L’attesa dell’innamorato

Pietro aspettava il suo migliore amico da più di venti minuti ormai a un tavolo del Lucky George, uno dei loro punti di ritrovo abituale. Da Lucky George i due amici erano sempre i benvenuti essendo ormai riconosciuti da tempo come clienti abituali. Si stava bene al Lucky George, il proprietario era un americano, un vecchio eroe di guerra si diceva, anche se le storie delle sue gesta erano avvolte da un’aura di mistero. Tutti lo chiamavano Giorgio, chissà per quale motivo detestava sentirsi chiamare col suo vero nome, forse gli ricordava quei giorni terribili del suo passato. Si sapeva che aveva combattuto contro i giapponesi e che in uno degli scontri aveva perso un braccio. Giorgio infatti mancava del braccio sinistro poco sotto la spalla. Pietro si fermò a pensare alla scommessa, c’era infatti una scommessa che girava tra i frequentatori abituali del locale su come avesse fatto il vecchio Giorgio a perdere il braccio. C’era chi diceva fosse stata una granata, cosa più probabile. Chi dipingeva una scena più fantasiosa, scommettendo che il fatidico braccio fosse stato mozzato da un colpo secco di una spada di un ufficiale giapponese. C’era addirittura chi sosteneva di essersi fermato fino a tardi al Lucky George una sera e che gli fosse stato confidato da Giorgio in persona che, durante uno scontro particolarmente violento, un giapponese assatanato gli si fosse gettato addosso strappandogli il braccio a morsi. Questo era meno probabile, non tanto per l’assurdità della scena, ma per il fatto che Giorgio il monco non parlava quasi mai, si limitava a salutare i clienti più conosciuti, essere salutati da Giorgio era un grande segno di distinzione al Lucky George, e a redarguire i clienti troppo invadenti con le signore. In nessun caso si soffermava a parlare di sé, non aveva mai condiviso aneddoti di guerra con nessuno, mai nulla sulla sua vita prima di divenire Giorgio il monco, eppure sembrava avere molto da raccontare a vederlo.

Solo una persona era sospettata di conoscere i suoi segreti, questo era il suo secondo in comando nella trincea dietro al bancone. L’uomo si chiamava Gabriele ed era l’opposto esatto di Giorgio. Aitante e muscoloso, Gabriele era molto aperto riguardo alla propria storia e non mancava di raccontarla a chi visitasse il locale, anche agli avventori di una notte, nei minimi dettagli. Decenni orsono, nei giorni della liberazione, i genitori di Gabriele erano rimasti uccisi, egli era figlio unico e senza nessuno che si prendesse cura di lui era divenuto un ragazzo di strada. Quando Lucky George aprì i battenti, nell’immediato dopoguerra, Gabriele era un mendicante e la sua postazione era esattamente di fronte all’entrata del locale. Ogni volta che raccontava questa storia Gabriele si commuoveva, Giorgio lo aveva preso sotto la sua ala, aveva reso di lui un accomodante cameriere e con gli anni era finito per diventare il direttore del locale, secondo solo a Giorgio che ne era il proprietario. Tuttavia come Gabriele era aperto riguardo alla propria storia, egli si guardava bene dal rivelare qualsiasi particolare su quella di Giorgio. Da qui il fitto alone di mistero che si era creato attorno alla sua figura e da qui la scommessa sulla ragione della sua invalidità.

Pietro giunse alla conclusione che Giorgio aveva, o quantomeno aveva avuto nei suoi giorni di gloria, un’esistenza interessante ed unica nel suo genere. Comparando questa con la sua venne raggiunto da un’amara punta di invidia, egli infatti era convinto che la sua esistenza fosse piatta e totalmente conforme a quella di molti suoi coetanei.

Questo pensiero lo riportò al presente, seduto ad un tavolo del Lucky George vicino la vetrina guardando con aria assorta i passanti indifferenti. Certamente si era stancato di aspettare e il pensiero della insignificanza della sua esistenza rese l’attesa ancor meno sopportabile. La persona che stava aspettando, il suo migliore amico, era di contro la persona più interessante che conoscesse. Si chiamava Friedrich, il padre era un noto intellettuale tedesco e aveva deciso di dare al suo primogenito il nome del grande Nietzsche. Sua madre d’altro canto era argentina, una donna dalla bellezza ingombrante e dal gusto raffinato. Pietro aveva avuto il piacere di conoscere i genitori del suo amico; erano davvero fatti l’uno per l’altra: due figure eteree, entrambi di bellissimo aspetto ed entrambi dotati di molte qualità e pregi. Erano inoltre molto ricchi, avevano vissuto in diversi luoghi esotici e potevano vantare di essere persone dalle ampie vedute e dagli ideali raffinati. Entrambe le loro esistenze come singoli erano massicce come il piombo e splendenti come l’oro. La loro unione era poi qualcosa di irreale da quanto sembrasse perfetta. Insieme costituivano un’unica entità che esisteva fuori dal tempo e che godeva della luce da essa stessa emanata come farebbe un piccolo sole. Questa unione miracolosa generò Friedrich ed egli prese il meglio da entrambi i genitori, rivestendo le qualità del padre come una lucente armatura e quelle della madre come un mantello degno di un imperatore, bordato di pelliccia di visone. Friedrich era un giovane dotato di una costituzione statuaria: era alto, con le spalle larghe ed un’ampia cassa toracica. I suoi muscoli erano stati disegnati da uno scultore del rinascimento, la sua figura marmorea sembrava costantemente protesa verso qualche azione eroica. Il suo viso poi: mascella squadrata e naso schiacciato, capelli biondi e mossi come il grano maturo. Il blu dei suoi occhi gli avrebbe dato un’aria quasi ingenua se non fosse stato per un velo di malizia che si coglieva nel suo sguardo. La sua presenza era magnetica, impossibile resistergli. Sembrava che la vita gioisse nel conferirgli ogni dono possibile e che il suo destino fosse spianato per chissà quale grandezza. Bellezza virile eppure raffinata, una mente sagace e brillante e un’enorme quantità di esperienze vissute, ognuna delle quali presa singolarmente sarebbe bastata a definire i caratteri di un uomo e che lui invece collezionava con cura ed allo stesso tempo con noncuranza, come dei francobolli.

I due amici erano talmente diversi: lui era così ordinario, soffriva nei momenti di difficoltà e cercava quantomeno di godersi quelli felici prima che svanissero nel nulla, mentre Friedrich sembrava essere miracolosamente immune dai dolori e dalle fatiche della vita.

Pietro si trovò per l’ennesima volta a domandarsi cosa ci trovasse Friedrich in lui. Quel pensiero lo tormentava, soprattutto quando si trovava a dover aspettare l’amico, ciò accadeva spesso. Pietro era convinto lo facesse apposta, seguendo l’idea che una prolungata attesa acuisse il desiderio.

Di una cosa era certo, l’amico era consapevole della benedizione della fortuna che gravava su di lui, non poteva essere talmente cieco. Doveva essere per forza così, la sua era una tattica ben studiata, lo aveva capito ormai da tempo. Friedrich era un seduttore, anche se non avrebbe avuto bisogno di alcun tipo di artificio per guadagnarsi il favore delle persone. Eppure vi era del metodo nel suo comportamento: egli era capace di ricoprirti di tutte le sue attenzioni, di concederle con magnanimità. Solo allora ti rendevi conto di quanto fossi affamato di quelle attenzioni, di quanto ne avessi bisogno. Nell’istante in cui deviava il suo sguardo azzurro su di te, ponendo una domanda fintamente interessata alla tua perfetta banalità, era come se per un attimo anche tu fossi parte di quel sole immortale che era la sua esistenza. A quel punto eri stato ingannato, soggiogato dalla stella; saresti stato suo per sempre e per sempre avresti ambito al calore dei raggi di quel sole e avresti fatto qualsiasi cosa per potere godere di nuovo della sua luce.

Friedrich era come un sole massiccio che con la sua forza attrattiva divorava tutto ciò che gli si avvicinava e che illuminava l’oscurità attorno a sé con i suoi raggi lucenti. Pietro si sentiva più come un misero asteroide, incatenato ormai nell’orbita attorno all’astro stellare. A confronto con l’amico, Pietro non aveva una vita, non era nessuno; a volte si torturava con questo pensiero a tal punto da mettere in discussione la sua stessa esistenza. Dopotutto chi avrebbe potuto affermare di esistere quando esistevano persone come Friedrich? L’ombra proiettata da uno stelo d’erba era e sarebbe sempre stata insignificante rispetto a quella di una quercia imponente.

Lo detestava, questa era la verità, per quanto facesse fatica ad ammetterlo. Lo detestava e al contempo lo desiderava ardentemente. Desiderava possedere ogni cosa di lui, o almeno una minima parte. Desiderava avere il suo fisico, il suo portamento, desiderava profumare come lui e parlare con la sua stessa flessione. Desiderava poter piacere alle donne come lui, poterle conquistare e poi possederle, collezionare i loro voti di amore. Questo incontro tra un’odiosa invidia e il bramoso desiderio lo metteva a disagio, lo spaventava in un certo modo.

Fuori il tempo si era guastato in fretta, nuvole dell’aspetto minaccioso ora occupavano il cielo. Una lieve pioggia iniziò a posarsi sulla vetrina, poco dopo scoppiò un violento temporale.

Un sorriso si aprì sul volto di Pietro, Friedrich poteva essere perfetto in ogni cosa ma dopotutto ora sarebbe stato colpito dai violenti rovesci di pioggia agitati dal vento, mentre lui era comodamente seduto al caldo ad un tavolo del Lucky George.

Neanche a dirlo in quel momento la porta del locale si aprì di colpo e subito l’interno fu illuminato da una luce abbagliante, il suo amico era arrivato. Friedrich vestiva un elegante cappotto di cammello che gli calzava alla perfezione, esaltando il suo fisico statuario. Prima di entrare nel locale chiuse il grande ombrello dal pomello d’oro che aveva con se, non una goccia di pioggia lo aveva sfiorato. Dietro di lui seguiva una giovane donna, una ragazza dal fisico snello e slanciato, i capelli castani mossi dal vento di fuori; doveva essere la sua ultima conquista. Aveva delle gambe meravigliose e vestiva un elegante dolcevita di cachemire. La sua espressione era unica, eppure Pietro l’aveva vista innumerevoli volte, lo guardava con sguardo totalmente rapito ed eccitato, anche lei era rimasta abbagliata dalla luce del sole.

Pietro sentì il suo viso farsi più caldo, arrossato dal sangue che accorreva alle guance in grande quantità per l’imbarazzo. Essersi presentato con lei, chiunque lei fosse, era uno smacco personale di Friedrich. Doveva per forza sapere che Pietro avrebbe desiderato con tutto se stesso rimanere da solo con lui, poter essere l’unico a godere della sua calda luce.

Friedrich si guardò attorno ed individuò il suo amico ad un tavolo li vicino, Pietro si affrettò ad abbandonare l’espressione di livida invidia con cui lo stava squadrando fino ad un momento prima.

Lo guardò quindi dirigersi verso il tavolo, mentre procedeva a grandi passi verso di lui il suo migliore amico con perfetta disinvoltura completò la scena del suo trionfale arrivo al Lucky George: gli fece l’occhiolino. Dio, quanto lo detestava!

Jacopo Gelli ©