Pacatamente, Sì!

Il 4 dicembre è ormai alle porte e con esso il risultato del referendum confermativo sulla proposta di modifica della seconda parte della Costituzione.

Premessa necessaria: anche se la legge elettorale con cui è stato votato questo Parlamento è stata dichiarata illegittima da parte della Corte Costituzionale, questo Parlamento è del tutto legittimo -sempre per sentenza della Corte- e di conseguenza lo è Renzi, il suo Governo e quindi anche la riforma.

Entriamo ora un po’ nel merito delle questioni che la riforma costituzionale affronta:

SUPERAMENTO BICAMERALISMO PARITARIO 

Il superamento del bicameralismo paritario è un traguardo molto rilevante. Non sono convinto che con esso i problemi di questo Paese saranno risolti in via definitiva, ma sicuramente si arriverà ad una semplificazione delle procedure burocratiche e politiche molto importante e lungamente attesa.

Per anni abbiamo avuto due camere e governi molto brevi, eppure eravamo la quinta potenza mondiale per economia ed influenza politica. E’ evidente che oggi sono cambiati i tempi e forse la stessa classe dirigente non è più la stessa degli anni ’60 e ’70. Di fronte a una classe dirigente parlamentare molto lontana dai livelli di competenza politica della prima repubblica, la scelta di tagliare qualche poltrona (detta a mo’ populista) è da considerarsi valida o quanto meno un tentativo di miglioramento della situazione attuale.

Se chi inserisce commi, emendamenti, cavilli, imposizione politica si riduce da 945 (630+315) a 630 + 100, è oggettivamente un passo avanti.

NUOVO SENATO 

Molte critiche alla riforma coinvolgono il ruolo dei futuri senatori e il loro metodo di elezione.

Si parla di doppio lavoro e di impossibilità di tempo per questi soggetti per compiere efficientemente il proprio compito di amministratori locali e senatori allo stesso tempo.

Ad oggi consiglieri, sindaci, assessori si recano a Roma molto più spesso di quanto si pensi.

A titolo esemplificativo: se il sindaco di un piccolo comune come Ronco Bilaccio si accorgesse che il parlamentare del suo stesso partito sta proponendo e discutendo una legge sui piccoli comuni a suo parere sbagliata, già oggi prenderebbe il treno per recarsi a Roma, raggiungere la Camera, andare dai parlamentari e provare a spiegare perché quella legge sarebbe sbagliata. Poi magari uscirebbe, raggiungerebbe il Senato, incontrerebbe i Senatori che volevano portare avanti una legge simile e proverebbe a spiegare anche a loro che non si tratta della cosa giusta da fare.

Costituire una Camera che prevede, tra le proprie funzioni, quella di emanare leggi sugli enti locali, nella quale siedono gli stessi rappresentanti del territorio è un’idea giusta e sensata. Nel nostro esempio sarà direttamente il sindaco di Ronco Bilaccio a trattare i temi che riguardano il suo territorio assieme ai suoi colleghi da tutta Italia. E’ anche un modo per restituire rappresentanza e potere alle autonomie locali, per bilanciare la riforma del Titolo V, di cui parleremo in seguito.

E’ assolutamente normale il fatto che la Costituzione e quindi anche la sua proposta di modifica non preveda il metodo di elezione del nuovo Senato, così come d’altronde non fa per la Camera. Deve essere una legge che determina come si vota, così è stato ed è giusto che sia. Il presidente del consiglio ha più volte ripetuto che sarà possibile indicare sulla scheda elettorale il nome del consigliere regionale che si desidera mandare in senato. Molto probabilmente non corrisponde a verità la principale critica rivolta alla riforma costituzionale: i senatori saranno eletti direttamente dai cittadini.

E’ importante aggiungere che con la riforma gli stipendi dei consiglieri regionali non potranno essere più alti di quello del sindaco di capoluogo di regione e i nuovi senatori non avranno indennizzi in più oltre al loro stipendio di amministratori.

Si tratta di un risparmio ridotto (qualche milione) se rapportato al bilancio statale di miliardi e miliardi, ma sicuramente il significato politico-simbolico è rilevante.

NUOVE REGOLE REFERENDUM ABROGATIVI

Cambiano i numeri per attivare la procedura di referendum abrogativi:

-se i firmatari saranno oltre gli 800’000 sarà necessaria la partecipazione della maggioranza dei votanti alle ultime elezioni politiche, quindi niente quorum (50 % votanti + 1) cosa cambia dunque in questo caso? si smetterà di portare avanti l’assurda e battaglia per l’astensione e si spingerà per l’andare a votare no ai referendum a cui si è contrari e sì a quelli a cui si è favorevoli, com’è giusto che sia.

-se i firmatari saranno solo più di 500’000 (o 5 consigli regionali) la soglia di raggiungimento del quorum rimane invariata.

In Italia il quorum per referendum abrogativi è stato raggiunto il quorum 39 volte su 67, e dal 1997 solamente 4 volte (per 4 referendum diversi ma tutti in una stessa tornata elettorale) mentre in 25 occasioni il quorum non è stato raggiunto.

Dare la possibilità di abbassare il quorum, se vi è aumento sostanziale delle firme e quindi effettivo supporto popolare, potrebbe essere un incremento alla democrazia e alla incisione diretta del popolo elettore.

INIZIATIVA DI LEGGE POPOLARE

Ad oggi l’iniziativa di legge popolare richiede 50’000 firme per poter approdare in Parlamento.

Fin qui tutto bene, il problema è che una volta approdate in Parlamento le proposte di legge vi rimangono incagliate per anni e anni e restano spesso ignorate per sempre dai parlamentari.

Siccome è il Parlamento che esercita la funzione legislativa, finché le sue commissioni, le sue aule e quindi i suoi membri non decidono effettivamente di esaminare la legge, eventualmente modificarla e infine votarla, queste rimangono ferme tra i banchi delle commissioni.

La riforma costituzionale vuole garantire che le proposte di iniziativa popolare abbiano un iter di analisi ed eventuale approvazione certo e chiaro. In sostanza si introduce l’obbligo per il Parlamento di discuterne, e di farlo entro tempi certi.

Come “filtro” la riforma aumenta le firme necessarie per presentare la legge da 50’000 a 150’000.

Si tratta appunto di un filtro in più per chiedere un maggiore sostegno popolare alla proposta di legge. (Se contiamo che la popolazione italiana dal 1946 a oggi è aumentata di 15 milioni di abitanti potrebbe essere anche giustificabile in questo senso l’aumento del numero richiesto di firme)

ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Il presidente della Repubblica oggi viene eletto dai membri del Parlamento, in seduta congiunta, e i dai delegati regionali: 630+315+58.

Nei primi tre scrutini serve la maggioranza dei 2/3 (672 voti), mentre dalla quarta votazione in poi basta la maggioranza assoluta, cioè il 50 per cento più uno (504 voti).

Con la riforma costituzionale parteciperanno al voto solo i membri della camera e i membri  del nuovo senato: 630+100

Per i primi tre scrutini servirà la maggioranza dei 2/3 (487 voti). Dal quarto al sesto scrutinio il quorum necessario consisterà nei 3/5 dei voti degli aventi diritto (438 voti), dal settimo scrutinio in poi i 3/5 dei votanti effettivi e non dei componenti.

Questi nuovi numeri salvaguardano perfettamente l’ampio margine consensuale previsto per la figura del Capo dello Stato, semplicemente lasciano all’opposizione, in caso stallo eccezionalmente prolungato, la possibilità di uscire dall’aula per manifestare il proprio dissenso ma lasciare che la maggioranza elegga un presidente della repubblica.

Equilibri politici, partiti, franchi tiratori, giochi di palazzo, continueranno ad accompagnare l’elezione del Presidente della Repubblica, ma qui entriamo nel merito di quello che la politica a questi livelli è stata, è e sarà sempre.

RIFORMA DEL TITOLO V

Questa parte della costituzione, che regola il rapporto tra Regioni e Stato, è stato spesso al centro degli interessi del Parlamento.

L’ultima riforma, quella del 2001, anch’essa approvata con referendum popolare, andava verso una politica e un modello organizzativo di fatto semi-federale. Come cita l’art. 117 le competenze sono divise in 3 grandi filoni:

1)competenza esclusivamente statale (es. forze di polizia)

2)competenza esclusivamente regionale (es. regolamentazione su caccia e pesca, promozione del turismo)

3)competenze concorrenti (es. sanità, per cui lo Stato detta le linee generali e po spetta alle regioni stabilirne regolamenti, attuazioni ecc…)

Ed è proprio questo ultimo filone che ha destato tutta una serie di problemi non di poco conto.

Ad esempio proprio sul tema della sanità si vedono le forti disparità tra regioni e regioni con il fenomeno annuale di centinaia di migliaia di persone che si spostano di territorio per eseguire esami o cure mediche.

1500 sono i ricorsi alla Corte Costituzionale per decidere a chi spetti regolamentare, quindi decidere, svariate materie. A farne le spese, più che Regione o Stato, i singoli cittadini che attendono mesi se non anni prima di ottenere autorizzazioni, istruzioni o semplici accorgimenti su come procedere nell’oceano burocratico italiano.

Con la forte autonomia ottenuta dalle regioni rientrano tra le loro prerogative esclusive: stipendi, spese e rimborsi dei Consigli regionali. La riforma, oltre a porre un’importante freno alle spese per consiglieri regionali e partiti, rappresenta un segnale politico molto importante.

Elimina le competenze concorrenti (il punto 3), inserendo inoltre una clausola di intervento dello Stato, che può prevaricare sulle decisioni delle regioni sugli ambiti di loro competenza se vi è obiettivo di interesse nazionale nell’intervento.

Si, rappresenta un passo indietro: si ritorna ad un accentramento di alcuni poteri nelle mani dello stato centrale. Ma ciò si è reso necessario in 15 anni di grande confusione istituzionale, spesso di incompetenza politica delle regioni, e soprattutto 15 anni di semi federalismo che non hanno fatto altro che aumentare il divario ingiusto e ingiustificabile tra diverse regioni.

Poco o quasi nulla questa riforma prevede sulle regioni a statuto speciale.

Questa potrebbe rivelarsi una contraddizione di questa riforma, che da un lato toglie autonomia alle regioni e dall’altro lascia quasi tutto alle 5 regioni a statuto speciale. In effetti un po’ lo è. Ma le regioni a statuto speciale si trascinano una serie di questioni storico-politico-economiche molto importanti e i numeri in parlamento per permettere una vera revisione anche di queste identità istituzionali non c’erano. E sì, probabilmente, non c’era neanche la necessaria autorità da parte di questa classe dirigente.

Questi sono i temi più importanti affrontati dalla riforma che saremo chiamati ad approvare o meno il 4 dicembre.

CONCLUSIONI

Si tratta di un referendum sulla costituzione, quindi è necessario certamente “entrare nel merito” prima di votare.

Ma vale altrettanto la scelta di votare per motivi esclusivamente politici. Non siamo né parlamentari né costituzionalisti: come corpo elettorale di un Paese democratico abbiamo tutto il diritto di votare per sentimento politico, per appartenenza partitica e anche per questioni di pancia.

La politica è meravigliosa proprio perché non è solo razionale, non è solo scienza, è anche passione, emozione e quindi anche brivido istantaneo.

Io penso che valga la pena votare SI sia nel merito della riforma, per i motivi che ho provato a spiegare nelle righe precedenti, sia per questioni politiche.

Non me la sento di lasciare che un’occasione così importante per provare a cambiare le cose in questo Paese svanisca nel nulla.

Non me la sento perché non c’è una riforma migliore dietro al NO stampato sulla scheda elettorale e soprattutto perché non vedo forze politiche sul campo per proporre cambiamenti di tale rilevanza nei prossimi anni.

Il 5 dicembre il sole sorgerà e sorgerà da est, semplicemente l’Italia potrà svegliarsi conscia di essere in grado di cambiare oppure no.

Sarebbe populismo promettere che con certezza votare SI migliorerà le condizioni di vita delle persone, se aumenterà l’occupazione, se si abbasseranno le tasse e ci renderà Pese più felice di adesso. Ma so per certo che votare NO non migliorerà la situazione politica, non diminuirà la disoccupazione giovanile, non risolleverà l’Italia dalla crisi economico-sociale, e più di tanto non indebolirà Renzi.

Tra certezza e beneficio del dubbio in questo caso scelgo la seconda opzione.

Il 4 Dicembre è in gioco il nostro futuro, con la matita in una mano e la scheda nell’altra possiamo rendere Realtà una speranza.