Alea iacta est

Il referendum incombe e le ripercussioni che tanto l’eventuale vittoria del “Sì” quanto soprattutto quella del “No” produrranno non solo in materia costituzionale ma anche in ambito politico non possono e non potranno essere ignorate.

Facciamo un passo indietro. Fin dal principio del lungo e tortuoso cammino che ha portato, dopo ben sei letture, alla formulazione attuale del testo della riforma, Matteo Renzi ha posto l’accento sulla estrema importanza che la riforma stessa avesse nel quadro del programma dell’attuale governo, la cui permanenza in carica, per espressa dichiarazione del Premier, è stata in principio vincolata all’approvazione di questa. L’iniziale decisione del segretario del Pd di personalizzare il referendum può essere guardata da due diverse prospettive, non necessariamente antitetiche né alternative: da un lato può apparire come il tentativo poco nobile di creare pressione psicologica sull’elettorato spinto a votare in maniera affermativa dal timore, giustificato, che la caduta del governo Renzi determini il precipitare del paese in situazione di grave instabilità politica; dall’altro può apparire assolutamente logico e coerente che il governo si dimetta qualora il punto focale attorno cui ruota il suo programma sfumi nell’impossibilità di essere realizzato in seguito a pronuncia diretta negativa del popolo italiano.

Se si assume che la dichiarazione del Premier, secondo cui il governo avrebbe rassegnato le proprie dimissioni in seguito ad esito negativo del referendum, fosse un mero proclama volto a condizionare il voto dell’elettorato, è innegabile che in tale circostanza Renzi ha fatto un vero e proprio buco nell’acqua. La prospettiva che il governo cada è preoccupante: in un momento in cui non solo nel Bel paese, ma anche al di fuori dei confini nazionali il centrodestra, o meglio la destra storica, vive un periodo di forte crisi, Renzi appare, a seconda degli orientamenti, o come l’unica personalità in grado di guidare la nazione, o come l’alternativa meno peggiore nel quadro politico italiano. I Pentastellati stanno acquisendo un ruolo sempre più importante a livello nazionale e, come dimostrano i recenti risultati delle elezioni amministrative, rappresentano oggi il vero antagonista del Partito Democratico. Il M5S si è, infatti, affermato nella capitale con Virginia Raggi, eletta con oltre il 67% dei voti (sonora vittoria!) e a Torino dove Chiara Appendino è prevalsa su Piero Fassino “prendendo” la città, da tempo in mano al Pd. Il Movimento fondato da Grillo e Casaleggio, che vive dunque oggi il momento più importante dalla sua fondazione, si trova per la prima volta a ricoprire la posizione non di opposizione, ma di maggioranza ed è quindi chiamato ad un’azione che non può essere esclusivamente distruttiva ma deve necessariamente essere anche costruttiva: come direbbe Cartesio la pars destruens è poco funzionale se a questa non segue un’idonea pars costruens. La grande domanda è proprio questa: è pronto il Movimento a prendere le redini del paese? Focalizzarsi ora eccessivamente sull’operato di Virginia Raggi, in merito al quale in queste settimane le critiche sono state numerose, e trarre da questo considerazioni generali in merito ad un futuro governo a livello nazionale a guida pentastellata sarebbe errato. D’altra parte le forti divergenze emerse all’interno del movimento non devono essere sottovalutate e perché possa sorgere un governo forte a maggioranza pentastellata, portatore di un chiaro indirizzo politico, si rende necessaria una figura autorevole in grado di appianare i contrasti interni al movimento che ora come ora manca. Premesso ciò, resta il fatto che la scelta di personalizzare il referendum dal punto di vista puramente politico si sia rivelato un grosso fallimento, facilmente pronosticabile già alla luce delle amministrative: Renzi è stato costretto a smentire quanto precedentemente dichiarato fin dal principio, affermando nelle ultime settimane che non darà le dimissioni qualunque sia il risultato.

A onor del vero fra le due interpretazioni possibili il Premier ha sempre dichiaratamente attribuito alla personalizzazione del referendum il secondo significato. Soffermiamoci dunque su questo. È assolutamente lecito che il governo consideri l’approvazione del referendum costituzionale elemento imprescindibile all’interno della propria attività di indirizzo politico. È a maggior ragione incomprensibile che dopo aver sostenuto per mesi questa tesi, in prossimità del voto, il Premier faccia dietrofront, dichiarando espressamente: “si vota nel 2018, comunque vada il referendum”. Alea iacta est, il dado è tratto: Renzi, che finora si era sempre contraddistinto per la notevole capacità politica, la peculiare abilità nel porre la fiducia sulle questioni giuste al momento opportuno (si prenda ad esempio la legge 20 maggio 2016 n. 76, legge sulle unioni civili), spesso in grado di nascondere gesti forti dietro l’imminente (e presunta) necessità di cambiamento, ha gestito la corsa al referendum in maniera errata. Anche nel caso in cui a prevalere fosse il “Sì”, la decisione del Premier, indotta dalle contingenze politiche, di rinnegare una decisa presa di posizione a pochi mesi dal voto mette in luce come il governo Renzi sia meno saldo di quanto qualche mese fa si credesse.