Treno fotografico Bordeaux-Madrid

Se le persone fanno le cose e influenzano le opinioni; se determinano, creano o distruggono pregiudizi; se sono la vera lente attraverso la quale comprendere una città, monumento o museo in questione; se sono quanto rimane nonostante il passare degli anni e il colore sbiadito dei ricordi, il miglior modo per mostrare quanto un viaggio possa trasmettere è di catturare le espressioni ed i volti che hanno caratterizzato il tragitto. Più della bellezza estetica di un palazzo, dei quadri nei musei, dei capitelli in una colonna, quello che Mario Soldati definiva il “dolce umano vortice” è il parametro che rende possibile un confronto tra villaggi, città o paesi diversi. È la percezione del quotidiano, della vita ordinaria che stupisce il viaggiatore.

Ci sono voluti 7 anni e 18750 foto per capire tutto questo.

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10 giorni, 700 km da percorrere.

Sarà perché inattesa, sconosciuta, sottovalutata, incompresa o ignorata, ma Bordeaux è una bellissima sorpresa. È una cittadina, si visita in un giorno, anche se i dintorni, dalla Dune du Pilat ai paesini medievali in mezzo alla campagna (Saint-Émilion su tutti), meriterebbero una settimana di viaggio. L’immagine più famosa è quella di Place de la Bourse – strepitosa – ma è l’insieme a renderla eccezionale: Place de la Comedie, la Cathédrale e la zona della Grosse Cloche, piena di studenti, sono solo tre degli elementi che si possono ritrovare in un’area centrale relativamente molto molto estesa. Le strade sono ordinatissime e tirate a lucido; si incontrano volti rilassati e contenti, moltissimi giovani. Ci si sente totalmente al sicuro, gli attentati che hanno messo in ginocchio il Paese sembrano lontanissimi, viene solo da chiedersi quanto sia ingiusto tutto quello che è accaduto. Bordeaux ride e si diverte, brillante e piena di vita, ribollente e stimolante: viene voglia di trasferirsi qui per un po’.

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È un posto che si lascia a malincuore, ma San Sebastián ripaga lo sforzo. Siamo sull’oceano, onde e pinxtos, vento e orgoglio basco, maree e clima disteso. È divertente la città (eccezionale per la sera), ancora di più la spiaggia, paradiso dei surfisti. Sulla strada facciamo tappa anche a Biarritz, notevole ma un gradino sotto.

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Negli ultimi vent’anni Bilbao ha cambiato completamente faccia, la vecchia città industriale ha gradualmente lasciato spazio a un nuovo centro, moderno, molto europeo. Nella rinascita sono state coinvolte figure di primo piano: Frank Gehry ha disegnato il Guggenheim inaugurato nel 1997, lo stesso anno in cui è comparso lo Zubiruzi, il nuovo ponte di Santiago Calatrava, che ha firmato anche un nuovo terminal dell’aeroporto aperto nel 2000. Nel 2010, in più, dopo un intervento di Philippe Starck è stato definitivamente riaperto l’Alhondiga, ex deposito di vino riqualificato come centro culturale, oggi principale luogo di ritrovo della città, piazza coperta in cui leggere, passeggiare e ai piani superiori visitare esposizioni o anche studiare. L’impatto degli interventi è notevole, i nuovi quartieri di Abando e Indauxtu si integrano a meraviglia con il Casco Viejo, il quartiere storico al di là del Nervion, il fiume che attraversa la città, e il Guggenheim attira milioni di turisti ogni anno. Il risultato complessivo è una città non imperdibile ma molto interessante, da non mettere in cima alla lista delle proprie priorità ma meritevole, prima o poi, di una visita.

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Lasciata Bilbao cambia il paesaggio, entriamo in Castiglia-León, ai lati della macchina scorrono pianure e collinette immense e sconfinate, interrotte da rari campanili simbolo di una qualche presenza umana. A Burgos capiamo di essere entrati nella Spagna pura: caldo torrido, Catedrál, Plaza Mayor, la vita scorre lentissima; diventeranno delle costanti. Valladolid sulla carta è il capoluogo di regione, in pratica è la bella copia di Burgos con l’alibi di essere popolatissima in inverno di studenti che, in data 10 agosto, se spagnoli sono in Costa Brava, se no tornati a casa, in giro per il mondo. Sulla strada per Madrid ci fermiamo ad Avila, Segovia e Salamanca. Sono tre cittadine che esistono da duemila anni e, se Avila è saltabile, delle altre due non si può dire lo stesso. Salamanca è una scoperta incredibile, Plaza Mayor lascia a bocca aperta, è un polo universitario fortissimo (l’università è la più antica di Spagna) e la cattedrale, costituita di una – più antica – romanica e di una, adiacente, gotica, è forse la più bella di quelle incontrate in tutto il viaggio (e sono tante). A Segovia il piatto forte è l’acquedotto romano, maestoso e visibile a chilometri di distanza, oltre all’Alcazar, il castello che preso singolarmente sembra più bavarese che castigliano, in punta all’altopiano su cui è costruita la città. Verso Toledo compaiono i mulini a vento, mancano solo Don Chisciotte e Sancho Panza e poi il quadro è completo.

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Fin quasi dai primi giorni in Spagna ci si accorge subito che, dopo Bilbao, comincia un nuovo viaggio. Magnifico come i primi giorni ma diverso, inizia la scoperta di un Paese. Sento tanti ragazzi (io sono il primo) parlare del mettersi in macchina e girare in lungo e in largo l’Italia: la stessa cosa, trasferita a ovest. Si finisce per vivere la Spagna più che visitarla, diventa un viaggio che lascia la sua eredità non attraverso i luoghi simbolo ma attraverso nuove idee e nuovi pensieri. È da fare.

Si incontra ancora, a sorpresa, per esempio, un cattolicesimo millenario, imponente e forse addirittura un po’ pesante attore protagonista all’interno dello Stato, sul piano della partecipazione, sul piano del coinvolgimento e su quello dell’attrazione, anche turistica. In Spagna, in tutti i sensi, la chiesa è al centro del villaggio.

Si percepisce come sia possibile che nel Paese non esista un governo di maggioranza da dieci mesi, e perché ogni nuova chiamata al voto non possa risolvere il problema: almeno in questa parte, la Spagna è bellissima, ma altrettanto immobile. Lo splendore è in gran parte portato dalla tradizione, chi le rimane fedele non è votato da chi vuole guardare avanti, chi propone piani per il futuro è sfiduciato da chi accusa di costruire castelli di carta. È un dibattito presente in tanti Paesi, il punto è che in questo caso hanno ragione tutti.

Si vede la crisi, in certe piazze il tempo sembra essersi fermato, in alcune strade si sente la stanchezza, in altre l’arretratezza. A Madrid è il contrario, la situazione è peggiorata: otto anni fa in Plaza del Carmen c’erano alberghi di lusso e ristoranti internazionali, oggi è terra di cantieri e luogo di ritrovo per barboni e spacciatori.

Però ci si trova bene ovunque, tutti accoglienti, simpatici, disponibili, ospitali. Si gode dei ritmi spagnoli, tiratardi, serenissimi, non ci si può svegliare presto perchè prima delle dieci non si fa colazione, non si può avere fretta perchè per un toast ci vuole mezz’ora; è vero, la tranquillità sui loro visi, nelle loro abitudini, nel loro modo di vivere, è un po’ vera un po’ stampata, a volte c’è un filo di rassegnazione, ma non lo fanno pesare. Non un filo di pessimismo, non un segno di sconfitta. Ogni tanto una traccia di sonnolenza, più inerzia che proattività, ma anche nei posti in cui sembra di tornare indietro di quarant’anni la prima idea è quella di andare in giro, non certo di andare via, c’è sempre qualcosa che cattura, che trattiene il nuovo arrivato, che sia una cattedrale o che sia la voglia di sedersi a un tavolino che dà su una piazza soleggiata, a non fare niente di diverso dal godersi l’atmosfera.

Sarà solidarietà mediterranea, ma è un viaggio in cui viene da sorridere anche davanti ai lati negativi.

 

Foto e introduzione di Alessandra Caccia

Author: Andrea Caccia

“Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste“