Il povero Riccardo

Povero, povero Riccardo; una vita intera passata a costruirsi degli ideali, delle convinzioni raffinate; un attimo solo era bastato per distruggere tutto, per portarlo sull’orlo dell’abisso pronto a commettere ciò che era sempre stato impensabile per lui: un efferato atto di violenza.

Riccardo era un professore di filosofia, o meglio lo era stato: aveva dato le dimissioni alcuni giorni prima. Il rettore, il preside di facoltà e tutti i suoi colleghi gli avevano domandato più volte il perché, d’altronde era un gesto completamente estemporaneo che interrompeva, almeno per il momento, una promettente carriera. A tutti coloro che gli avevano domandato i motivi delle sue dimissioni Riccardo si era limitato a dare risposte vaghe, se non elusive. Non avrebbe mai confessato a nessuno il vero motivo del suo comportamento. C’era ovviamente un motivo se, oltre ad aver rinunciato al suo posto di lavoro, da giorni sembrava stanco, smorto e con una strana luce negli occhi.

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La virtù e la condanna del piscio

Un gruppo di ragazzi, tutti studenti universitari, entrò al Lucky George in un concerto di risate espansive che si aggiunsero al chiasso che riempiva il locale. Come erano belli, tutti incredibilmente definiti, ricchi di dettagli che li rendevano uno ad uno unici per qualche motivo, eppure tutti accomunati da una spiccata ed irripetibile giovinezza. Erano in sette, tre ragazze e quattro ragazzi. Le ragazze erano fresche, un vero trionfo di bellezza. Occupavano lo spazio attorno a loro con le loro personalità profonde, angeli venuti dal cielo che avrebbero guidato la mano e il cuore di molti giovani innamorati in futuro. Una di loro assomigliava ad un fiore delicato: emanava un profumo fragrante e vestiva come fossero petali petali una finta timidezza; allo sguardo di un intenditore prometteva di essere un’amante dalle inclinazioni interessanti. Stava seduta all’angolo del tavolo sulla destra, alla sua sinistra si trovava la sua amica del cuore, la sua anima gemella, la compagna di una vita. Questa ragazza sembrava piuttosto una gemma lucente. Il suo corpo era un tesoro prezioso, una reliquia per cui in un’epoca lontana interi eserciti sarebbero scesi in guerra. Chi avrebbe avuto la fortuna di conquistarla avrebbe dovuto custodirla gelosamente, intuendo che per quanto all’apparenza fosse la più aperta delle tre il suo sogno segreto era proprio quello: essere il tesoro di un cavaliere valoroso. Alla sinistra del lato femminile del tavolo si trovava invece un fiume dall’andamento incostante e capriccioso. Questa ragazza prometteva guai, la sua corrente poteva essere placida e in un istante sorprenderti con un susseguirsi di rapide impetuose. Guai a chi si fosse avvicinato a lei con troppa sicurezza! I navigatori ingenui, quelli meno esperti, sarebbero stati sicuramente travolti dalla corrente. Il fiume amava segretamente uno dei ragazzi al lato opposto del tavolo. Era il più piccolo del gruppo, eppure era il più coraggioso. Tutti quelli con cui era stata avevano sempre commesso lo stesso errore: prima o poi tutti erano voluti diventare una diga per lei, cercando così di arginare la corrente. Ogni volta il fiume aveva reagito allo stesso modo: si indispettiva e con una piena improvvisa spazzava via i progetti dei suoi amanti. Ma il piccolo era diverso, lui era votato all’avventura, non era insicuro delle sue debolezze. Solo con lui il fiume desiderava formare un piccolo lago, una conca dove godere insieme della natura rigogliosa che sarebbe nata dal loro amore fertile, forse un poco infantile.

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Prostituzione: attività lavorativa o violazione della dignità umana e della parità di genere?

Se davanti ad una birra vi interrogaste con i vostri amici su quale sia il lavoro più antico del mondo sarei pronto a scommettere che, con buona probabilità, qualcuno di voi risponderebbe la prostituzione. Se ci si ferma a riflettere ci si rende conto, infatti, che la prostituzione, accettata legalmente e/o socialmente o viceversa osteggiata e combattuta, indipendentemente dalla forma politica, dalla religione, dalla cultura, e dalla morale vigenti, in qualsiasi luogo, in qualsiasi epoca, è sempre riuscita a ritagliarsi un proprio spazio all’interno della società. Eppure Stati diversi, con modalità differenti tra loro, si propongono da tempo di debellare il fenomeno. Partendo dunque dal presupposto che pensare di sconfiggere la prostituzione, intesa come dazione indiscriminata e professionale del proprio corpo per fini di lucro, rientra nel campo dell’utopia, è interessante analizzare come all’interno della sola Unione Europea essa sia considerata, affrontata e disciplinata dal punto di vista legale in modo differente, e a tratti antitetico, da paese a paese.

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L’attesa dell’innamorato

Pietro aspettava il suo migliore amico da più di venti minuti ormai a un tavolo del Lucky George, uno dei loro punti di ritrovo abituale. Da Lucky George i due amici erano sempre i benvenuti essendo ormai riconosciuti da tempo come clienti abituali. Si stava bene al Lucky George, il proprietario era un americano, un vecchio eroe di guerra si diceva, anche se le storie delle sue gesta erano avvolte da un’aura di mistero. Tutti lo chiamavano Giorgio, chissà per quale motivo detestava sentirsi chiamare col suo vero nome, forse gli ricordava quei giorni terribili del suo passato. Si sapeva che aveva combattuto contro i giapponesi e che in uno degli scontri aveva perso un braccio. Giorgio infatti mancava del braccio sinistro poco sotto la spalla. Pietro si fermò a pensare alla scommessa, c’era infatti una scommessa che girava tra i frequentatori abituali del locale su come avesse fatto il vecchio Giorgio a perdere il braccio. C’era chi diceva fosse stata una granata, cosa più probabile. Chi dipingeva una scena più fantasiosa, scommettendo che il fatidico braccio fosse stato mozzato da un colpo secco di una spada di un ufficiale giapponese. C’era addirittura chi sosteneva di essersi fermato fino a tardi al Lucky George una sera e che gli fosse stato confidato da Giorgio in persona che, durante uno scontro particolarmente violento, un giapponese assatanato gli si fosse gettato addosso strappandogli il braccio a morsi. Questo era meno probabile, non tanto per l’assurdità della scena, ma per il fatto che Giorgio il monco non parlava quasi mai, si limitava a salutare i clienti più conosciuti, essere salutati da Giorgio era un grande segno di distinzione al Lucky George, e a redarguire i clienti troppo invadenti con le signore. In nessun caso si soffermava a parlare di sé, non aveva mai condiviso aneddoti di guerra con nessuno, mai nulla sulla sua vita prima di divenire Giorgio il monco, eppure sembrava avere molto da raccontare a vederlo.

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Ho perso

Ho perso. E con me hanno perso tutti quelli che in questa riforma ci credevano sul serio, credevano davvero che qualcosa potesse cambiare. Stanotte, quando Matteo Renzi ha annunciato il suo intento di dimettersi, per me ha rappresentato la fine di un’esperienza politica nella quale ho creduto fermamente dal primo momento, pur non condividendo tutte le riforme. Riforme, appunto, ne sono state fatte: lavoro, scuola, opere pubbliche e ora era il momento decisivo, la Costituzione, quella che anche Calamandrei sosteneva andasse cambiata. Per la prima volta, complice la fiducia dell’Unione Europea, avremmo potuto potuto tirare un respiro di sollievo, ma niente. Purtroppo il problema non si limita a ciò che abbiamo, nel bene e nel male, perso, ma riguarda qualcosa di più grande, cioè il futuro del nostro paese. Trovo encomiabili le dimissioni di Renzi: il suo governo aveva come specifico compito portare avanti le riforme, tra le quali quella costituzionale era senza dubbio la più importante di tutte: bocciata quella, inutile proseguire. Mi permetto anche di credere che se tutti gli elettori avessero votato “Costituzione alla mano”, ci sarebbe stata una sfida all’ultimo punto percentuale. Purtroppo, credo sia chiaro a tutti, non è andata così. Complici i (troppi) partiti populisti, la serietà di una dichiarazione come quella di Renzi è stata trasformata in un’occasione per farlo cadere, perché aspettare le prossime elezioni e votare nel merito della riforma era troppo corretto. E così ci si trova a dire, nei bar, nei ristoranti e nei treni, “votiamo no così mandiamo Renzi a casa”, trasformatosi nelle percentuali bulgare del referendum. Per quanto riguarda chi ha votato no con consapevolezza, e ne conosco molti, tanto di cappello, è la democrazia: se avessero votato tutti così avremmo assistito tutta la notte a un avvincente testa a testa. Ci si chiede quindi, cosa c’è di sbagliato in questo Paese? Molti ironizzano: bisognerebbe togliere il suffragio universale e sottoporre i sedicenti elettori a un test di cittadinanza. Io credo, invece, che un ruolo cruciale sia giocato dall’istruzione: fino a quando non saremo messi tutti nelle condizioni di avere i minimi strumenti per leggere il mondo le cose cambieranno, ma sempre in peggio, come nel resto del mondo occidentale. La crisi economica ha messo in ginocchio molti, che hanno trovato sfogo alla propria rabbia in persone che, guarda caso, dicono esattamente quello che gli passa per la testa. E Renzi non ha saputo intercettare questo malcontento, non ha saputo cogliere le istanze di molti, che chiedevano più stabilità non del governo, ma della propria vita. Abbiamo perso, il sole è sorto, e l’Italia continua a essere la quarta economia europea, per qualcuno con meno speranze, per altri con l’occasione che aspettavano da anni. Ai posteri l’ardua sentenza.