Lo straniero

Ad un tavolo del Lucky George sedeva un uomo solo, a fargli compagnia non aveva altro che i suoi pensieri. Si rigirava tra le mani un bicchiere vuoto, ed allo stesso accarezzava con la mente la sua identità vitrea; il suo nome era Alessandro e di mestiere faceva il vagabondo. Normalmente una persona diventa un vagabondo per circostanza, spinto dalle forze avverse della vita, ma per Alessandro non era andata così. Lui era diventato vagabondo per scelta, una scelta presa in autonomia e in piena consapevolezza. Per Alessandro la vita del vagabondo era come una droga, costituiva per lui la prima fra tutte le sue dipendenze. Ogni giorno che passava da vagabondo veniva sempre più risucchiato in quello stile di vita che garantiva infinite possibilità, per quanto limitate che fossero. La gente odiava le persone come lui: nell’epoca moderna quella del vagabondo era la figura più disprezzata di tutte, proprio perché così lontana dai costumi della società comune. Ad Alessandro non pesava essere disprezzato, d’altronde anche lui odiava la gente, anzi li odiava molto di più di quanto loro odiassero lui, era un maestro nel covare l’odio almeno quanto lo fosse nel fare l’amore. Alessandro amava essere un vagabondo, vivere alla giornata senza preoccupazioni se non quelle dei propri bisogni primari. Aveva, ad onor del vero, un unico rimpianto: quello di essere nato nell’epoca sbagliata. In passato il vagabondo era stata una figura rispettata, a volte osannata o temuta, certo spesso osteggiata. Il punto è che c’era stato un tempo in cui quello del vagabondo era riconosciuto come un mestiere vero e proprio! Al giorno d’oggi la gente aveva perso ormai l’immagine romantica e pittoresca del vagabondo. Alessandro però non aveva mai dubitato che il futuro potesse riservare una nuova epoca di gloria per la sua professione, era molto fiducioso a riguardo. Stava solo a lui e ai suoi cari colleghi decidere quanto prima sarebbe venuta questa nuova età dell’oro del vagabondo. Bisognava concentrare ogni sforzo nell’allentare i cardini della società un poco alla volta, fino a che essi non si sarebbero spezzati facendo schiantare a terra tutta la baracca con un gran trambusto generale. Non bisognava unirsi in milizie, non c’era bisogno di combattere. Il loro era un esercito di lupi solitari, non sarebbero mai dovuti scendere in strada a protestare, loro erano già in strada, quello era il loro mondo. Alessandro si sforzava quanto poteva di dare il suo contributo a questa rivoluzione silenziosa, il cui statuto era probabilmente scritto sul retro di un fazzoletto sporco, non che lui lo avesse mai visto. Ogni volta che incontrava un borghese, ciò accadeva assai di frequente, cercava di instillare in lui il dubbio. Alessandro era convinto che in ogni uomo e donna albergasse un istinto vagabondo, che come una piccola brace richiedeva che le si desse aria perché diventasse un bel fuoco caldo. Questo cercava di fare, istillare il dubbio; sentiva di essere piuttosto bravo, ma forse questo era dovuto ad altre sue qualità che andavano ben oltre quelle richieste ad ogni vagabondo che si rispetti.

– Come ve lo siete immaginati Alessandro, come un barbone per caso? Con due cappotti stracciati addosso e le scarpe bucate, con la pelle zozza e il capelli arruffati. Magari qualche dente mancante e con lo sguardo da animale? Ma state attenti! La realtà è ben diversa da quello che vi aspettate, dovete ancora esercitarvi –

Alessandro aveva un potere quasi sovrannaturale, almeno così lo avrebbero giudicato i più, eppure la sua strabiliante capacità si poteva ottenere senza troppo sforzo: bastava rinunciare ad un pizzico di cervello, era quello il prezzo d’ingresso! Alessandro prima di tutto, anche prima di essere un vagabondo, era lo straniero. Straniero in ogni terra, straniero per ogni volto, straniero in casa propria, straniero di fronte ad uno specchio. La sua esistenza non era confinata in una sola forma, egli vedeva la sua esistenza come un brodo primordiale da cui tutto poteva essere creato. Così come viveva da vagabondo sulla sua pelle, senza dimora e senza un domani certo, viveva da vagabondo nel suo animo, senza un passato sicuro, senza una identità stabile. Alessandro aveva il potere di diventare chiunque volesse, di poter cambiare aspetto ed umore a suo piacimento.

Si esercitava in questa pratica ogni giorno da anni ormai. Ogni volta che entrava in contatto con qualcuno del mondo borghese ne scovava in un attimo le debolezze e i desideri più nascosti, allora diventava ciò che più era desiderato o temuto da chi aveva davanti. Era stato l’amante di un incredibile numero di donne, aveva condiviso il letto con duchesse raffinate e con le baldracche più discutibili. Ogni volta aveva sempre promesso il suo cuore a quelle sfortunate, per poi sparire la mattina dopo con una pagnotta in bocca e non senza aver sgraffignato qualche prezioso prima di fuggire. Alessandro aveva illuso padri di famiglia di essere un francescano in cerca di riparo per la notte, per poi sedurne la moglie o la figlia e fuggire con addosso l’abito buono del pover uomo ingannato. Aveva rubato una incredibile quantità di orologi da gente di poco polso, grandi somme di denaro da gente con le tasche più strette delle sue. Più piccola ed insignificante era la persona, più la preda era facile per lo straniero. Lo straniero si era spesso trovato con le spalle al muro, inseguito dalle persone che aveva ingannato, ed in alcuni casi aveva dovuto uccidere pur di salvarsi la pelle.

In realtà non era nemmeno un vagabondo, Alessandro poteva anche non essere il suo vero nome, ormai non era più sicuro di nulla. Un giorno aveva deciso che quella sarebbe stato il suo nocciolo, il suo simbolo, ma era stata una scelta del tutto arbitraria. Non aveva propria dimora, tuttavia grazie ai suoi sotterfugi era sempre pulito, ben nutrito e ben vestito, nessuno avrebbe mai sospettato di lui. Non prendeva alcuna decisione sulla sua vita, si limitava a seguire l’unica vera voce tra le infinite maschere architettate negli anni: quella dello straniero. Era lo straniero a guidarlo, a muovere la sua mano criminale, talvolta omicida. Lo straniero non era nessuno, così che Alessandro potesse essere chiunque.

Con il passare degli anni la sua vita non cambiava mai, anche se in un giorno poteva cambiare storia quante volte volesse. Solo una cosa lo turbava, qualcosa di recente. Era da qualche tempo che non sopportava i momenti di solitudine, in quei momenti lo straniero appariva improvvisamente debole, sperduto. Iniziava a sfogliare tutte le sue esistenze fittizie, le sue finzioni passate e i progetti per quelle future, come in un album di fotografie. Allora giocava ad impersonare ancora quelle vite mai accadute, quelle personalità vuote, come una bambina che si prova abiti su abiti sgualciti presi da un vecchio baule, messo al centro di una stanza piena di specchi rotti. Forse tra quegli abiti vecchi, tutti strappati e troppo grandi per la piccola bambina, ce ne sarebbe stato uno giusto per lei. Eppure gli specchi erano tutti rotti, storti, deformavano ogni cosa con le loro bugie, quelle bugie erano dappertutto. Era allora che veniva preso dal panico, era allora che vedeva lo straniero tradirsi e chiedersi fatalmente: “Ma chi sono io?”

Era in quei momenti che tremante di terrore scagliava il potere dello straniero verso qualcun altro con tutta la sua furia opportunista, ogni volta con più violenza, ultimamente si era scoperto ad aver fatto del male, senza apparente motivo.

Che ci faceva un personaggio simile al Lucky George? Un povero diavolo, senza un soldo in tasca, seduto ad un tavolo da solo senza nemmeno poter ordinare da bere? Ma tutti erano ammessi al Lucky George! Che fosse la Regina di Inghilterra o un mostro come Alessandro, ognuno era il benvenuto! Al Lucky George si poteva davvero vedere di tutto, il bar era come una riproduzione in miniatura dell’intero universo. Al suo interno si poteva incontrare ogni genere di uomo, ogni genere di donna: vecchi e bambini, guardie ed assassini fuggiaschi, nemici di una vita ed amanti segreti, tutti al Lucky George! La gente scherza e si ubriaca, fuma e si gode alcuni dei piaceri di questa misera vita. Tutti passano dal Lucky George prima o poi!

D’un tratto un vecchio tremante apre la porta, i suo occhi sono pieni di pianto:

– “Qualcuno ha visto Ginevra? Sta nevicando e deve tornare a casa! Ginevra!”

Nemmeno il tempo di una risposta e già era sparito, subito dopo l’attenzione di Alessandro venne richiamata da un altro tavolo. Gli uomini che vi sedevano erano vestiti in modo particolare, come ci si vestiva due secoli fa. Pensò dovessero essere delle comparse per un film, o qualcosa del genere. Da una parte del tavolo sedevano tre uomini, indossavano delle divise militari di un blu acceso, quello al centro aveva un fisico da animale, assomigliava ad un orso, Alessandro capì che quello era il capo. Dall’altra parte del tavolo sedevano due uomini con divise diverse, le loro erano rosse e più malandate. Stavano discutendo a bassa voce, i loro sguardi erano tesi, Alessandro intuì che di lì a poco sarebbe successo qualcosa. Di fatto poco dopo uno degli uomini in rosso si alzò di scatto, farneticò qualcosa senza senso e tirò fuori dalla giacca una pistola, puntandola al petto del capo degli uomini in blu. Questo però ebbe una reazione prontissima, bloccò il braccio armato dell’avversario che esplose il colpo della carabina a vuoto. Subito dopo gli si avventò contro, gettandosi con furia omicida dall’altra parte del tavolo. Lo colpì al naso con una testata e affondò i denti sul lato del viso del poveretto, strappandogli un orecchio a morsi, nel frattempo con la mano libera aveva spaccato sul bordo del tavolo il suo bicchiere e conficcò ripetutamente l’arma improvvisata nel petto del nemico, riducendolo in fin di vita. Nessuno sembrava aver notato quella scena spettacolare; i due uomini in rosso vennero immobilizzati e condotti fuori dal locale, prima di chiudere la porta dietro di sé, Alessandro vide il capo in blu lanciare uno sguardo interrogativo verso il vecchio Giorgio, il quale rispose con un unico lieve cenno d’intesa.

Al Lucky George si poteva davvero trovare di tutto! Una moltitudine confusa di maschere, di esistenze definite per un solo istante, tratteggiate con cura e poi subito dimenticate, tutti al Lucky George! Ecco perché Alessandro amava quel posto, perché era proprio come lui, proprio come lo straniero il Lucky George ospitava ognuna delle infinite declinazioni dell’esistenza, tutte vere e tutte finte allo stesso tempo.

Jacopo Gelli ©

Hai qualcosa sulla faccia

Diego era venuto al Lucky da solo, come sempre. Era un cliente abituale del posto, eppure nessuno si ricordava mai di lui. Al Lucky George venire ricordati era una questione di fondamentale importanza, una questione di vita o di morte. In un mondo che è una grande opera teatrale senza protagonista, senza storia e senza unità, in cui infiniti personaggi si alternano sul palco con le loro infime piccole storie, in un mondo così che senso ha esistere se non si è ricordati? Tutti avevano una possibilità di venire ricordati dal popolo del Lucky George. Quale che fosse la tua storia, essere a quel tavolo ti dava diritto ad una chance, la chance di scrivere un pezzo della storia non detta delle infinite ombre del Lucky George e delle loro non-esistenze. Tutti, ma proprio tutti, avevano una possibilità di venire ricordati, meno che Diego. Eppure Diego faceva di tutto per essere ricordato: era sempre così gentile con tutti, a tutti quelli che incontrava durante le sue penose serate al Lucky cercava sempre di lasciare qualcosa di impresso nella memoria, eppure ogni volta che si ripresentava al locale la tribù del Lucky George lo squadrava come se fosse stato un nuovo venuto, un pulcino spelacchiato che muoveva i suoi primi passi in quel mondo buio. Che momenti di imbarazzo per lui vedere lo stupore su quei visi conosciuti, visti centinaia di volte, quando confessava di essere, come diceva lui, un “habitué del Lucky”. I clienti del Lucky George sapevano essere davvero spietati, erano come una tribù incredibilmente chiusa, una casta di personaggi abbietti, e Diego ne era escluso dall’interno. Nemmeno Giorgio si ricordava mai di lui, nemmeno Gabriele, loro due si ricordavano sempre di tutti. Per di più Gabriele, che era sempre così gioviale, riservava a Diego un trattamento speciale. Era sì gentile, ma distaccato: a Diego veniva servito un piatto di fredda cortesia dall’odore stantio, a chiunque altro un succoso stufato di risate, aneddoti e di pacche sulle spalle. Diego detestava andare al Lucky, ogni volta si immergeva in numerosi preparativi per vestirsi in modo speciale: elegante e un filo eccentrico, senza mai però esagerare in nessuno dei due sensi; tutto per essere notato. Per giorni cercava di prepararsi a memoria storie di una vita che non aveva mai vissuto, liste di argomenti e di punti di vista arditi che avrebbero dovuto garantirgli almeno cinque minuti di attenzione; tutto per essere ricordato. Per giorni interi si flagellava in questi pietosi preparativi, in un continuo crescendo d’ansia, ed ogni volta vedeva tutti i suoi sforzi andare in frantumi senza rumore, senza baccano, senza che nessuno battesse ciglio per il suo fallimento. Che almeno lo accettassero come un fallito! Se quella gente non voleva riconoscere i suoi sforzi di impersonare una parte, che almeno lo vedessero per quello che era: un miserabile fallito! Ma che almeno lo riconoscessero come qualcuno! Qualcuno con una storia, anche se quella di un pezzente senza un’identità degna di nota! Ogni volta usciva dal Lucky livido di rabbia, sopportando a stento il cocente imbarazzo che gli dava l’umiliazione di non essere stato notato, umiliazione che nessuno gli aveva inferto di proposito. Ogni volta usciva dal Lucky furente, promettendosi che non vi avrebbe messo mai più piede eppure, convinto di poter valicare prima o poi il muro dell’indifferenza, ogni volta tornava sui suoi passi.

Diego si tormentava giorno e notte, la sua enorme difficoltà a essere notato nel mondo del Lucky George era per lui un mistero, proprio non si spiegava perché. Certo lui era il primo ad ammettere di non avere un’esistenza così particolare: era un uomo sulla trentina, leggermente paffuto e dalla carnagione smorta, gli occhi grigi scuri e i capelli color polvere, lavorava come impiegato presso una società di assicurazioni, la sua non era nemmeno una posizione di rilievo, solo scartoffie scartoffie scartoffie. Viveva da solo, aveva perso la madre da poco e il padre era morto quando era piccolo, non aveva fratelli o sorelle né altri parenti più lontani, non aveva nessuno. Vista così la sua esistenza non era affatto facile da notare, di certo era impossibile da ricordare, eppure Diego aveva qualcosa di unico, un tratto distintivo che per quanto odiasse avrebbe dovuto garantirgli l’attenzione della gente del Lucky George. Diego aveva una grossa voglia marrone sulla faccia, proprio sotto l’angolo sinistro della bocca, grande come un pollice, che scendeva leggermente in obliquo lungo la guancia paffuta. Era impossibile non notarla, impossibile! Eppure nessuno gli aveva mai guardato la faccia con disgusto, nemmeno con stupore! Nessuno gli aveva mai detto qualcosa del tipo “Hai qualcosa sulla faccia!”.

Era impossibile che nessuno, vedendolo lì così spesso, non si ricordasse di quel tratto così distintivo, di quella maledetta voglia che odiava. Come era possibile che nessuno si fosse mai ricordato di lui, come era possibile che nessuno avesse mai notato quella voglia disgustosa, simile a una cacata di piccione ma per di più marrone, che lo accompagnava da una vita? Non riusciva a smettere di pensarci, questo cruccio gli toglieva il sonno la notte. Ad ogni suo fallimento il dubbio diveniva più cocente, la ragione mancava di fronte all’incertezza che si faceva via via sempre più profonda: se era impossibile essere notato dagli altri, come faceva ad avere una conferma della sua esistenza? Che senso ha esistere, per quanto miserabili che si possa essere, se non si viene percepiti dagli altri? Questo dubbio lo assillava sempre più e Diego sentiva che, a meno di trovare una via d’uscita, avrebbe potuto anche perderci la testa. Temeva veramente di impazzire: stava ore di fronte allo specchio nel suo minuscolo appartamento a vestirsi nel modo migliore che le sue tasche potessero permettersi, provando discorsi grazie ai quali potesse risultare finalmente affascinante, a parlare e a rispondersi da solo provando diversi timbri di voce. Passava ore solo di fronte a quello specchio a tastarsi la voglia, quella cosa orrenda che gli sfregiava il viso, certo che fosse la chiave della sua esistenza. La toccava ancora e ancora per essere sicuro che ci fosse veramente, che non fosse un’illusione, che la sua vita non fosse un’illusione. Ecco perché continuava a tornare al Lucky, perché sentiva di starsi avvicinando al limite della sopportazione, gli sarebbe bastato venire riconosciuto una volta, una volta soltanto da chiunque, e sarebbe stato soddisfatto. Allora non avrebbe davvero mai più messo piede in quel dannato locale e sarebbe potuto andare avanti con la propria miserabile vita.

E così anche quella sera Diego era seduto al bancone, occupava lo stesso sgabello che occupava sempre, in modo da aumentare le possibilità di venire riconosciuto da qualcuno. Era intento a ordinare da bere, cosa che gli risultava assai difficile. Continuava a chiamare Gabriele o gli altri camerieri, li chiamava tutti per nome, conoscendo tutti, con estrema cortesia, ma nessuno si curava di lui. Prendere da bere gli richiedeva sempre del tempo, veniva continuamente scavalcato da altri, gente ubriaca che lo spalleggiava o che gli rideva in faccia senza notarlo. Eppure lui rimaneva cortese, non voleva certo farsi dei nemici, il suo obbiettivo era semmai l’opposto. Per questo non si opponeva mai quando la gente gli si metteva davanti per ordinare, per lui quello era semplicemente aspettare il proprio turno, vi era abituato, anche se dentro di lui montava un nervosismo disperato.

Stava cercando di attirare l’attenzione di Gabriele, lo chiamò per nome più volte ed infine sentì il suo sguardo freddamente cortese su di sé. Non ebbe nemmeno il tempo di parlare che tre ragazzi si alzarono da un tavolo lì vicino. Erano tutti giovani e molto ubriachi, stavano prendendo in giro un ragazzetto ridicolo tutto impettito che fino a poco prima era seduto con loro e che ora si era spostato ad un tavolo da solo, paonazzo in volto. I tre erano rumorosi, si misero al bancone di fianco a Diego e il più grosso dei tre lo urtò talmente forte da farlo quasi cadere dallo sgabello, ma questo nemmeno si accorse della sua scortesia. Subito Gabriele deviò lo sguardo verso di loro e ai tre venne offerto da bere.

“Maledetti” – mugugnò Diego a denti stretti, ma subito cercò di controllarsi – “Calmati, calmati si tratta solo di aspettare il tuo turno, nulla di più. Se ti notano ora con questo brutto muso chissà che figura che ci fai”.

Così Diego accettò il suo posto anche stavolta, incassando l’umiliazione, si limitò ad attendere. Poco dopo però accadde qualcosa di inaspettato, un ubriacone dallo sguardo allucinato, che sedeva da solo ad un tavolo in un angolo, d’un tratto si alzò di scattò e urlando come un pazzo si precipitò fuori dal locale, lasciò dietro di sé una rivoltella. Fino a quel momento non lo aveva notato nessuno, eppure la sua uscita da maniaco generò subito molto scalpore; questo fece infuriare Diego oltre ogni modo. Bastava questo allora? Tutto qui? Bastava dare voce ai propri demoni per essere notato? Bastava rinunciare all’autocontrollo e fare il pazzo? Ma che cosa puerile! Diavolo Diego sapeva di essere un signor nessuno ma sicuramente valeva mille volte di più di quel tipo, un alcolizzato e probabilmente un barbone. Si dava attenzione ad un poveraccio che farneticava cose senza senso, ad una cosa da niente così, ma a lui che dopotutto era pur sempre un uomo rispettabile, a lui niente!

Infine Diego si lasciò andare alla collera, alla frustrazione accumulata ad ogni umiliazione in quelle innumerevoli sere sfortunate al Lucky, non appena ricevette l’ulteriore spintone disattento, finalmente esplose di rabbia.

“Ma insomma! Che diavolo sarà almeno un’ora che sono qui seduto! Che diavolo sono seduto qui da un sacco di tempo e ti sto solo chiedendo una cosa Gabriele, una sola! Dammi una diavolo di birra, è la stessa cosa che ti chiedo ogni volta che vengo qui, ma tu non te lo ricordi vero? Non ti ricordi di me vero? Nessuno si ricorda di me no? Ma chi è questo che urla così, non l’ho mai visto! Ma chi sarà mai questo volto nuovo! Guardatemi bene bastardi! Guardatemi bene! Guardate la mia dannata faccia, guardate cosa diavolo ho sulla faccia! Ora ditemi che non mi avete mai visto, forza ditemelo! Non rispondete allora? È uno scherzo per voi forse? Guardate la mia faccia maledetti bastardi! Guardate cosa ho sulla faccia! Ma come fate, come fate a non ricordarvi di me! Dovrete pur avermi notato. Anche io sono una persona, anche io esisto! Mi avete sentito? Mi sentite maledetti? Anche io esisto! Io esisto!”

Era coperto di sudore, agitava la testa in ogni direzione con le guance paffute che sobbalzavano pietosamente. Urlare così tanto gli aveva deformato il volto, ora era paonazzo e con la bocca piena di schiuma, pareva un cane rabbioso; sentiva la voglia bruciargli sul viso. Diego si guardò convulsamente attorno, era calato un silenzio di tomba. Tutti avevano lo sguardo rivolto verso di lui, aveva funzionato! Eppure percepì qualcosa di insolito: sentiva che quegli sguardi non lo vestivano, non apprezzavano i confini della sua esistenza ma piuttosto la oltrepassavano, perforando il suo corpo grasso come proiettili. Solo lo sguardo proveniente dalla cornacchia che sedeva da sola gli rimbalzò pietosamente addosso. Era ferito, ferito a morte, tutti quegli sguardi lo avevano bucato come spade; la tribù del Lucky George allora si era vendicata, non erano davvero ammessi intrusi. Diego sentì il sangue sgorgargli copiosamente dalle ferite, le forze lo stavano abbandonando. Fu allora che vide la mano tesa di Gabriele ad indicare qualcosa di fronte a lui: era un boccale di birra.           “Chissà da quanto tempo era lì” – Diego capì subito di aver commesso un errore fatale.

Si alzò di scatto dallo sgabello e con l’ultimo fiato rimastogli in corpo urlò:

“Andate al diavolo, tutti quanti!”

Poi si precipitò di corsa fuori dal locale, per non tornarvici mai più.

Jacopo Gelli ©

La verginità emotiva

La parola verginità viene di norma associata alla sessualità, ma non è l’unica sfera concettuale che essa abbraccia. Il giorno in cui ho perso la verginità nella mia mente nascevano e morivano pensieri tutt’altro che connessi all’erotismo, o meglio, forse collegati solo indirettamente ad esso. La mia verginità indica anche uno stato di interezza, o meglio di purezza che è andato in frantumi a causa delle circostanze, determinando la perdita dell’incredibile forza proveniente dalla fiducia nel costante rinnovamento del domani. E’ una prerogativa dei giovani riuscire a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, ma quando poi gli eventi ti costringono a piegarti, tu, fanciullo inesperto che crede di poter sempre stabilire l’ordine degli avvenimenti, sei costretto ad inginocchiarti difronte alle casualità ed ai cambiamenti. Ovviamente, il nostro status di innocenza non ci abbandona spontaneamente, ma ci lascia quando si manifesta una situazione tragico-drammatica che crea i presupposti per una profonda sofferenza. La mia qual è? La fine del primo amore. Certo, a conti fatti riesco a comprende quanto fosse superabile un’esperienza del genere, ma in quel momento sembrava che il mondo potesse crollarmi sulle spalle. Quel giorno non solo ho perso la verginità, ma sono anche venuto al mondo una seconda volta acquisendo una consapevolezza nuova. Per quanto io lo voglia, il controllo degli eventi non è in mio potere. Diciamoci la verità, chiunque da giovane ha creduto di essere il centro di un piccolo universo, ma dopo aver provato un grande dolore che lo ha brutalmente spaccato internamente, si è reso conto di essere una minuscola gocciolina in un mare di gente. Il giorno in cui ho perso la verginità è stato lo stesso giorno in cui mi sono reso conto della mia grande ingenuità e sono cresciuto. Mi sembrava che le prime rughe fossero spuntate sul volto e che una ciocca di capelli fosse improvvisamente sbiancata, desideravo sparire dalla nuova realtà che mi si parava innanzi, senza riuscire a trovare la via d’uscita. Quanto può essere difficile accettare un cambiamento quando non si è cambiati, lo sa solo chi ha provato un’esperienza del genere e, sommariamente, tutti dovrebbero avere nel proprio bagaglio culturale, un frammento di vissuto contenete questa situazione. La perdita della verginità determina il passaggio dall’ovattato ambiente delle sicurezze sulle quali adagiamo le nostre menti, al mondo delle insicurezze alimentate dalle maggiori relazioni con gli altri, dalla coscienza dell’incomprensione e da una maggiore sensibilità conquistata. Per fare un paragone con il sesso, possiamo appellarci alla concezione religiosa della verginità. La castità pre-coniugale veniva considerata come uno degli atti di maggiore spicco in una donna, poiché essa dimostrava di non essersi macchiata con il sudicio vizio della lussuria, oggi possiamo stabilire un parallelismo culturale dicendo che la verginità psichica va tutelata anche solo in parte, per far sì che gli uomini non coltivino un vizio di gran lunga peggiore, quello della vendetta. Sfortunatamente è impossibile conservarla in un primo momento, ma recuperarla in seguito diventa quasi obbligatorio.

Continue reading “La verginità emotiva”

Esercizio di verità

Una ragazza sedeva da sola in un angolo ad un tavolo del Lucky George, stava lì sola con i suoi pensieri, la testa appoggiata sulla mano destra, le dita sottili che andavano ripetutamente a cogliere delle ciocche di capelli. Aveva di fronte a sé un blocco di disegno, con una matita sanguigna tracciava veloci schizzi dei volti e dei gesti delle persone ai tavoli attorno a lei, ogni tanto beveva distrattamente un sorso di birra. Era totalmente immersa nel suo lavoro, rapita dal suo esercizio di verità. Per lei infatti non erano tanto importante la precisione del tratto, la delicatezza della linea che stendeva sul foglio. Le proporzioni che usava erano infatti approssimative e la velocità con cui cambiava soggetto le impediva di dare ad ogni composizione un aspetto bilanciato. Certo se avesse voluto avrebbe potuto fare un vero ritratto di qualcuno che trovasse particolarmente interessante, una tela che le avrebbe impiegato ore, forse giorni, ma non era quello il suo obbiettivo per quella sera. Ciò che era importante era cogliere la verità nei gesti, negli sguardi e nelle forme: costruire una prova dell’esistenza di qualcuno cogliendone un unico dettaglio rivelatore.

Continue reading “Esercizio di verità”

Possibilità

Il saggio L’Esausto di Deleuze, scritto nel 1992 e considerato il suo testamento filosofico, è illuminante in quanto spiega come l’esausto esaurisca la possibilità, in ultimo, di vivere a cusa del suo atteggiamento passivo di fronte alla vita che lo costringe a sottomettersi ad un fatalismo esistenziale che è l’unica caratteristica di una vita altrimenti priva di scopo, preferenza o significato. L’esausto va incontro ad un processo di annichilimento che porta man mano all’esclusione di ogni possibilità, fino ad arrivare alla situazione in cui “non si attua nulla, benchè si compia”. Il possibile viene enunciato per essere disposto ad una realizzazione che comportta, a livello dell’atto, ad una costante esclusione di possibilità. “Solo l’esausto può esaurire il possibile, perché ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza o scopo” significa che per l’esausto la vita non ha più senso, dal momento che la possibilità si è esaurita. Il fatto che non ci siano più possibilità significa che non c’è più scelta, che manca il libero arbitrio e quindi l’uomo viene privato della sua coscienza interiore che, più profondamente, corrisponde alla sua libertà. L’esausto non è libero. L’esausto arriva, con il suo annichilimento, ad essere prigioniero di sè stesso. A livello di rapporti interpersonali, ma anche mentali, questa perdita di libertà si esplicita con l’incapacità di comunicare, la perdita del linguaggio. In particolare, posto che “la lingua enuncia il possibile” e “se la lingua enuncia il possibile è per disporlo ad una realizzazione”, allora nel momento in cui l’individuo non riesce più una formulare una possibilità è esausto, ma è valido anche il contrario. Questo non è però l’unico segno della perdita di libertà interiore. Infatti non è soltanto la lingua, la parola, a garantire la possibilità, e quindi anche la libertà.

Continue reading “Possibilità”