La virtù e la condanna del piscio

Un gruppo di ragazzi, tutti studenti universitari, entrò al Lucky George in un concerto di risate espansive che si aggiunsero al chiasso che riempiva il locale. Come erano belli, tutti incredibilmente definiti, ricchi di dettagli che li rendevano uno ad uno unici per qualche motivo, eppure tutti accomunati da una spiccata ed irripetibile giovinezza. Erano in sette, tre ragazze e quattro ragazzi. Le ragazze erano fresche, un vero trionfo di bellezza. Occupavano lo spazio attorno a loro con le loro personalità profonde, angeli venuti dal cielo che avrebbero guidato la mano e il cuore di molti giovani innamorati in futuro. Una di loro assomigliava ad un fiore delicato: emanava un profumo fragrante e vestiva come fossero petali petali una finta timidezza; allo sguardo di un intenditore prometteva di essere un’amante dalle inclinazioni interessanti. Stava seduta all’angolo del tavolo sulla destra, alla sua sinistra si trovava la sua amica del cuore, la sua anima gemella, la compagna di una vita. Questa ragazza sembrava piuttosto una gemma lucente. Il suo corpo era un tesoro prezioso, una reliquia per cui in un’epoca lontana interi eserciti sarebbero scesi in guerra. Chi avrebbe avuto la fortuna di conquistarla avrebbe dovuto custodirla gelosamente, intuendo che per quanto all’apparenza fosse la più aperta delle tre il suo sogno segreto era proprio quello: essere il tesoro di un cavaliere valoroso. Alla sinistra del lato femminile del tavolo si trovava invece un fiume dall’andamento incostante e capriccioso. Questa ragazza prometteva guai, la sua corrente poteva essere placida e in un istante sorprenderti con un susseguirsi di rapide impetuose. Guai a chi si fosse avvicinato a lei con troppa sicurezza! I navigatori ingenui, quelli meno esperti, sarebbero stati sicuramente travolti dalla corrente. Il fiume amava segretamente uno dei ragazzi al lato opposto del tavolo. Era il più piccolo del gruppo, eppure era il più coraggioso. Tutti quelli con cui era stata avevano sempre commesso lo stesso errore: prima o poi tutti erano voluti diventare una diga per lei, cercando così di arginare la corrente. Ogni volta il fiume aveva reagito allo stesso modo: si indispettiva e con una piena improvvisa spazzava via i progetti dei suoi amanti. Ma il piccolo era diverso, lui era votato all’avventura, non era insicuro delle sue debolezze. Solo con lui il fiume desiderava formare un piccolo lago, una conca dove godere insieme della natura rigogliosa che sarebbe nata dal loro amore fertile, forse un poco infantile.

Sul lato opposto del tavolo sedevano tre giovani ragazzi, tre giovani aspiranti gentiluomini, futuri cavalieri della Regina. Erano tre amici di vecchia data, inseparabili come fratelli. Sulla destra del tavolo sedeva un ragazzo belloccio, la sua costituzione suggeriva che praticasse uno sport dove il contatto fisico giocava una parte fondamentale. Era un ragazzo vitale che amava attirare le attenzioni degli altri su di sé. Era sempre votato all’azione, che fosse sedurre una ragazza in tempo record o menare un ragazzo per uno sguardo troppo ambiguo alla ragazza appena sedotta, non si tirava mai indietro di fronte a nulla. Valutava infatti il peso della sua esistenza dall’avventatezza delle sue azioni. Non a caso era divenuto col tempo un abile seduttore e un consumato lottatore da bar. Davvero non sapeva se avesse preferito giacere tra le calde pieghe di una ragazza o prenderle e darle altrettanto di santa ragione in un vicolo sporco dietro ad un locale. Di fatto considerava ugualmente una conquista esibire i segni dei morsi passionali di una ragazza sul collo o l’occhio nero della rissa della nottata precedente. Alla sinistra del tavolo si trovava invece il piccolo avventuroso, che sedeva agitato rigirandosi tra le dita il suo piccolo segreto: il profondo amore che provava per il fiume impetuoso seduta di fronte a lui. Avrebbe voluto agire, cogliere l’occasione, eppure non riusciva mai a trovare il momento propizio. Così si tormentava nell’attesa di un segno, tuttavia si era promesso che quella sera avrebbe fatto di tutto per rimanere da solo con lei, quando gli amici se ne sarebbero andati, a quel punto avrebbe giocato la sua mossa rischiando il tutto per tutto. Quello seduto al centro era un vagabondo dello spirito, un romantico contemporaneo. Era un ragazzo sensibile ed un poco egoista, innamorato di se stesso prima di qualsiasi altra cosa. Provava un profondo senso di fascinazione per la bellezza femminile, fu lui infatti il primo a posare lo sguardo sulla pregevole creatura che sedeva ad un tavolo di fianco a loro: una gazzella dai capelli castani e dagli occhi verdi, magnifica nel suo dolcevita che esaltava generosamente le sue forme. Come accadeva sempre si era già perdutamente innamorato di lei, sarebbe stato pronto a prometterle il suo cuore come pegno d’amore e a portarla in viaggio attorno alla luna, se non fosse stato per l’adone biondo che sedeva di fianco a lei, da cui la ragazza non riusciva a distogliere lo sguardo un secondo. Il giovane romantico con una scrollata di spalle li mandò al diavolo entrambi, concentrandosi di nuovo sui suoi amici.

Così i sei giovani ragazzi occupavano i due lati lunghi del tavolo, mancava solo il settimo che sedeva da solo a capotavola. Egli era marcatamente diverso dagli altri, su di lui la giovane età non aveva il consueto effetto che si poteva ammirare negli altri ragazzi. Il suo viso, coperto da un’ombra grigia, aveva un aspetto malaticcio. I suoi capelli erano stopposi e scuri, gli occhi infossati in un’espressione incredibilmente seria. La sua postura era leggermente incurvata e il suo fisico penosamente rachitico. Sembrava una vecchia cornacchia, un anziano nel corpo di un ventenne, pareva che non fosse mai stato giovane. Non conosceva nessuno degli altri ragazzi, li aveva incontrati quel pomeriggio di fronte ad un caffè della sua università ed era stato invitato, un po’ per scherzo un po’ per compassione, a bere qualcosa insieme a loro. Ora che si trovava con loro ad un tavolo del Lucky George però più che sentirsi un ospite si sentiva un estraneo. Effettivamente lo era, non aveva nulla in comune con il resto del gruppo, era anzi l’esatto opposto di quei ragazzi che disprezzava sempre di più man mano che il tempo passava.

Il gruppo stava discutendo di quale fosse la facoltà migliore, i pareri erano contrastanti. Il bellimbusto studiava legge ed era un pessimo studente, diceva che tutte le facoltà erano tremende allo stesso modo e che di lì a poco avrebbe abbandonato gli studi per girare il mondo, tenendo un diario dei suoi viaggio che poi avrebbe pubblicato come romanzo di avventura, almeno questo era il piano. Il piccolo aveva seguito le orme del suo mentore, il romantico seduto accanto a lui, e si era iscritto a filosofia. I due cercavano di difendersi dagli attacchi di una delle ragazze, la gemma rara, che invece studiava fisica. Le altre due ragazze studiavano arte, il fiume aveva uno spiccato talento per la pittura, il fiore avrebbe voluto diventare una stimata gallerista: progettavano di viaggiare a lungo collezionando le esperienze più disparate, studiando le arti tribali dei popoli che avrebbero incontrato, per poi tornare ed aprire una loro galleria insieme, almeno questo era il piano.

La gemma difendeva la sua opinione ad ogni costo – “La fisica è l’unica vera materia che indaga il reale, non come la filosofia che è solo speculazione. In fisica si fanno veri esperimenti per capire le dinamiche della realtà, come la gravità o l’elettricità, voi filosofi sapete solo grattarvi il mento pensando a cose che non esistono.”

Fu il giovane romantico a risponderle – “Ma la fisica non può essere dimostrata! E così nemmeno la filosofia, che ha comunque come scopo l’indagine del reale, solo da un’altra prospettiva. Sono entrambe scienze inesatte e speculative, non te la prendere non stiamo dicendo che la filosofia sia migliore, sono esattamente sullo stesso piano logico. L’unica scienza esatta è la matematica, ma più questa diventa astratta più si mostra per ciò che è: una forma di linguaggio per la logica, guarda caso una branca della filosofia!”

Le due future artiste avevano ora la parola – “Ma come siete noiosi tutti quanti! Che ne pensate dell’arte invece? Non è senza dubbio la cosa più nobile che ci sia?”

Vennero sommerse da esclamazioni di disapprovazione, l’arte era roba da vecchi o da invertiti, non avevano voce in capitolo.

La cornacchia avrebbe voluto dire la sua con tutto se stesso, avrebbe voluto far sentire quei ragazzi piccoli e insulsi a confronto con la sua virtù. Egli studiava teologia, la sua ambizione era di diventare un esperto interprete delle Sacre Scritture. Avrebbe voluto dire che la scienza era una blasfemia, un’offesa verso la perfezione del creato. La speculazione era un vizio, esattamente come il sesso o il consumo di droghe, l’arte non era che un inutile artificio e l’unico caso in cui diventava davvero “nobile” era quando raccontava la vita dei santi. Avrebbe voluto erigersi sul suo piedistallo di rettitudine e giudicarli tutti, uno ad uno, eppure per qualche motivo gli era impossibile partecipare al discorso. Si sentiva incredibilmente a disagio, sentiva di essere invisibile agli occhi di quei poveri idioti che ignoravano cosa fosse la virtù. La virtù era la sua unica amante e di questo passo l’unica che avrebbe mai avuto. Aveva dedicato anni della sua vita al concetto di virtù e questa misera scelta lo aveva plasmato sia nel fisico che nel carattere. Stava infatti tutto impettito, cercando di correggere il suo rachitismo con uno sforzo penoso. Mentre tutti gli altri avevano già finito diversi bicchieri, egli beveva la sua birra a piccoli sorsi ed ogni volta il suo viso si costringeva in una leggera smorfia per sottolineare quanto fosse un peso per lui consumare alcol. Una cosa su cui invece indulgeva era il tabacco. Fumava un’enorme quantità di sigarette pur detestandone il sapore, lo faceva per darsi un tono. Aveva studiato la perfetta postura da sigaretta, come tenerla tra le dita scheletriche per sembrare ancora più affascinante. Tuttavia non riusciva ad evitare ad ogni boccata che prendeva di guardare la punta della sigaretta farsi più rossa di brace, così il suo sguardo si incrociava in un’espressione assai penosa rovinando tutti i suoi sforzi. Stava quindi li seduto tutto torvo e ricurvo come una cornacchia ed ogni volta che aspirava gli veniva quella ridicola espressione da idiota. Lo sforzo di mantenere la virtù era estenuante e tutti i suoi tentativi falliti di prendere parte al discorso non facevano che far crescere il suo imbarazzo. I suoi occhi guizzavano da una persona all’altra, eppure al posto di vestire le persone col suo sguardo, apprezzandone i dettagli e le qualità, esso rimbalzava via come se fosse stato riflesso. Era incapace di mantenere lo sguardo su una persona per più di mezzo secondo, si sentiva subito sporco, come se stesse osservando il corpo nudo di una donna, cosa per lui assai disgustosa.

Il bellimbusto prese parola, la sua voce era resa alticcia dall’ alcol – “Avete tutti torto amici, tutte le nostre facoltà sono noiose e senza senso. L’università in generale è così accademica, così povera di contenuti! Non c’è nessuno che ci insegni i valori e le gioie della vita, non vi pare? Sarò contento solo quando ci sarà una cattedra su come si incassa un pugno, o una su come ci si ubriaca, magari una su come sedurre una sconosciuta e che diavolo anche una su come si scopa, e per questa per tutti gli esami bisognerebbe passare delle prove di pratica!” – si prese un secondo per ridere delle proprie idiozie, poi si fece improvvisamente serio – “Ma tu invece, giovane prete, che ne pensi di tutto questo?”

Tutti si voltarono improvvisamente verso la cornacchia; era il suo momento! Tuttavia era stato colto di sprovvista, l’unica cosa che gli venne in mente fu – “Ora.. ora devo andare in bagno, ma quando torno sarò felice di esporti il mio parere.”
Si alzò di scatto, comprendendo quanto fosse stata fuori luogo la sua uscita, e si diresse verso il bagno livido di imbarazzo. Sentì dietro di sé delle risate di scherno che lo fecero infuriare. “Ridete ridete, mi avete invitato per prendervi gioco di me, il giovane prete come dici tu idiota schifoso, ora vi faccio vedere io” pensò mentre si allontanava dal tavolo. Era certo di essere migliore di loro, trovava le loro personalità così vuote e prive di spessore. Per quanto fossero tutti diversi a loro modo, ai suoi occhi sembravano tutti uguali: non erano solo diversi da lui, erano suoi nemici. Li odiava eppure li temeva, e al contempo con vergogna segreta li invidiava: quei ragazzi erano come delle vespe e lui era stato attirato con l’inganno nel loro nido. Poteva però ancora salvarsi la pelle, magari riuscendo anche ad inculcare del buonsenso nella testa di quegli imbecilli. Tornato dal bagno avrebbe tenuto il suo discorso, avrebbe dimostrato la sua posizione con uno spiccato uso della retorica e avrebbe lasciato tutti di stucco. I maschi lo avrebbero ammirato ed invidiato, le ragazze sarebbero rimaste affascinate dalla sua mente sagace, almeno questo era il piano.

Era arrivato al bagno, un angusto sgabuzzino puzzolente, si abbassò i pantaloni con cura e prese il suo scarno membro tra le mani. Il giovane prete fu assai sfortunato, il getto uscì biforcuto dividendosi in due, uno dei due flussi di urina andò contro il bordo del water e gli schizzò abbondantemente i pantaloni, macchiandoli di piscio.

Che imbecille! Quello non era affatto un gesto virtuoso, niente affatto, ora era condannato! Pensò di scappare dalla finestra, ma era troppo piccola per passarvi attraverso. Cercando di pulirsi avrebbe reso ancora più evidente il suo peccato, quindi che fare? Decise di tornare al tavolo come se nulla fosse, quegli idioti non se ne sarebbero neanche accorti molto probabilmente. Si asciugò al meglio che poté, anche se il danno ormai era stato fatto, ritrovò la sua virtuosa compostezza e trattenendo a sento la vergona si diresse verso il suo destino.

Non passò nemmeno un secondo, quando si trovò di fronte ai suoi aguzzini tutti scoppiarono in una risata fragorosa. I maschi lo rimproveravano, lo prendevano in giro spiegandogli come pisciare, come se non lo sapesse. Le ragazza ridevano a crepapelle, fingendo di essere disgustate dalla scena. Non facevano altro che gridare: “Guardate, guardate! Il giovane prete se l’è fatta addosso!”

Jacopo Gelli ©