Ground Zero

Una settimana fa Seth Meyers, conduttore di Late Night, si è rivolto sarcasticamente ai suoi spettatori:

That’s a problem for a lot of Americans: they just don’t love the two choices. Do you pick someone who’s under federal investigation for using a private email server? Or do you pick someone who called Mexicans rapists, claimed the president was born in Kenya, proposed banning an entire religion from entering the US, mocked a disabled reporter, said John McCain wasn’t a war hero because he was captured, attacked the parents of a fallen soldier, bragged about committing sexual assault, was accused by 12 women of committing sexual assault, said some of those women weren’t attractive for him to sexually assault, said more countries should get nukes, said that he would force the military to commit war crimes, said a judge was biased because his parents were Mexicans, said women should be punished for having abortions, incited violence at his rallies, called global warming a hoax perpetrated by the Chinese, called for his opponent to be jailed, declared bankruptcy six times, bragged about not paying income taxes, stiffed his contractors and employees, lost a billion dollars in one year, scammed customers at his fake university, bought a six-foot-tall painting of himself with money from his fake foundation, has a trial for fraud coming up in November, insulted an opponent’s looks, insulted an opponent’s wife’s looks, and bragged about grabbing women by the pussy? How do you choose?

Avrei aggiunto un paragone tra le figure al fianco dei candidati: Melania ha doti indiscusse, non la fantasia e la brillantezza. Comunque, non ha avuto molto effetto.

“Stai bene a sentire, Pereira, disse Silva, tu credi ancora nell’opinione pubblica?, ebbene, l’opinione pubblica è un trucco che hanno inventato gli anglosassoni, gli inglesi e gli americani, sono loro che ci stanno smerdando, scusa la parola, con questa idea dell’opinione pubblica, noi non abbiamo mai avuto il loro sistema politico, non abbiamo le loro tradizioni, non sappiamo cosa sono le trade unions, noi siamo gente del Sud, Pereira, e ubbidiamo a chi grida di più, a chi comanda.”¹

Oggi, lo fanno anche loro. Si segue chi grida di più, chi comanda. Lo fanno tutti: i francesi che alle ultime elezioni regionali votano Front National, i tedeschi che rifugiano le loro paure nascoste in Alternative für Deutschland, gli ungheresi che supportano Orban. In Austria, alla vigilia del voto, era favorita l’ultradestra; del Regno Unito non serve parlare.

Gli americani che hanno votato Trump non fanno certo eccezione. Non sono bastate le distanze prese da buona parte del partito, il contesto non lasciava spazio a coalizioni preventive come in Francia, non esisteva un partito forte come la Cdu in Germania, non si è verificata nessuna rimonta del partito democratico come in Austria. La pancia della nazione si è presa il Republican Party e il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Sarà arbitro il tempo: in due giorni è stato rivalutato il tanto criticato Obamacare, accantonato il processo a Hillary, cambiato completamente il tono. Si pensa a un ex Goldman Sachs come Segretario del Tesoro, dopo mesi di propaganda anti-sistema; nella prima intervista al Wall Street Journal il famoso muro sul confine messicano non viene neanche citato. Trump non è stupido, conquista gli elettori, poi al momento di governare si copre. Però è questo: un bugiardo, un voltagabbana, allo stesso tempo l’anti politically-correct e l’uomo d’affari contro cui aizza i suoi seguaci. Non è un presidente americano all’altezza. Non per i fatti: potrebbe rivelarsi molto meno peggio di quanto ci si aspetta. È la persona, l’individuo, il personaggio, che è inconcepibile in quel ruolo.

Eppure, sembra arrivata l’ora delle vittorie di queste figure. La storia è ciclica, tutto lascia presumere che questo decennio diventi la stagione dei beceri. È stata da applausi, a maggio, la coalizione tra Républicains e socialisti francesi per ostacolare Marine Le Pen; dopo la vittoria di Trump, però, è importante che queste ascese diventino opportunità. Sarebbe inutile criticare anche quando non è giusto, perseverare in un’attitudine negativa. Si tratta di chances, di assist, di possibilità. Ma possibilità di cosa? Opportunità per chi?

La seconda risposta è: tanto per noi ragazzi di questa generazione, in prospettiva (non troppo) futura, quanto per chi è adesso al potere, o meglio, dentro la grande macchina politica e burocratica; la prima è: possibilità di riflessione, di dibattito, di rimettersi in discussione. Si è parlato tanto di establishment, valutiamolo, analizziamolo, screditiamolo, ripensiamolo. Perchè, forse, ne è arrivato il momento. Proponiamo. Le sinistre, le destre, si guardino allo specchio. Che fine hanno fatto? Sono arrivate a fine corsa? Che lo ammettano, invece di vivacchiare; non si sorprenda Hollande se vince Trump, si chiuda all’Eliseo a pensare all’identità del suo partito. Si chieda perchè Emmanuel Macron si è dimesso dall’incarico di Ministro dell’Economia per fondare un movimento che si rivolge “a chi è convinto che il paese è bloccato, a chi è attratto dal lavoro, dal progresso, dal rischio, a chi vive per la libertà, per l’uguaglianza e per l’Europa”. “En marche!” magari alla fine non si presenterà neanche alla corsa presidenziale in primavera, ma è un tentativo, una risposta. È un esempio di quello che questo recente risultato deve spingere noi giovani a fare e i politici ad accettare. Servono innanzitutto competenze, istruzione, idee chiare, altrimenti si ricade nella vuota protesta che si ritrova già fin troppo in alcuni grillini. Servono quei programmi che mancano a questi ultimi, necessariamente semplici all’inizio, ma realizzabili. Serve parlare alla gente. Chi ha paura non chiede tanto, già sentirsi coinvolto, considerato e rispettato attira la loro attenzione. Serve la positività, che sia oggettiva, ma è necessaria: i “no” vanno pesati, devono essere oggetto di riflessione, non esiste una visione tutta nera. Serve coraggio, bisogna parlare, mettersi in gioco. Queste sono parole, è vero; sono un po’ generiche, verissimo, ma è un discorso che va portato avanti, ampliato, migliorato: vuole portare a qualcosa.

È un primo tentativo: ne servono altri. Sono tantissime le domande in cerca di risposta, ne poniamo qui alcune per alimentare discussioni, ricevere contributi, spingere alla partecipazione attiva. È fondamentale – e sarebbe bellissimo – creare una sorta di coscienza civile sull’argomento, che merita veramente più di un’attenzione.

  1. Si è parlato di partiti storici potenzialmente a fine corsa. Come devono – posto che sia essenziale – rinnovarsi? Cosa si può salvare del panorama attuale? Quale genere di personaggi deve necessariamente imporsi sulla scena?

  2. In scia alla domanda precedente, un partito “rinnovato” che genere di programma dovrebbe presentare? Su quale categoria di riforme insistere? È questa la strategia che potrebbe essere utilizzata per catalizzare il consenso degli impauriti e dei delusi di oggi?

  3. Sul piano economico, quale impostazione è da seguire in Europa e in America?

    1: Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi, 1994.

Author: Andrea Caccia

“Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste“