (Kenyon College n.d.r.), non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare.”. Risata. Qualsiasi ventenne risponderebbe con una risata a un’affermazione di questo tipo. Perché perdere tempo a discutere della mia libertà di scelta, quando questa per me, ventenne, sembra un’assoluta ovvietà? Eppure la grande ovvietà, a pensarci bene, non è poi così ovvia. Insegnare a pensare vuol dire, infatti, fornire la capacità di “avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze”. Insegnare a pensare vuol dire, soprattutto, capire e, dunque, affrancarsi da quella che Wallace chiama la “configurazione di base”. Vuol dire smetter di essere totalmente concentrati soltanto su noi stessi, non lasciare che tutta la nostra esperienza nel mondo sia interpretata attraverso la configurazione di base. Che cosa è, però, la configurazione di base? È l’egoistica convinzione che qualsiasi situazione cui vado incontro nel corso della mia vita riguardi solo e soltanto me. Giudicare il mondo esclusivamente in conformità a categorie soggettive. La forza dell’educazione umanistica deve essere invece quella di darci il tempo per fermarci e riflettere: cosa devo pensare ma, soprattutto, come farlo? La questione è fondamentale per riuscire a VIVERE la routine quotidiana. Nel corso di una giornata-tipo ci si imbatte in molti momenti morti. I momenti morti sono quelli in cui la vita di tutti i giorni ci porta, ma nei quali, spesso, preferiremo non imbatterci. Pensate ai lunghi tragitti mattutini in metropolitana, alle estenuanti attese in coda per il caffè alla macchinetta, la coda al supermercato, rimanere bloccati nel traffico, non trovare un posto per sedersi a lezione… Si potrebbe andare avanti ore. Chiaramente questi momenti “vuoti” aumentano con l’aumentare dell’età, per il semplice fatto che avere un lavoro, una famiglia e una macchina porta a stabilizzarsi su una routine sempre più ordinata. D’altra parte si potrebbe anche scegliere la via del nichilismo, dell’allontanamento dalla società e i suoi valori, ma non è questo ciò che ora ci interessa.

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