Possibilità

Il saggio L’Esausto di Deleuze, scritto nel 1992 e considerato il suo testamento filosofico, è illuminante in quanto spiega come l’esausto esaurisca la possibilità, in ultimo, di vivere a cusa del suo atteggiamento passivo di fronte alla vita che lo costringe a sottomettersi ad un fatalismo esistenziale che è l’unica caratteristica di una vita altrimenti priva di scopo, preferenza o significato. L’esausto va incontro ad un processo di annichilimento che porta man mano all’esclusione di ogni possibilità, fino ad arrivare alla situazione in cui “non si attua nulla, benchè si compia”. Il possibile viene enunciato per essere disposto ad una realizzazione che comportta, a livello dell’atto, ad una costante esclusione di possibilità. “Solo l’esausto può esaurire il possibile, perché ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza o scopo” significa che per l’esausto la vita non ha più senso, dal momento che la possibilità si è esaurita. Il fatto che non ci siano più possibilità significa che non c’è più scelta, che manca il libero arbitrio e quindi l’uomo viene privato della sua coscienza interiore che, più profondamente, corrisponde alla sua libertà. L’esausto non è libero. L’esausto arriva, con il suo annichilimento, ad essere prigioniero di sè stesso. A livello di rapporti interpersonali, ma anche mentali, questa perdita di libertà si esplicita con l’incapacità di comunicare, la perdita del linguaggio. In particolare, posto che “la lingua enuncia il possibile” e “se la lingua enuncia il possibile è per disporlo ad una realizzazione”, allora nel momento in cui l’individuo non riesce più una formulare una possibilità è esausto, ma è valido anche il contrario. Questo non è però l’unico segno della perdita di libertà interiore. Infatti non è soltanto la lingua, la parola, a garantire la possibilità, e quindi anche la libertà.

Anche lo spazio è garante di libertà, dal momento che “rende possibile il verificarsi degli eventi”. Lo spazio va inteso prima di tutto come qualcosa di attivo, cioè come “un ritornello motorio di posture, posizioni e andamenti”. Bisogna rendersi conto che è il soggetto individuale che crea il suo spazio nel momento in cui sceglie una posizione piuttosto che un’altra, un certo tipo di andatura, ma non solo: è l’uomo che decide come sviluppare la categoria a priori kantiana dello spazio. Il soggetto ha la possibilità di scegliere come fare le cose, dove fare le cose e quante cose fare. L’unico limite che si deve auto-imporre è quello di agire in pieno accordo e nel rispetto dello spazio. Si potrebbe arrivare anche a dire che è lo spazio che deve la propria esistenza alla soggettività percettiva dell’uomo, ma questo sarebbe sbagliato dal punto di vista scientifico. L’uomo è però l’essere a livello razionale più sviluppato, quantomeno per quanto finora siamo stati in grado di scoprire sul mistero dell’esistenza, ed è per questo che ha la possibilità di agire attivamente nello spazio e quindi di modellarlo secondo le proprie possibilità. Se tramite la lingua si scopre che la possibilità coincide con la libertà, con lo spazio si può capire che la libertà dell’uomo è garantita dal suo essere razionale, cioè dalla sua ragione. Come per lingua, anche lo spazio può però essere estenuato. Infatti se lo spazio non è più in grado di far verificare gli eventi, questo diventa simbolo della perdità di possibilità, libero arbitrio e ragione che caratterizzano l’esausto. Questo processo può avvenire sia attivamente che passivamente, imposto da un terzo, esattamente come per la lingua. Lo spazio garantisce all’individuo la possibilità non soltanto di agire, che è in realtà l’ultimo passaggio nella presa di coscienza della propria razionalità, ma, prima di tutto, garantisce all’uomo di conoscere sé stesso e di relazionarsi con gli altri individui, di modo che egli possa formare una libera cocscienza individuale che ha nell’esperienza il suo cardine fondamentale. Annientare o estenuare lo spazio significa perdere la propria coscienza.

Il terzo elemento che garantisce la possibilità è il pensiero. Il termine pensiero va inteso nel senso più ampio che può avere a livello individuale: non sol oragione, ma anche immaginazione, sentimento, riflessione. Il pensiero non soltanto è garante della libertà e della ragione, ma è anche ciò che garnatisce l’esistenza della lingua e la possibilità di agire nello spazio. In realtà, le tre categorie della possibilità sono interdipendenti tra di loro, dal momento che senza uno spazio in cui esistere, il pensiero non si svilupperebbe come si può sviluppare grazie all’esistere in qualcosa. Il nostro pensiero, che influenza la nostra lingua, si sviluppa e si evolve a seconda della condizione esistenziale dell’individuo che lo porta in dote. Lo stesso discorso vale per la lingua, la quale influenza direttamente il pensiero ed indirettamente lo spazio, tramite il pensiero stesso. Tuttavia il pensiero fa da cornice esterna ed unificante alle altre due categorie, dal momento che è questo l’attributo principale che l’uomo ha in più rispetto agli altri essere viventi: la capacità razionale di dedurre e riflettere sulla propria esperienza, ma anche l’immaginazione necessaria per poter sviluppare un’idea finalistica della propria esistenza. Senza pensiero sarebbe infatti impossibile dare forma e comprendere lo spazio, cosí come sarebbe impossibile fare distinzione tra i diversi suoni e le diverse voci che compongono una lingua.

Annientare il proprio pensiero nella sua forma più esaustiva è qualcosa di improbabile da fare volontariamente per il singolo individuo: sarebbe una sorta di annichilimento intelletuale del proprio essere. Tuttavia l’attività del nostro pensiero è messa costantemente in difficoltà dal mondo esterno, che prova ad addormentare il pensiero individuale, rendendolo un organo passivo che recepisce e contempla soltanto ciò che gli viene detto. Ad ogni modo, qualsiasi processo di traviamento da parte di forze esterne, affinchè possa avvenire, deve trovare l’accordo del pensiero attivo e individuale; ma il pensiero, essendo la prima tra le categorie, nonché la più astratta, ha la caratteristica di essere sempre attivo. Di conseguenza un’azione esterna di scontro contro l’attività del nostro pensiero avrà la meglio soltanto se sarà il pensiero stesso ad avallare l’alienazione portata dall’ente esterno: è l’attività del pensiero a scegliere la passività. A livello fattuale però, la realtà è che l’individuo non ha in dote né il pensiero, né la lingua e non riesce neanche a dominare lo spazio nel momento della sua nascita ed è dunque facile preda dell’esaurimento. Il punto è che molti individui non sono in grado di attivare le tre categorie e passare dallo stato di passività incosciente ad aver una coscienza; alcuni, invece, riescono ad intraprendere il processo di disalienazione, come in un romanzo di formazione.

La possibilità è la più alta testimonianza della nostra libertà ma, tuttavia, le tre categorie che la rendono esplicabile sono ad oggi fortemente messe in discussione dalle innovazioni del Quarto Potere, ossia quello dei mezzi di comunicazione di massa. Principalemente attraverso la televisione, si è assistito nel corso degli anni alla spettacolarizzazione dell’informazione, alla sua costante manipolazione, per fini politici, personali e di marketing. A questo si aggiunga la straordinaria quantità delle informazioni via web, che da un lato ha facilitato la scoperta degli spazi e aumentato le possibilità, ma ha anche unito diversi linguaggi. Queste innovazioni si portano però dietro anche parecchie controversie, principalmente identificabili nell’appiattimento dei contenuti, che per quanto più vasti sono, al giorno d’oggi, di livello mediocre, ma soprattutto nell’assolutismo che spesso si ritrova nell’informazione del Quarto Potere, che spesso finisce per destrutturalizzare o più semplicemente distruggere la parola, addormntare il pensiero e intrappolare lo spazio. Proprio lo spazio combatte con un concetto ambiguo da ben prima della rivoluzione del Quarto Potere: la metropoli. L’individuo dovrebbe essere in grado di umanizzare lo spazio e vivere in armonia con esso. Nelle metropoli, simbolo del capitalismo moderno, l’indivuo è da un lato appassito e dominato dai ritmi oppressivi, dall’altro è però sollecitato nello sviluppo di stimolo elevati, di cui linguaggio e pensiero non possono che risentirne positivamente. Difficile trovare una risposta univoca a riguardo di queste innovazioni, ma ciò che è dato per certo è l’importanza di tutelare le tre categorie che identificano la possibilità e, dunque, la nostra libertà.

 

Emilio Caja

Author: Emilio Caja

scrivo per piacere,

assecondo una forte tensione che mi porta a rifugiarmi nella scrittura per ritrovarmi nel grigiore cittadino,

parlo d’arte e di cultura cercando di stimolare dibattito e idee indipendenti e (se necessario) anticonvenzionali,

nel mio girovagare per Milano e per il mondo cerco e osservo la bellezza e mi emoziono di fronte a questa,

inseguo esperienze lontane e diverse per farne storie.

Nulla, però, mi tiene vivo e mi ispira come la lettura, che mi permette di volare non solo nel mondo ma anche nel tempo.