Riflessioni sul sistema hegeliano, marxsista e feuerbachiano

Il filoso G.W.F. Hegel in uno dei suoi scritto, “la Fenomenologia dello Spirito”, mette in rapporto due figure del mondo antico, precisamente della civiltà feudale, per stabilire come la coscienza, che da conoscenza oggettiva, si affermi in auto-coscienza. Questa parte dello scritto viene universalmente riconosciuta come quella del servo-padrone. Consideriamo prima il servo nella sua fattispecie e poi il padrone. Il primo diventa schiavo perché ha perduto l’indipendenza tremando dinanzi alla paura della morte, il secondo invece domina sul primo proprio perché ha coraggiosamente messo a repentaglio la sua vita pur di mantenere salva l’indipendenza.

Così, venendosi a creare questa relazione tra oppressore ed oppresso, si stabilisce un contatto fra le due culture degli uomini, la cultura del servo e la cultura del padrone. Il padrone affidandosi completamente al servo, inizia a poco a poco a dipendere dal servo che, diversamente, acquisisce le conoscenze del padrone, le mesce alle proprie e diventa il servo-padrone, affermando la sua indipendenza e negando quella di chi gli impartiva ordini. Raggiunto questo stadio, l’emancipazione del servo-padrone è verificabile nel suo lavoro. Egli inizierà ad imprimere negli oggetti prodotti dal proprio lavoro l’acquisita indipendenza, creando cose uniche e permanenti dotate esse stesse di una propria indipendenza. Inutile dire che uno dei più grandi studiosi di Hegel nella storia, tale Karl Marx, vedrà in questa “parabola” la condizione necessaria del proletario che attraverso la sottomissione acquisisce i mezzi per la rivoluzione e quindi liberazione. Secondo Marx, le nuove forze di produzione sono sempre incarnate da una classe in ascesa che soppianta una vecchia classe dominante destinata al tramonto. Quindi, ragionando sullo sviluppo della situazione presentata, come processo in divenire grazie al metodo dialettico (ogni realtà e contradditoria e crea sempre nuove sintesi), risulta chiaro come il servo-padrone a lungo andare possa perdere i tratti della servitù e si sviluppi in una nuova figura di padrone. Abbiamo prima già detto che il servo diventa servo-padrone facendo tesoro dei comportamenti del padrone e quindi, raggiunta la condizione di indipendenza dovuta alla nuova sintesi della società, provocata dal sovvertirsi dell’ordine prestabilito, occuperà lo stesso trono del suo predecessore, assumendone le qualità e le caratteristiche. La stessa cosa succederà al padrone che, avendo rinunciato alla sua emancipazione, oberando di lavoro il servo, e alla sua produttività, lascerà spazio ad una nuova figura di servo che verrà plasmato ancora una volta da chi avrà occupato la sede lasciata vacante dalla vecchia figura padrone. La sintesi che ne risulta è diversa nella forma, ma uguale nei contenuti e, anche se la società è in movimento risulta sempre uguale a quella precedente per via degli immutati ruoli sociali, anche per via della stagnante imposizione ideologica da parte della classe dominante.

Questo processo implica come immediata conseguenza l’impossibilità del progresso, così, su queste basi, si fonda la nostra critica ad Hegel e Marx.
Il rapporto tra servo e padrone è fondamentale anche nel nostro ragionamento, ma in altri termini. Differentemente dal pensiero di Hegel, il nostro servo, non aspetta la decadenza del padrone e non impara ad essere padrone solamente acquisendo le conoscenze del suo superiore, egli studia i comportamenti del padrone elaborandone una sintesi tra azioni vantaggiose e svantaggiose, utilizzando anche le proprie particolari accortezze per sfruttare al meglio il ruolo, e diventa padrone non quando il precedente ha ormai perso la sua indipendenza, ma quando egli è ancora in possesso di esso, mettendo in luce la voglia di migliorare sé steso e la presente società. Ecco che rientra in gioco il metodo dialettico ed il padrone, diventato servo, avrà il compito di stabilire e comprendere quali fossero stati gli errori commessi mentre rivestiva il ruolo di padrone. Così il nuovo servo avrà da elaborare due situazioni, quella in cui ha perso l’indipendenza e quella con la quale potrebbe riguadagnare l’indipendenza. Il progresso sociale che ne deriva da questa situazione diventa illimitato per via delle illimitate possibilità di interpretazione del ruolo di servo e di quello di padrone. Anche eliminare la proprietà privata creerebbe i presupposti per un dominio incontrastato dello Stato sui cittadini. Se ciascuno deve essere realmente un solo momento dell’interò démos, una voce non fa più la differenza tra altre e soprattutto, nelle produzioni di beni materiali e di utensili, nessuno può ricevere in prestito dallo Stato qualcosa di più funzionale rispetto a ciò che ottiene l’altro. Si elimina così il libero mercato e la vita dell’uomo rischia di perdere tutte le possibilità di migliorarsi dovuta all’innovazione industriale e alla concorrenza. I più attenti potranno rettificare domandando :<< ma perché se la società si evolve, non si evolve il rapporto tra un uomo ed un altro e rimane invariata la relazione servo-padrone?>>. La risposta è da cercare sempre nella filosofia di Marx, ma non più quella sviluppata dallo studio di Hegel, bensì quella di stampo feuerbachiano. La nostra tesi è: il rapporto tra gli uomini non cambia perché anche se la società si evolve, l’uomo detiene una qualità intrinseca che gli permette di essere definito tale, l’umanità. Noi definiamo certi tipi di libri “classici” alla maniera calviniana << I classici sono quei libri che non hanno mai finito di dire ciò che avevano da dire>>, ma ci siamo mai chiesti cosa davvero volesse dire questa frase? Leggere Seneca duemila anni dopo la pubblicazione dei suoi testi ci permette di apprezzare i cambiamenti storici delle strutture sia civili sia materiali, ma anche di ritrovarci nelle sensazioni e nei sentimenti provati dall’autore. Ancora prima, Ovidio scrive l’Ars Amatoria e ancora oggi, leggendo questo manuale, viene da sorridere e pensare come l’autore avesse ben presente i gusti delle donne rispetto agli uomini, gusti che ci ritroviamo a fronteggiare nella vita del 2016 a più di due millenni di distanza. E’ chiaro quindi che l’umanità diventa il punto di contatto nella storia con gli uomini del passato e lo sarà con gli uomini che verranno in futuro. Così, possiamo confermare ancor la nostra tesi per assurdo, Karl Max sostiene di aver superato Feuerbach stabilendo che l’individuo è reso tale dalla società in cui vive e che non esiste un concetto di uomo astratto, senza tenere conto che un uomo, prima di rapportarsi con la società e quindi in prima istanza con la famiglia, prova dolore inalando il primo respiro della sua vita e piange, come avevano pianto tutti i bambini prima di lui, senza nemmeno conoscere il significato di quel gesto. Per esempio: anche nelle comunità cattoliche si sceglie di far battezzare un bambino alla nascita, ma questo non si significa che egli è cosciente del fatto di essere in una società. Occorrerà in futuro un secondo gesto, una conferma, il sacramento della cresima, per entrare a tutti gli effetti ad essere membro dell’ecclesia. Così i bambini quando nascono, non sono consapevoli di vivere in relazione ad altri individui perché le attenzioni e le cure che gli vengono rivolte, lo inducono a pensare che il mondo sia per sé. Occorrerà lo svezzamento per instillare nel pargolo una briciola del concetto di libertà e di limitazione della libertà altrui. In conclusione, noi non siamo necessariamente solo ciò che mangiamo, ma siamo contemporaneamente ciò che mangiamo e ciò che sentiamo, ancora prima di far parte di una società che, a sua volta, ci plasma ancora tenendo conto dell’istanza di partenza. Spostandoci dal particolare al generale dunque dall’umanità intesa come qualità, all’umanità intesa come popolo ne risulta che la storia antropologica è un evento spirituale e allo stesso tempo materialistico fondato sulla dialettica bisogno soddisfacimento e, distaccandoci ulteriormente da Marx, non è il lavoro che serve per produrre da sé i mezzi di sussistenza ad essere il fine del benessere, ma la libertà personale. Solo che la libertà che può essere perseguita benevolmente attraverso la conoscenza, diventa volontà di potere in quanto l’idea stessa di società contiene una limitazione di fondo alla libertà dell’uomo. Possiamo in ultima analisi affermare che anche alla fine della nostra riflessione, la Struttura economica è lo scheletro della società? La risposta è affermativa, proprio perché l’economia gestisce una inesauribile fonte di potere, i soldi.