Il povero Riccardo

Povero, povero Riccardo; una vita intera passata a costruirsi degli ideali, delle convinzioni raffinate; un attimo solo era bastato per distruggere tutto, per portarlo sull’orlo dell’abisso pronto a commettere ciò che era sempre stato impensabile per lui: un efferato atto di violenza.

Riccardo era un professore di filosofia, o meglio lo era stato: aveva dato le dimissioni alcuni giorni prima. Il rettore, il preside di facoltà e tutti i suoi colleghi gli avevano domandato più volte il perché, d’altronde era un gesto completamente estemporaneo che interrompeva, almeno per il momento, una promettente carriera. A tutti coloro che gli avevano domandato i motivi delle sue dimissioni Riccardo si era limitato a dare risposte vaghe, se non elusive. Non avrebbe mai confessato a nessuno il vero motivo del suo comportamento. C’era ovviamente un motivo se, oltre ad aver rinunciato al suo posto di lavoro, da giorni sembrava stanco, smorto e con una strana luce negli occhi.

Riccardo era sempre stato un professore stimato, sia dai colleghi che dai suoi studenti. Da questi pretendeva uno sforzo maggiore del normale, ma in cambio non si limitava a dispensare nozioni, cercava con tutto se stesso di trasmettere a quelle giovani menti la sua conoscenza al di là del pensiero dei grandi filosofi, di spingerli a costruirsi una personalità ricca, un’esistenza bilanciata e serena. Era sempre pronto a fermarsi per una chiacchierata, condividendo un caffè o una sigaretta coi ragazzi, e non si imponeva mai a quei giovani con la sua statura intellettuale, cercava sempre di essere da stimolo, spronandoli a riflettere sugli eterni temi della vita. Cercava di stabilire un contatto personale con ognuno di loro e i suoi sforzi erano ampiamente riconosciuti tra le file di giovani studiosi. Poi vi erano tra loro quelli che spiccavano per acutezza, verso i quali sviluppava del vero e proprio affetto: li prendeva sotto la propria ala, li spronava a crescere e a sbocciare, talvolta li coinvolgeva nei suoi progetti di ricerca e nelle sue pubblicazioni, segnando un inizio assai florido per le loro carriere future.

Era accaduto che, mesi prima, in classe un giovane avesse richiamato la sua attenzione. Aveva consegnato delle ottime relazioni, la struttura del suo pensiero era fresca, vagamente avventata come dovrebbe essere a quella età, ma quel ragazzo poteva davvero diventare qualcuno. Fu così che Riccardo lo prese sotto la sua ala ed ebbe modo di conoscerlo meglio: il ragazzo aveva certo dell’ingegno, tuttavia non era questo a renderlo così speciale. Egli coniugava una tecnica di ragionamento assai logica e schematica ad una rara sensibilità, non approcciava le questioni filosofiche come semplici campi di studio, sentiva quei problemi nel profondo del suo animo ed ogni aporia era per lui grande occasione di agitazione. Coniugava il rigore di un positivista alla passione di un romantico, quel ragazzo adoperava il ragionamento come un pittore avrebbe usato un pennello. Avrebbe potuto dare un vero contributo al progresso del pensiero umano, tuttavia il giovane romantico era incostante, aveva bisogno di qualcuno che gli insegnasse la virtù della fatica: un mentore.

Che mesi meravigliosi furono per Riccardo! Il giovane romantico gli ricordava se stesso da ragazzo; giorno per giorno ebbe il piacere di guidare i suoi passi, con la speranza di vederlo sbocciare un giorno in un uomo, in un grande pensatore. Lo riceveva spesso a casa sua per discutere dei temi più attuali, diventò poco a poco un ospite abituale. Riccardo aveva deciso di coinvolgerlo nella sua ultima pubblicazione, un saggio sull’evoluzione del senso comune in parallelo col declino della Chiesa, che per secoli aveva giocato un ruolo centrale nel definire i cardini e i confini di ciò che fosse moralmente accettabile o meno. Il progetto era ambizioso: cercare di definire la fenomenologia della coscienza della società moderna, il libro avrebbe avuto un’ampia risonanza nel mondo accademico. Il ragazzo forniva un punto di vista originale, il suo contributo in quei mesi era diventato indispensabile, per Riccardo era divenuto come un figlio. Poi un giorno, mentre lavoravano, aveva deciso di concedere ad entrambi una pausa e di fare del thè, mentre preparava l’acqua aveva dovuto rispondere ad una lunga chiamata di lavoro che lo tenne impegnato per più di mezz’ora. Quando terminò la telefonata preparò un vassoio con il thè caldo e dei panini, percorse il lungo corridoio prima per andare in veranda dal suo pupillo, ma dovette fermarsi quando sentì dei curiosi mormorii provenire dalla stanza adiacente. Sbirciò senza essere visto e ciò che vide gli fece crollare il mondo addosso: il giovane romantico era parecchio impegnato attorno a sua moglie, sua moglie! La stringeva per la vita e le stava ricoprendo il collo di baci, la donna era completamente abbandonata al giovane. Sua moglie! La donna che più volte aveva ricevuto i suoi studenti in visita, la sua fedele compagna di una vita, lo tradiva con il suo alunno prediletto mentre lui era in casa in un’altra stanza! Riccardo fece un passo indietro e lasciò cadere il vassoio a terra, le ceramiche si ruppero in mille pezzi. Il rumore allarmò i due amanti, la moglie traditrice dovette staccarsi dal suo trastullo per accorrere in soccorso del marito: era caduto a terra rovesciandosi tutto addosso, aveva avuto un giramento di testa dovuto al caldo e alla fatica, forse era meglio finire qui il lavoro per oggi. Non appena il giovane romantico se ne fu andato Riccardo provò una profonda sensazione di sollievo.

La donna ignorava di essere stata scoperta, tuttavia per quanto Riccardo avesse voluto infuriarsi, piantare una scenata e costringerla a lasciare quella casa che aveva macchiato con il tradimento, egli riuscì a dominarsi: disse di non sentirsi bene e si chiuse nel suo studio a macchinare la sua vendetta. Cercò a lungo di controllare demoni che ora affollavano i suoi pensieri, ma ormai erano stati sguinzagliati e non vi era modo di ignorarli: le loro voci erano spaventose. Tutte le sue certezze borghesi: il valore della famiglia, la fedeltà dei propri cari e la corrispondenza degli affetti, la sacra stabilità del focolare, tutto era stato distrutto, il suo equilibrio scompaginato. Che stupido che era stato! Come era stato cieco! Povero, povero Riccardo!

Il dolore che provava era acuto, mai in vita sua fu così certo di esistere come in quegli attimi fatali. Dubitava però dell’esistenza del mondo attorno a sé, lui sì che esisteva come miscuglio di dolore, di sordo rancore e di un cieco desiderio di vendetta, ma la realtà che lo circondava aveva ormai cessato di esistere. Era tutto troppo penoso, la moglie del professore amante del giovane studente affascinante, tutto troppo puerile per avere dignità di esistere! L’unica cosa che aveva dignità era il suo dolore, il dolore che provava allora. Era l’unico essere degno dell’esistenza, tutto il resto non era che un’ombra.

Si accese una sigaretta e riempì un bicchiere di cristallo con del whisky, quello buono per le grandi occasioni. Il primo bicchiere lo vuotò d’un fiato, e così anche il secondo, senza nemmeno respirare tra un sorso e l’altro. Come era confortevole il caldo bruciore allo stomaco, come era pura la sua nuova esistenza distruttrice! Aspirò una profonda boccata di sigaretta mentre si preparava il terzo, la stanza si era riempita di fumo denso, come la sua mente che era oscurata ora dalla fosca nebbia del risentimento.

Guardò la sua immagine riflessa nello specchio di fronte alla scrivania, il suo volto era paonazzo, la sua espressione sconvolta era deformata da un inquietante ghigno di morte. Nei suoi occhi brillava una luce oscura, la fiamma della risolutezza, quale prolifico nichilismo si era impossessato di lui!

Improvvisamente tutto gli fu chiaro, dall’abisso dell’inferno i demoni gli sussurrarono le parole finali. Il suo sguardo contemplava il putrido tramonto della sua esistenza di professore universitario, un accademico borghese, si era ricongiunto con il tutto in un malsano abbraccio di morte.

Passò i giorni successivi vagando per le strade deserte, piene di ombre che camminavano verso i loro luoghi abituali, nulla di tutto quello che vedeva esisteva davvero, gli uomini non erano che scheletri fatti di polvere, li avrebbe spazzati via con un soffio.

Fu così che dopo giorni di delirio Riccardo si trovò seduto ad un tavolo del Lucky George, due erano i motivi che lo avevano condotto in quel luogo. Molti anni orsono, quando era stato giovane, quella era stata la sua tana, dove lui ed i suo amici potevano fare i bagordi, tra serate fatte di vino e di amori occasionali. Quello era il locale dove aveva conosciuto per la prima volta una ragazza magnifica, diversa da tutte le altre che aveva amato o desiderato, una ragazza magnifica che sarebbe poi diventata la sua adorata bellissima moglie, quella puttana. Il secondo motivo per cui si era intrufolato al Lucky George era perché si ricordava che il giovane romantico gli aveva confessato di andarci spesso, si ricordava subito dopo di essersi messo a rievocare le sue imprese giovanili, condividendo i suoi ricordi di ragazzo con quel piccolo bastardo insolente, che risate doveva essersi fatto alle sue spalle!

Ed eccolo lì, seduto ad un tavolo dall’altra parte del locale con i suoi amici a ridere e a scherzare, ignaro che il suo giudice e carnefice lo stesse fissando proprio in quel momento. Aveva riesumato una pistola che teneva nascosta in un cassetto in caso di furti, fino a qualche giorno prima non ricordava neanche di averla, ma da quando la sua visione aveva preso forma l’arma era diventata una sirena dal richiamo irresistibile, un faro di luce attraverso la nebbia della realtà illusoria che lo circondava. Aveva studiato il suo piano nei minimi dettagli: non appena avrebbe finito il suo bicchiere si sarebbe alzato e si sarebbe diretto al tavolo della sua vittima con passo risoluto. Lo avrebbe guardato dritto negli occhi, così che quel giovane romantico con tutta la sua sensibilità avrebbe potuto cogliere la cieca e potente furia che lo animava, gli avrebbe istillato il vero terrore con un solo sguardo, senza proferire parola. Quindi senza ulteriori cerimonie gli avrebbe sparato in testa e senza attendere nemmeno un secondo avrebbe poi puntato l’arma alla sua tempia destra e avrebbe fatto fuoco. Facendosi esplodere le cervella la sua coscienza, libera dalla sua prigione di carne e di ossa, si sarebbe potuta ricongiungere con la totale infinità dell’esistenza.

Non avrebbe esitato un attimo, ormai era diventato un essere sovrannaturale, l’immortale spirito del tempo. Per la sua vendetta si era ispirato alla filosofia dell’azione di certi coraggiosi pensatori giapponesi, aveva infatti nel caricatore della pistola solo due colpi: uno per il giovane romantico, uno per sé. Si era privato della possibilità di sbagliare: di mancare il colpo o in un attimo di panico di non sparargli al cervello, così da morire senza avere la certezza di aver ucciso; solo così gli sarebbe stato impossibile fallire.

Ora doveva solo fare un segno il cameriere e saldare il conto, d’altronde era lì quella sera per saldare i conti con la propria esistenza, gli sembrava un peccato lasciare la terra, per quanto fosse solo un’illusione, senza aver pagato da bere al Lucky George.

Chiamò infine il cameriere, nella tasca della giacca stringeva già il cane della pistola che bruciava come il fuoco. Tuttavia quando fu il momento di parlare si pietrificò, la sua mente era stata tradita da sé stessa, era rimasta in lui una sacca di istinto di sopravvivenza e questa ora cercava di fermare la sua mano omicida con il dubbio. Maledetto sia il dubbio, condanna dell’uomo di azione!

“Nulla attorno a me esiste, solo io esisto, sono onnipotente sono immortale, sono come un dio! Nulla mi può toccare. Questa pistola non è vera. I proiettili non sono veri! Devo andarmene da qui, nulla di tutto questo esiste!”

L’illusione attorno a lui divenne improvvisamente insopportabile, le ombre avevano un odore acre e dalla nebbia proveniva un rumore assordante.

Riccardo guardò il cameriere con sguardo allucinato – “Non ti avvicinare a me ombra schifosa! Devo andare via da qui, via! Via via da qui!”

Nei giorni seguenti vi fu un gran parlare riguardo ad uno stimato professore universitario che aveva avuto un crollo di nervi. Nessuno sapeva il perché, forse per lo scetticismo con cui era stato accolto il progetto della sua ultima pubblicazione. Era stato visto una sera ad un tavolo del Lucky George, un locale che tempo orsono aveva frequentato regolarmente. Si era ubriacato da solo senza rivolgere la persona a nessuno, seduto in un angolo con il cappotto addosso, guardando in ogni direzione come se fosse un animale in trappola. Poi ad un tratto era saltato in piedi e si era messo ad urlare cose assurde, prima che qualcuno avesse potuto dire qualcosa per riportarlo alla ragione egli si era precipitato fuori correndo, era sparito così nel nulla, inghiottito dall’oscurità. Aveva lasciato dietro di sé una pistola, tuttavia non avrebbe fatto del male a nessuno con quella, nemmeno volendo: l’arma infatti era scarica.

Povero, povero Riccardo!

Jacopo Gelli ©