Il paradosso di Hegel

Alla luce del quadro tracciato da Andrea nell’articolo Ground Zero, credo che prima di rispondere alle domande, assolutamente legittime e ottimo spunto di riflessione, sia però necessario riflettere sulle possibili evoluzioni della politica internazionale e, in particolare, sul ruolo dell’Unione Europea in un futuro a lungo termine. Per delineare un piano di riforme sostenibili tanto dal punto di vista economico quanto da quello politico bisogna anche analizzare quali saranno i rapporti di forza nei prossimi anni.

Quando, tra il 1821 e il 1831, Hegel tenne le sue Lezioni sulla filosofia della storia all’università Humboldt di Berlino, certamente non si sarebbe potuto aspettare che con la stessa razionalità con cui all’epoca s’incoronava la supremazia storica, politica ed istituzionale della mentalità occidentale, e quindi europea, oggi si assista al suo ormai constatabile declino.

Nel delineare lo scenario internazionale tre punti chiave sono da analizzare: economia, istituzioni e sistema valoriale. L’elezione di Trump negli Stati Uniti è l’effetto di quanto sta accadendo e di certo non la causa di futuri distopici e lontani dalla nostra immaginazione. Un’analisi dei rapporti di potenza internazionali evidenzia il declino della potenza egemone, gli Stati Uniti, messa a dura prova sia dal punto di vista economico sia da quello diplomatico-politico. Infatti, ad agosto la Cina controllava circa 1.200 miliardi di dollari di debito americano, pari al 7%, sopra il Giappone, secondo investitore mondiale nel debito pubblico americano. Sebbene gli Stati Uniti siano ancora il primo paese al mondo per PIL, è altrettanto chiaro che con la Cina sia ora un confronto, economicamente, alla pari. In quest’ottica ricordo anche del G2 che dal 2009 si svolge tra le prime due potenze economiche mondiali, USA e Cina.

Sul lato diplomatico, durante gli otto anni di presidenza Obama gli Stati Uniti hanno ridotto il loro interventismo a situazioni d’interesse nazionale, vedi sistemare i danni fatti dalla politica neo-imperialista di Bush in Medio-Oriente. Questa nuova politica ha portato, ad esempio, al rifiuto americano di guidare la coalizione che in Libia fece cadere Gheddafi. Il tentativo di ristrutturare gli USA come un egemone illuminato, accordi sul clima e sul nucleare nonché la distensione dei rapporti con la Cina (tra l’altro, si può davvero parlare di distensione dei rapporti USA-Cina alla luce della riapertura di molte basi militari americane in Vietnam e Corea del Sud?) , potrebbero ora essere spazzati via dal protezionismo trumpista. In ogni caso, il declino americano segna l’inizio di una fase di multipolarismo a livello internazionale. In questo quadro, gli Stati Uniti hanno ancora un ruolo di primo piano ma devono confrontarsi con la potenza economica e militare dei BRICS, in particolare della Cina e della Russia che non può che trarre giovamento dalle scelte isolazionistiche americane. Punto d’incontro di questi interessi multipolari è l’Oceano Pacifico.

E l’Europa? L’Europa, rappresentata nel mondo dall’Unione Europea, sempre più velocemente sta uscendo dai radar della politica internazionale, relegata al ruolo di media potenza regionale che dovrà, nell’immediato futuro, pensare a difendere i suoi “confini” dalle non troppo velate mire espansionistiche russe. Eppure i paesi dell’unione restano i più avanzati dal punto di vista di sviluppo delle istituzioni democratiche e programmi d’inclusione sociale (welfare e sistema pensionistico): perché al resto del mondo questo sembra interessare poco? Anche in questo caso la risposta è multipla. Da un lato il declino dell’egemonia americana e il suo conseguente sviluppo isolazionista hanno portato, e ciò accadrà in maniera molto più intensa nei prossimi quattro anni, alla mancata diffusione di alcuni importanti valori che l’occidente ha da offrire alle potenze economiche in via di sviluppo. Non parlo di valori del sistema capitalistico, di cui gli americani sono i padri e i quali non saranno facilmente accantonati, per una questione di profitto e crescita economica. Parlo di valori illuminati quali l’uguaglianza, la libertà e il rispetto dei diritti civili (da cui derivano delle istituzioni inclusive) che in America sono stati importati (dall’Europa), sviluppati e, da ormai un secolo, esportati in tutto il mondo tramite i canali del sistema capitalistico sopra citato. Un passo indietro degli Stati Uniti, voluto o forzato che sia, avrà come primo effetto il mancato interesse verso il rispetto istituzioni e valori democratici, soprattutto da parte di quelle potenze che ha interessi nel non rispettarli.

Una domanda sorge però spontanea, e questo è la seconda risposta: perché l’UE non è in grado di far valere i suoi principi e le sue istituzioni sul piano internazionale? Senza l’appoggio della potenza egemone, l’UE si sta accartocciando su se stessa, perdendo credibilità a livello internazionale. Gli stati europei non sono stati in grado di declinare i propri interessi particolari a favore di un’unione sopranazionale. Che immagine dà al mondo l’Unione Europea con le sue sviluppatissime istituzioni? Principalmente quello che il resto del mondo sa degli stati europei è la fragilità economica della gran parte di essi e il disinteresse con cui le istituzioni si pongono di fronte al dramma del Mediterraneo, ad oggi affollato non più dalle navi che per secoli ne hanno fatto il centro di un mondo eterogeneo ma cimitero di cadaveri. Di fronte a una catastrofe umana del genere si ridimensiona lo sdegno che un Occidentale può dimostrare al sistema di sfruttamento del lavoro cinese, dove nelle grandi multinazionali un operaio lavora 100 ore a settimana per una paga di 900 yuan, pari a 88 euro e non sufficienti a mantenere una famiglia, senza assicurazione sanitaria e risarcimento danni sul lavoro.

Dal 1821, anno della prima delle Lezioni sulla filosofia della storia, la storia ha avuto come suo padrone l’Occidente e i suoi valori, seguendo la perfetta razionalità hegeliana, ma oggi sembra che questo stesso ragionamento logico-razionale stia allontanando il centro del mondo, e quindi della storia, da noi. Nel lungo termine potrebbe anche non essere un male. Non si può però più credere a una supremazia occidentale, non soltanto perché gli sviluppi economici dicono chiaramente che non siamo più al centro del mondo, ma perché l’attuale classe dirigente non è stata in grado di attuare nella pratica quelli che sulla carta sono i valori, universalmente condivisibili, che hanno reso l’Europa il centro dello sviluppo umano dai Romani in avanti.

Emilio Caja, con il fondamentale contributo di Nicolò Farina, laureato magistralmente in Relazioni Internazionali all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Author: Emilio Caja

scrivo per piacere,

assecondo una forte tensione che mi porta a rifugiarmi nella scrittura per ritrovarmi nel grigiore cittadino,

parlo d’arte e di cultura cercando di stimolare dibattito e idee indipendenti e (se necessario) anticonvenzionali,

nel mio girovagare per Milano e per il mondo cerco e osservo la bellezza e mi emoziono di fronte a questa,

inseguo esperienze lontane e diverse per farne storie.

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