Prostituzione: attività lavorativa o violazione della dignità umana e della parità di genere?

Se davanti ad una birra vi interrogaste con i vostri amici su quale sia il lavoro più antico del mondo sarei pronto a scommettere che, con buona probabilità, qualcuno di voi risponderebbe la prostituzione. Se ci si ferma a riflettere ci si rende conto, infatti, che la prostituzione, accettata legalmente e/o socialmente o viceversa osteggiata e combattuta, indipendentemente dalla forma politica, dalla religione, dalla cultura, e dalla morale vigenti, in qualsiasi luogo, in qualsiasi epoca, è sempre riuscita a ritagliarsi un proprio spazio all’interno della società. Eppure Stati diversi, con modalità differenti tra loro, si propongono da tempo di debellare il fenomeno. Partendo dunque dal presupposto che pensare di sconfiggere la prostituzione, intesa come dazione indiscriminata e professionale del proprio corpo per fini di lucro, rientra nel campo dell’utopia, è interessante analizzare come all’interno della sola Unione Europea essa sia considerata, affrontata e disciplinata dal punto di vista legale in modo differente, e a tratti antitetico, da paese a paese.

Il fenomeno della prostituzione è dilagato negli anni novanta del secolo scorso con l’avanzare della globalizzazione, dell’erosione dei confini nazionali e della conseguente immigrazione di massa verso i Paesi economicamente più sviluppati. Oggi in Italia le persone che si prostituiscono sono circa 100.000, di queste il 25% sono minorenni. Stando ai dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), nel mondo le persone sfruttate a fini sessuali sono 21 milioni, di cui 5,5 milioni minori d’età. I “modelli” legislativi che coesistono attualmente in Europa sono quattro. Quello proibizionista, che trova applicazione in paesi quali Croazia, Macedonia, Montenegro, Romania, Serbia, vieta la stessa prostituzione e punisce anche coloro che la praticano. Il modello abolizionista, pur non considerando la prostituzione di per sé illegale,  prevede invece una penalizzazione delle attività ad essa connesse (sfruttamento, induzione e favoreggiamento); esso è per esempio adottato nella Repubblica d’Irlanda. Quello regolamentarista, vigente nei Paesi Bassi, in Austria, Germania e Danimarca, si fonda sull’idea che ciascuna donna debba essere libera di autodeterminarsi disponendo del proprio corpo nella più assoluta e completa libertà: lo stato deve dunque anche consentirle di prostituirsi e deve fare in modo che ciò avvenga garantendole il trattamento economico, sanitario e umano migliore possibile. Secondo il modello regolamentarista la prostituzione è una forma di lavoro, più precisamente “lavoro sessuale”, e a chi svolge tale professione deve essere data la facoltà di scegliere in autonomia il proprio datore. In netta opposizione è, invece, il modello nordico, adottato da Svezia e Finlandia, il quale, entrando immediatamente nel merito, prevede da un lato la non punibilità dei soggetti che offrono prestazioni sessuali in cambio di denaro o altra utilità, dall’altro la penalizzazione del cliente che, acquistando sesso, commette reato. La visione della prostituzione che trapela da questo modello è agli antipodi rispetto a quella abbracciata dai fautori della legalizzazione (o regolamentazione) del fenomeno: essa è considerata una forma di violenza contro le donne nonché una violazione della dignità umana e della parità di genere, indissolubilmente legata alla tratta di essere umani e alla criminalità organizzata. La prostituta è inoltre ritenuta vittima tanto dei trafficanti e degli sfruttatori quanto dei clienti.

In una recente risoluzione su sfruttamento sessuale e prostituzione, e sulle loro conseguenze per la parità di genere, approvata il 26 febbraio 2014, il Parlamento Europeo ha invitato tutti gli Stati membri ad abrogare la legislazione repressiva nei confronti di chi si prostituisce in essi vigente e ad adottare il modello nordico, in virtù degli eccellenti risultati conseguiti in Svezia. All’interno di una iniziativa generale che mirava al conseguimento di una maggiore parità di trattamento tra i sessi, nel 1999 la Svezia ha modificato la sua legge in materia di prostituzione, vietando l’acquisto di sesso e depenalizzando i soggetti che si prostituiscono. Da allora il numero delle persone che offrono il proprio corpo in cambio di un corrispettivo è diminuito notevolmente, diventando un 1/10 rispetto alla vicina Danimarca. Il favore dell’opinione pubblica nei confronti della legge è inoltre aumentato: nel 1996 (quindi prima che entrasse in vigore la legislazione ora vigente) solo il 45% delle donne e il 20% degli uomini erano a favore della criminalizzazione dell’acquisto di sesso da parte di individui di sesso maschile, mentre nel 2008 erano favorevoli alla normativa il 79% delle donne e il 60% degli uomini. I dati dimostrano anche che la criminalità organizzata svolge un ruolo di rilievo laddove la prostituzione è legale e viene dunque adottato il modello regolazionista, soluzione alternativa al sistema nordico. In Germania e in Grecia non è stato intaccato il business criminale dei protettori e sempre in territorio tedesco le prostitute iscritte presso gli enti di previdenza sociale sono pochissime (in Germania 44 sulle 400 mila stimate). Si aggiunga che secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, i Paesi bassi sono la prima destinazione delle vittime della tratta di esseri umani.

Stando alla risoluzione del Parlamento Europeo sorge dunque spontaneo domandarsi per quale ragione provvedimenti simili non siano stato adottati in maniera unanime dai paesi dell’Unione. La risposta è immediata se si prendono in esame le argomentazioni degli oppositori del modello nordico. Quest’ultimo considera la sessualità a pagamento fenomeno che attenta esclusivamente alla dignità delle donne, senza valutare la crescente rilevanza che la prostituzione maschile, omosessuale e transgender sta acquisendo. Inoltre, seppur in Svezia la nuova previsione legislativa si sia rivelata indubbiamente efficace nel contrastare la “prostituzione di strada” prestando tutela al bene giuridico del pubblico decoro, essa si è dimostrata poco più di un palliativo: non ha posto rimedio al problema, lo ha semplicemente spostato. In corrispondenza di una diminuzione della “prostituzione tangibile”, quella rappresentata, esprimendosi in termini brutali, dalla signorina in minigonna che con qualsiasi condizione atmosferica, in qualsiasi periodo dell’anno, presidia il solito angolo della solita via, si è verificato infatti un aumento della “prostituzione intangibile”, la prostituzione in rete, molto più complessa da arginare e il cui mercato su internet è in continua espansione. Il modello nordico, va aggiunto, pretende di influenzare pesantemente la libertà sessuale dei singoli, rinnegando una delle conquiste più importanti del femminismo: la gestione libera del proprio corpo. Tale modello esclude, sostengono diversi esponenti della categoria dei “sex workers”, che coloro che offrono le proprie prestazioni sessuali in cambio di denaro o altra utilità lo possano fare volontariamente, non contempla l’ipotesi che essi, nello svolgere la propria attività, abbiano la medesima professionalità che ogni lavoratore ha nell’adempiere le proprie mansioni. Dato non trascurabile è, infatti, che i sex workers sono fortemente contrari al modello svedese: da un lato, affermano, quest’ultimo, contrariamente al modello regolazionista, non permette loro di prostituirsi “sotto la tutela dello Stato”, dall’altro, di fatto, si limita a punire la domanda mirando in questo modo a determinare anche una diminuzione dell’offerta, senza prendere d’altra parte alcuna misura sociale a sostegno di chi si prostituisce.

In Italia il 9 giungo 2016 è stata presentata alla Camera una proposta di legge d’iniziativa di alcuni Deputati, la proposta Bini, che dà attuazione alla risoluzione del Parlamento europeo. La proposta Bini, ancora in discussione, prevede una modifica dell’articolo 3 della legge 20 febbraio 1958, n. 75, la cosiddetta legge Merlin, introducendo sanzioni per chi si avvale delle prestazioni sessuali di soggetti che esercitano la prostituzione o le contratti, in qualsiasi luogo, pubblico o privato. La legge Merlin, che detta attualmente la disciplina in materia, sanziona solo i reati di favoreggiamento, induzione e sfruttamento della prostituzione, punendo quindi soltanto il lenone; la nuova proposta prevede, invece, anche una criminalizzazione del cliente.

Mi sembra poco funzionale, descritto il quadro, che ora io mi esprima in merito all’opportunità della proposta. Avevo inoltre preannunciato fin dalle prime righe che il  problema è complesso e non esiste una soluzione pienamente efficace: ciascuna presenta come sopra illustrato dei pro e dei contro. Ciò a cui miro è dunque dare attenzione alla proposta di legge, la quale, a mio modo di vedere, interviene in un ambito sicuramente delicato e importante e che, ciononostante, ha avuto scarsa visibilità mediatica, auspicandomi che ciò possa favorire un dibattito che sarebbe certamente stimolante e interessante visto l’eterogeneità dei temi in campo.