Eduard e Dio [Cap. I]

praga

 

Quel 25 di gennaio era per Eduard un giorno speciale. Aveva finalmente finito gli esami ed era riuscito nell’insperata missione di rimediare una cena al lume di candela con una donna incredibilmente affascinante. Mentre camminava lungo la Moldava però non voleva o non riusciva a focalizzarsi su questo ma come sempre si tormentava con domande a cui non sapeva dare una risposta. Guardando il cielo si soffermava sull’idea di infinito “in potenza” inteso come costante espansione e non già “in atto” e si chiedeva se ciò dovesse comportare dunque l’esistenza di un confine dell’universo. Era convinto che un limite chissà dove ci fosse, forse irraggiungibile perché in continuo spostamento, come l’aveva pensato Aristotele. Però un confine prima o poi doveva esserci. In fondo, si diceva, come era possibile che non ci fosse affatto? Infinito non può essere un significato, è solo uno stratagemma degli scienziati per evitare di ammettere una lacuna nelle loro conoscenze e spaventare chi osa contraddirli con un concetto inafferrabile. Ma sì certo doveva proprio essere così.

Queste “sciocchezze” erano il suo passatempo, il suo rifugio dalle odiate orde di persone e, peggio ancora, di turisti, che lo circondavano. Gli pareva che mezzo Giappone avesse deciso di passare le sue vacanze a Praga quell’anno e questa cosa gli dava molto fastidio. Era una di quelle persone che malsopportano i luoghi sovraffollati e caotici e le persone troppo vivaci ed entusiaste. Così per distrarsi fantasticava sulle diversi declinazioni della legge morale di Kant, sul significato dell’infinito o sulle sue adorate studentesse. Eduard Insegnava filosofia all’università Karlova, orgoglio ceco da quasi 7 secoli ed era entusiasta di andare al lavoro ogni mattina. In realtà non aveva nessuna vocazione né una passione per l’insegnamento, lo faceva senza che ciò gli pesasse ma non era di certo innamorato del suo lavoro. Si recava in Università colmo di entusiasmo perché sapeva che avrebbe visto le sue studentesse (di cui spessissimo conosceva persino il nome e l’indirizzo) e i suoi libri. Se avesse potuto scegliere avrebbe vissuto in una stanzetta colma di libri con la compagnia di una nuova giovane donna ogni giorno tutti gli istanti della sua vita. Amava leggere più di ogni altra cosa nel mondo all’infuori del sesso, ma la sua ossessione verso il genere femminile veniva da lui tenuta nascosta il più possibile, cosìcche i più lo ritenevano un dotto professore che stava per diventare vecchio, tra un libro e un altro.

Per sorpassare il fiume avrebbe attraversato il Most Legiì, il ponte meno affollato tra i 4 che attraversano il centro di Praga, e Eduard l’aveva scelto proprio per questo. Ormai mancavano pochi metri e iniziava a realizzare quanto avesse fatto bene a decidere di non optare per il ben più turistico Ponte Carlo, seppur ciò gli avesse fatto perdere venti minuti abbondanti. Stringeva tra le mani un trdlnik ancora fumante, arrostito direttamente su una griglia preparata con sorprendente attenzione da un venditore ambulante. Avvolto da un vento gelido (quello che ogni anno a Gennaio, puntuale e algido come la morte, abbraccia la Boemia) era irrequieto, non riusciva a godersi pienamente inizio delle tanto attese vacanze, né a pregustarsi l’appuntamento a cui si stava recando. Un dubbio infatti aveva affollato i suoi pensieri in quell’ultimo periodo e si rendeva conto egli stesso che si rifugiava nel pensare all’infinito per evitare di dover affrontare con se stesso nuovamente quel discorso. Si era chiesto se tutto ciò che avesse fatto nella sua vita l’avesse fatto perché davvero ci credeva o perché doveva svolgere un ruolo che gli pareva essergli stato quasi assegnato all’interno della grande commedia che gli sembrava essere il mondo. Faceva un’immensa fatica a darsi una risposta. Eduard era un ateo convinto ma per due anni si era recato a messa tutte le settimane per conquistare una sua collega estremamente credente, che gli diceva di amarlo ma di non poterlo avvicinare perché lui non condivideva la sua cieca fede. L’aveva sposata promettendole una vita insieme liberi dal peccato. Dopo ben 104 “Credo a un solo Dio padre onnipotente…” era riuscito a far si che la giovane Sophia gli si concedesse, tradendo il suo più grande pilastro morale e regalandogli la castità di cui si era sempre fatta vanto. Dopo che avevano consumato quell’atto di amore e peccato Eduard l’aveva cacciata malamente, profondamente turbato. Non c’era cattiveria in fondo ai suoi occhi ma un profondo disprezzo per quella ragazza che non era più lei ai suoi occhi dopo essere venuta meno a quella promessa che riteneva tanto importante. Fingendo di credere in Dio Eduard aveva conquistato la ragazza dei suoi sogni l’aveva sposata e fatta sua e aveva poi scoperto quali terribili contraddizioni si nascondessero nei meandri del suo animo. Anche le sue passioni le aveva scoperte per caso e per finzione. Era un discreto studente ma non il migliore e ai libri di filosofia antica preferiva sicuramente il pianoforte. Soltanto che nel suo liceo aveva notato con facilità come tutti fossero più attratti e rispettosi di chi dedicava il suo tempo alla filosofia e alla politica e di come la musica fosse ritenuto un interesse meno illustre. Così aveva smesso di prendere lezioni di pianoforte provocando un gran dispiacere ai suoi genitori e si era iscritto alla facoltà di filosofia, ottenendo tra l’altro dei discreti successi. Per discreti successi però si intende risultati buoni, non eccellenti. O per lo meno sicuramente non sufficienti per andare a insegnare alla Karlova, ricoprendo uno dei posti più prestigiosi a cui un laureto in filosofia potesse aspirare in tutta la Repubblica Ceca. Vi era stato accolto a braccia aperte perché si era finto un fervente filosovietico e oppositore di Dubcek e di quella “Primavera” per la quale ovviamente in cuor suo e privatamente aveva parteggiato caldamente. Era un pessimo periodo per tutti gli altri candidati che, come del resto tutto il mondo accademico, prima che arrivassero i carri armati di Breznev avevano supportato apertamente le aperture del governo locale e non si erano preoccupati di nascondere le loro posizioni critiche nei confronti del governo russo. Eduard era insomma una contraddizione vivente.

Amava compiere gesti caritatevoli, essere generoso aiutare gli altri ma poi provava un cieco rancore per coloro che non gli mostravano sufficiente gratitudine. Persino il suo animo filantropico infatti non aveva origine da un suo reale sentimento interiore, ma bensì dalla volontà di identificarsi con l’idea che egli aveva dei benefattori e, perché no, far sì che anche gli altri associassero a lui quella stessa idea. Insomma se per un secondo avesse smesso di osservare il cielo e di cercarne un confine e si fosse focalizzato sulla sua stessa storia si sarebbe reso conto di come tutto ciò che effettivamente era diventato fosse il frutto disonesto di un precedente voler apparire. La sua vera essenza e le maschere che aveva indossato in passato e che tutt’oggi sceglieva di indossare si erano sciolte l’una nell’altra fino ad essere completamente indissolubili. L’ultima volta che aveva riflettuto sull’argomento Eduard era giunto a una conclusione di cui in realtà non era per nulla convinto. Si diceva che ormai lui era ciò che aveva scelto di apparire e non era più ciò che in precedenza era stato. Come poteva dunque accusare se stesso di non essere autentico, sincero, apprezzabile? Nel momento in cui il desiderio di apparire si trasforma nella nostra essenza smettiamo di essere condannabili.

Ma sapeva benissimo di aver chiuso così il discorso con se stesso per non arrivare a disprezzarsi troppo, a ritenersi un falso che ha basato la proprio intera esistenza su delle menzogne ed era esattamente questo il motivo per cui non riusciva ad essere pienamente sereno e a godersi quella gelida giornata.

Quando sentì una voce di donna salutarlo da lontano fu per lui come se l’avessero destato da un lungo sonno. Era talmente assorto nei sui pensieri da non essersi reso conto che era meccanicamente giunto a destinazione, e non avrebbe saputo spiegare quali strade aveva attraversato per giungere lì. Quel giorno durante la pausa pranzo tra gli esami della mattina e gli esami del pomeriggio aveva incontrato una delle studentesse della prima classe a cui aveva insegnato. Già anni prima, quando lui era suo professore, erano stati amanti e Eduard se la ricordava come una delle migliori che avesse mai avuto. Si chiamava Eliška, aveva lunghi capelli chiari e lucenti che si riflettevano in due occhi scuri e profondi come l’oceano. Avevano smesso di sentirsi perché lei si era trasferita lontano da Praga per l’estate e da allora non si erano più riincontrati. Mai si sarebbe aspettato di rivederla quel giorno e ancor meno che lei accettasse il suo invito a cena.  Le aveva proposto di mangiare in un ristorante all’angolo dei meravigliosi Petřínské sady soltanto perché il collega con cui pensava che ci sarebbe andato aveva dovuto rinunciare all’ultimo.

Vedendola a pochi metri da lui seduta su una panchina con una sigaretta in mano mentre gli rivolgeva un saluto caloroso Eduard pensò che avrebbe potuto innamorarsi di lei in pochi minuti. Rimproverò a se stesso di non aver pensato ad alcun argomento di conversazione durante tutto il tragitto, ma ormai era tardi per i pentimenti. Che strano effetto gli facevano le donne. Sentiva che la passione con cui le desiderava era ciò che di più sincero ed autentico ci fosse nella sua persona. Eppure si meravigliava, davanti a una donna non riusciva a pensare che quella fosse forse l’unica caratteristica originale della sua persona.

Davanti a un sorriso come quello si dimenticava di tutte le sue preoccupazioni e di tutti i suoi dubbi.

Davanti a lei era sparito persino Aristotele: negl’iridi neri di Eliška si celava l’unico Infinito a cui Eduard sarebbe stato in grado di pensare da quel momento in avanti per tutta la sera.

 

 

[….]                                                                                     Andrea Noseda

Author: Andrea Noseda

Perché la necessità di nascondersi, l'ansia di rifugiarsi dal mondo in una dimensione più profonda di noi stessi? Perché non accontentarsi di tutto ciò che ci circonda ma continuare perennemente a cercare? perché scegliere di esistere senza mai soddisfarsi? perché, banalizzando il tutto, non voler mai optare per una facile serenità? perché aveva ragione Lui: "La vita è altrove" e certe intuizioni non possono essere ignorate. Ecco come vivo e ecco perché scrivo!