Salto nel buio

A pochi giorni dal 4 Dicembre, a sentire i sondaggisti, molti elettori sono ancora indecisi sul bocciare o approvare la revisione costituzionale.

Da parte mia, proverò ad esporre le principali ragioni che mi portano, insieme ad altre milioni di persone, a respingere questa riforma.

1)RIFORMA DEL SENATO

Termina il bicameralismo paritario. Il Senato cessa dunque di essere un organo legislativo con uguali funzioni della Camera. Non conferisce più la fiducia al governo e gli vengono assegnate delle competenze residue, ma non per questo meno importanti(revisione costituzionale e leggi costituzionali, leggi su elezione senatori e incompatibilità, leggi di attuazione di disposizioni costituzionali su minoranze linguistiche, referendum e altre consultazioni popolari, ratifica trattati europei e indirizzo politiche comunitarie, leggi sull’ordinamento enti territoriali).

Tuttavia, nonostante l’importanza delle loro funzioni (e non si capisce perché siano state scelte proprio queste), i senatori non saranno eletti dai cittadini, ma verranno scelti dai rispettivi consigli regionali “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”. Il testo rimanda perciò ad una legge elettorale che regoli la loro elezione, ma dando un’occhiata alle “disposizioni transitorie” della riforma, si realizza che fino all’approvazione di tale legge, i consiglieri voteranno i senatori su “una sola lista di candidati”.

Il Senato sarà quindi composto da 74 consiglieri regionali e 21 sindaci (più 5 senatori nominati dal Capo dello Stato, il cui mandato dura 7 anni, quanto quello del Presidente della Repubblica, la cui presenza in un organo che dovrebbe rappresentare la regioni credo sia ingiustificata). Il  timore diffuso è che questi finiranno per essere senatori “part-time”, poiché svolgeranno le due cariche contemporaneamente, e mi sembra quantomeno complicato far conciliare le esigenze organizzative di un consiglio regionale (quindi delle sedute, delle votazioni, degli impegni sul territorio..) e quello di senatore, con i parecchi compiti che si ritroverà ad affrontare (studio delle leggi, formulazione degli emendamenti..), tutto questo dovendo fare avanti e indietro dalla capitale alla propria città.

L’ennesimo problema è viene a galla con la questione della rappresentanza: il nuovo senato sarà composto da rappresentanti del popolo? Delle regioni? O dei partiti?

I riformatori affermano di essersi ispirati ad altri modelli europei, senza tuttavia riuscire ad adattarli alla nostra realtà nazionale. In  Germania, ad esempio, risiedono nel Bundesrat i delegati dei governi federali (gli stati tedeschi sono certamente diversi dalla regioni nostrane, ma il parallelismo qui è necessario) che votano con vincolo di mandato, ovvero votano tutti ciò che è stato deciso dal governo del proprio stato. Nel nuovo Senato italiano, i senatori, che dovrebbero rappresentare le autonomie, voteranno invece come meglio credono, su materie di importanza radicale. Viene spontaneo pensare che, in questo modo, voteranno come il proprio schieramento decide, e non come espressione della regione.

2) PROCEDIMENTO LEGISLATIVO

La revisione modifica il procedimento legislativo (art. 70).

Al posto della tanto decantata semplificazione si introduce un numero indefinito di processi di approvazione delle leggi, che prevedono la possibilità del Senato di bloccare le leggi per un tempo determinato e la possibilità di richiedere modifiche (sempre soggette a brevi vincoli temporali).

Ma fra la grande quantità di materie di cui il senato dovrebbe occuparsi, la sua rappresentatività partitica e il poco tempo concesso loro per adempiere ai molti compiti, qualora la maggioranza di governo andasse in minoranza al senato, le opposizioni potrebbero mettere in atto un perenne ostruzionismo, richiamando ogni legge e provando a paralizzare il sistema.

Un esempio può essere chiarificatore della fragilità della tesi per cui questa revisione renderebbe più rapida l’approvazione delle leggi: fra le materie di competenza bicamerale resterà “l’attuazione delle politiche europee”. Questo enunciato, oltre a poter essere soggetto ad ogni tipo di interpretazione (cosa si intende con politiche europee?), non tiene conto della quantità di norme che recepiamo ogni anno dall’Unione Europea e dell’importanza che la legislazione europea ha nel nostro ordinamento. Questa, da sola, carica il nuovo senato di una quantità di lavoro notevole.

E cosa succede se un provvedimento viene approvato con un procedimento errato? E se non sono rispettati i tempi previsti per le varie discussioni\approvazioni? Le leggi saranno invalidate, quindi nulle! E se un disegno di legge contiene materie che prevedono un iter legislativo differente? E anche quando i Presidenti delle due Camere hanno il compiti di dirimere i conflitti, cosa succede in caso di mancato accordo? Non essendo presente una clausola di chiusura che sciolga in via definitiva i conflitti di attribuzione la domanda resta senza risposta.

Possiamo quindi aspettarci una pioggia di ricorsi per conflitti di attribuzione fra poteri, e un enorme confusione (anche nostra) su quello che accadrà nel nostro parlamento.

3) RIFORMA DEL TITOLO V

La riforma di D’Alema del 2001 introdusse in Costituzione la “legislazione concorrente” fra Stato e regioni, che si compone di: materie di competenze esclusiva dello Stato, materie di competenza concorrente e materie residuali, quindi quelle non specificate nel testo costituzionale, che sono di competenza regionale.

I sostenitori della revisione sostengono che la grande quantità di conflitti fra Stato e regioni degli ultimi 15 anni siano dovuti all’esistenza stessa della concorrente. Tuttavia, ciò non corrisponde alla realtà (anche perché cosa può essere più coretto in uno stato federale se non uno stato centrale che pone i principi fondamentali che determinino uguaglianza e i governi decentrati che applichino quei principi adattandoli alle differenti realtà?), poiché, col passare degli anni, lo Stato non ha mai definiti con leggi cornice a cosa si riferisse l’elenco di materie da lui stilato.  Perciò, nei numerosi casi di materie incerte, lo stato invocava la propria supremazia presentando ricorso pressa la Corte Costituzionale ( a causa del fatto che, avendo equiparato le leggi regionali alle leggi ordinarie del Parlamento, era l’unica via per far sentire le proprie ragioni).

Certo, si può discutere sulla redistribuzione delle competenze fra Stato e regioni, ma il taglio che viene effettuato con questa revisione è netto.

Questa riforma, eliminando la competenza concorrente, spoglia le Regioni della maggior parte dei poteri, concedendone alcuni assolutamente di minor importanza. Ma la cosa ancora più grave è l’introduzione di una clausola di supremazia che consente al Governo, in seguito alla approvazione da parte delle Camere, di derogare la competenza regionale e legiferare anche laddove non potrebbe, in nome dell’ ”interesse nazionale”, dove quest’interesse è come logico deciso dal governo stesso. (E’ da dire che una clausola simile è già presente nell’attuale versione della Costituzione, la quale tuttavia prevede dei “tavoli d’intesa” dove Governo e regioni devono trovare un accordo. Con la riforma questa forma di collaborazione scompare, in favore del centralismo assoluto)

Come se non bastasse, la riforma non va a intaccare le regioni a statuto speciale, conservando privilegi che in alcuni casi non hanno certo portato a prestazioni virtuose.

Non si capisce, dunque, quale sia il disegno della riforma. Proseguire con la valorizzazione delle autonomie? E perché allora privare le regioni di tutte le competenze? Centralizzare? Perché allora nascondersi dietro un’apparente concessione di poteri tramite il Senato?

Al di là delle opinioni legittime sulla composizione dello stato, ci vuole chiarezza di intenti per non cadere nel caos.

4) GOVERNO

Pur non andando a toccare direttamente i suoi poteri, al Governo verrà consentito richiedere alla Camera di deliberare entro 5 giorni dalla richiesta che un ddl sia indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo, e che sia quindi inserito in via prioritaria nell’ordine del giorno e discusso con voto finale entro 70 giorni, realizzando in questo modo una pressione notevole da parte dell’esecutivo sui lavori parlamentari.

Per finire, passiamo agli istituti di democrazia diretta. Le firme necessarie per la presentazione di una legge di iniziativa popolare salgono da 50 000 a 150 mila (rendendo ancora più arduo l’utilizzo di questo mezzo di partecipazione democratica, già prima inefficace).Viene inserita anche una norma che prevede che la Camera fissi una data per la discussione di queste leggi, ma tale materia è rimandata ai regolamenti parlamentari, atti insindacabili di cui il Parlamento solo si occupa nella maniera che preferisce.

Non mancano, a mio avviso, alcuni aspetti positivi in questa riforma.

L’abbassamento del quorum per i referendum abrogativi, per esempio, per la validità dei quali sarebbe sufficiente la metà dei votanti dell’ultima votazione (questo, tuttavia, se si raggiungono 800 000 firme, invece che le 500 000 attuali, per convocare il referendum. E chi ci ha provato sa quanto sia difficile raccoglierne anche solo 300 000…). Positiva sarebbe anche l’introduzione di referendum propositivi e di indirizzo, se non fosse che per introdurli effettivamente sarà necessaria una legge costituzionale, per la quale è previsto lo stesso procedimento di questa riforma, perciò chissà…

Il Governo Renzi ha provato ogni strada per sostenere la sua revisione. Insistendo sulla lentezza del nostro sistema legislativo ( e qui i dati lo smentiscono, perché siamo il secondo paese europeo per leggi approvate), sul “siamo fermi da 30 anni”, sul progresso contro la conservazione, sul “ se non si cambia ora non si cambia più”, sull’ “accozzaglia”  del fronte del no, e ha provato anche a buttarla sul personale, minacciando le dimissioni in caso di bocciatura, mossa che rischia di rivelarsi un boomerang.

Ma il fatto è che il primo problema dell’Italia non è la costituzione, capro espiatorio di ogni problema dal 1948, ma piuttosto la corruzione comune a tutti i partiti, la diffusa incompetenza della classe politica, l’assenza di valori credibili di una politica che sta perdendo lentamente colpi.

La Costituzione si può modificare, io stesso penso ad essa diversamente da com’è ora, ma la retorica del cambiamento per il cambiamento va respinta con forza. Se si deve cambiare, si cambi, ma in meglio!

1 thought on “Salto nel buio”

  1. Ottimo lavoro, soprattutto nel paragrafo 2) dove si parla dell’attuazione delle politiche europee, un aspetto che viene poco considerato (ci provò Zagrebelsky nel famoso faccia a faccia con Renzi ma in pochi capirono l’importanza di quello che diceva).

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