Bali davvero

A febbraio sono stata due settimane a Bali: la curiosità che mi ha spinto a visitare l’isola era soprattutto quella di constatare se l’atmosfera di armonia e di spiritualità, il mito reso noto da “Eat Pray Love” insomma, fosse effettivamente reale ed effettivo. Per rendere la mia verifica del tutto efficace, decido di alloggiare a Ubud.

Mega, un ragazzo del posto, mi ha fatto da guida per tutti i giorni trascorsi sull’isola. Mi spiega che sono capitata proprio durante un periodo di festività, quella del Galungan e Kuningan. E’ una festività che celebra la vittoria del bene sul male, durante la quale gli spiriti dei morti scendono dal cielo per far visita ai propri cari. Le strade si riempiono di cerimonie e processioni, e le case e i templi si ricoprono di penjor, lunghi steli di bambù decorati. Ci sono offerte coloratissime e fatte a mano in ogni angolo di Ubud: per terra, sulle porte, sui motorini. Ubud è una cittadina appartata e felice, centro artistico e culturale dell’isola immerso nelle risaie. Ogni strada è costeggiata da piccole botteghe di artisti e artigiani. Ognuno di loro è gentile e sorridente. Disponibile a parlare con me, a raccontarmi la propria storia. Qualcuno, a sentire che sono italiana, si ricorda di alcuni anni trascorsi a Roma, in compagnia di quella bella ragazza dai capelli scuri conosciuta sulle isole Gili. O ancora, il tassista che mi accompagna dall’aeroporto a Ubud ripensa al porto di Genova, visto più e più volte quando lavorava sulle navi di Costa Crociere.

Mega mi porta a visitare le cascate di Tegenungan, che sono spettacolari: perchè non ne avevo mai viste di così alte, perchè non avevo mai visto una vegetazione così lussureggiante e perchè non mi ero mai sentita immersa nella natura in tal modo. Poi inizia a piovere, ma non ci fermiamo: Mega mi vuole far vedere come si produce il caffè e il cioccolato. Ci addentriamo in una coffee farm nascosta nella foresta, dove una signora anziana ci mostra, con l’aiuto del marito, le diverse fasi di produzione del caffè, fino a ottenere “il caffè che vedete nei supermercati”, ci dice. Visitiamo anche il quartiere di Batubulan, famoso per la produzione della stoffa Batik.

La sera, Mega mi riporta in albergo, dove con un largo sorriso mi saluta e mi augura di trascorrere una bella serata. Gli ricordo l’orario a cui ci saremmo trovati la mattina dopo, e gli sorrido anch’io.

Ho scoperto un angolo incontaminato dove tutto sembra investito di luce: a Bali non c’è persona che non abbia tempo di dedicarti il suo tempo, di pregare e, se capita, di fermarsi a ballare per strada. Come se ogni minuto della giornata meritasse un ringraziamento speciale.

Forse il mito di Bali, quello che parla di semplicità e bellezza, di religiosità profonda e paesaggi incontaminati, di sguardi, colori e sorrisi, non è poi così infondato.

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di Emilia Rejec