Esercizio di verità

Una ragazza sedeva da sola in un angolo ad un tavolo del Lucky George, stava lì sola con i suoi pensieri, la testa appoggiata sulla mano destra, le dita sottili che andavano ripetutamente a cogliere delle ciocche di capelli. Aveva di fronte a sé un blocco di disegno, con una matita sanguigna tracciava veloci schizzi dei volti e dei gesti delle persone ai tavoli attorno a lei, ogni tanto beveva distrattamente un sorso di birra. Era totalmente immersa nel suo lavoro, rapita dal suo esercizio di verità. Per lei infatti non erano tanto importante la precisione del tratto, la delicatezza della linea che stendeva sul foglio. Le proporzioni che usava erano infatti approssimative e la velocità con cui cambiava soggetto le impediva di dare ad ogni composizione un aspetto bilanciato. Certo se avesse voluto avrebbe potuto fare un vero ritratto di qualcuno che trovasse particolarmente interessante, una tela che le avrebbe impiegato ore, forse giorni, ma non era quello il suo obbiettivo per quella sera. Ciò che era importante era cogliere la verità nei gesti, negli sguardi e nelle forme: costruire una prova dell’esistenza di qualcuno cogliendone un unico dettaglio rivelatore.

Il suo esercizio di verità era uno sforzo quotidiano, necessario a coltivare l’amore per il vero e per il particolare. La sua mente era come un raffinato microscopio, cercava il segreto dell’esistenza perdendosi tra le sottili trame della materia stessa. Per poterlo fare il suo sguardo doveva superare il confine della semplice vista, concentrandosi sul particolare fino a dimenticarne la visione d’insieme. Riusciva, osservando un’unghia spezzata, ad intuire tutto il turbamento interiore di un’amante ferita. Solcando con gli occhi le rughe del volto di un uomo, poteva viverne il passato più intimo. Sentiva il dolore della ferita alla sola vista della cicatrice, condivideva per un istante l’amore che animava ogni fugace sorriso. La sua abilità aveva quasi dell’incredibile ed il disegno non ne era che una caratteristica accessoria, era ciò che le permetteva di conservare un ricordo delle sue visioni.

La ragazza stava quindi seduta ad un tavolo del Lucky George a disegnare, ignorando quanto potesse essere affascinante in momenti come quello: negli istanti irripetibili in cui allungava lo sguardo alla ricerca dei dettagli più intimi e veri delle esistenze degli altri, era proprio in quei momenti che la sua stessa essenza si manifestava in tutto il suo splendore. La sua bellezza era ricca di dettagli, ciascuno di essi insostituibile ed incredibilmente definito, eppure tutti perfettamente in equilibrio tra loro. Il suo viso era come la mappa di un paradiso terrestre, tanti erano i tesori che vi abitavano. I suoi occhi bruni erano profondi, le lenti del microscopio catturavano ogni cosa con precisione minuziosa e riflettevano lo stato d’animo di lei con estrema sincerità. Non era mai stata capace di mentire, ogni volta veniva tradita dal suo sguardo così espressivo, talmente fedele alle sue emozioni da non potersi piegare alle necessità del caso. Le sue sopracciglia erano fini e conferivano a quello sguardo un’eleganza sottile; in certi momenti assumevano un’espressione lievemente accigliata, eppure carica di dolcezza. La sua bocca era un altro tesoro che meritava di essere descritto con dovizia di particolari. Le sue labbra erano carnose, eppure affatto volgari. Se si aveva la fortuna di pronunciare le parole giuste esse si aprivano in un bianco sorriso, come i petali di certi fiori tropicali, che si schiudono attorno al pistillo colorato quando vengono bagnati dalla rugiada. Da quella bocca poteva poi fluire una risata sonora, sicura e piena, che da sola avrebbe potuto aggiudicarsi di diritto un posto d’onore come personaggio protagonista in questa raccolta di racconti. Il suo viso era incorniciato da un caschetto di capelli mori, vellutati al tatto. Che dire poi del suo corpo, un collo fine apriva le porte ad un seno sodo e pieno, un vero premio per un aspirante cavaliere contemporaneo. La sua vita era snella e il suo sedere era degno di una scultura rinascimentale, si sarebbe potuto dire che coniugasse la morbidezza della carne alla rotonda durezza del marmo. La sua figura nel complesso era però minuta, nonostante le gambe lunghe e sottili. Era una giovane bellissima pittrice, e ancor prima di questo una brillante sognatrice dall’animo profondo e lievemente oscuro come una grotta, eppure così alto e magnifico, come la cima di una montagna inondata di sole. Una figura così tremendamente femminile, un vero gioiello nella vetrina del Lucky George!

 

– La vedete? Avete ben salda la sua immagine nella mente? Bene, ora vi rivelerò un segreto. Tuttavia prima di farlo vi devo chiedere un favore, come per ogni segreto anche per questo vi è un prezzo da pagare. Il pegno che esigo da voi è uno sforzo d’animo, un esercizio di astrazione. Prendetevi un momento e poi… innamoratevi di lei! Coltivate un affetto sincero per questa giovane pittrice, tutta sola al Lucky George. Desideratela in modo carnale e al contempo casto. Insomma, amatela! Spero siate riusciti nel vostro intento, perché ora vi rivelerò il segreto; nel caso in cui voi abbiate fallito allora mi avrete fatto un torto, ma tranquilli, non lo verrò mai a sapere. Il segreto è semplice: a differenza di tutti gli altri personaggi che avete visto e che vedrete ancora passare sul palcoscenico del Lucky George, lei esiste veramente. Non la vedrete mai dubitare di ciò, è di fatti la persona più sicura e più padrona della sua esistenza che io abbia mai conosciuto. Ho inserito un personaggio reale in un testo che parla del paradosso della finzione, ho tradito quindi la regola portante di questo scritto, una regola da me stesso disegnata. Eppure non voglio spingermi fino a violare i miei principi di giovane scrittore, ciò mi obbliga ad essere tremendamente sincero con voi: l’ho fatto apposta. Ma perché mai allora? Perché nulla me lo impedisce. Perché mai in un testo abitato da personaggi che si incontrano e che si scontrano, che prendono vita con un esistenze ricche di dettagli, per poi svanire nel nulla come se non fossero mai esistiti, non posso non sognare di dare un posto anche a lei? D’altro canto se il Lucky George fosse la mia stessa vita, è proprio così che lei la ha attraversata: una comparsa meravigliosa eppure maledettamente fugace. La ragione è semplice, forse sono davvero riuscito a piantare in voi il seme dell’amore per questa incredibile ragazza, eppure vi assicuro, io la amo più di quanto voi riusciate anche lontanamente ad immaginare. Ah se solo potessi allargare queste righe come si farebbe con le sbarre di una prigione e attraversare lo spazio bianco oltre al foglio! Potrei anche io allora sedermi ad un tavolo del Lucky George, potrei ammirare quella bellezza in ogni suo particolare, tormentarmi per eterni minuti nel dubbio cocente e poi, dopo aver buttato giù l’ultimo whisky per darmi coraggio, tentare un impacciato ma forse efficace approccio. Permettetemi allora di concedermi un vizio! Voglio spingere questo esercizio di verità un pochino più avanti: ho deciso, vestirò il ruolo di me stesso ed entrerò dalla porta del Lucky George come un avventore qualunque. Stranamente sento i miei panni calzarmi a pennello. Ecco: già mi calo nella parte! –

 

Un volto mai visto entrò al Lucky George non senza una certa esitazione, quasi si stesse intrufolando di soppiatto in un luogo a lui proibito. Non sapeva che al Lucky George sono tutti benvenuti e tutto è ammesso, doveva essere nuovo di quelle parti. Si guardò attorno con aria spaesata, quasi colpevole, stava fermo sulla porta senza decidersi ad entrare.

“Ma su forza vieni dentro! Non stare così fermo lì impalato, un po’ di spirito ragazzo!”

Incredibile! Il vecchio Giorgio aveva rivolto la parola ad un perfetto sconosciuto, e nemmeno ad un personaggio eminente, almeno non si sarebbe detto all’aspetto, proprio ad un ragazzo qualunque!

Il giovane prese allora coraggio ed entrò finalmente nel locale chiudendo la porta dietro di sé, fu allora che Giorgio il monco fece un’altra cosa per lui impensabile. Attraversò il bancone, uscì dalla trincea in campo aperto, venne ad accogliere di persona il ragazzo. Lo accompagnò addirittura al tavolo, ne scelse uno un pochino appartato, di modo che potesse essere lasciato in pace. Perfino Gabriele, il suo unico confidente, lo guardava con sguardo esterrefatto! Ma che diavolo aveva di speciale quel ragazzo? Tutti i frequentatori assidui del Lucky George presenti quella sera se lo stavano domandando, sicuro era che il vecchio Giorgio lo aveva preso in simpatia. Il ragazzo mise il cappotto su uno degli appendiabiti e ordinò due dita di whisky seguite da un boccale di birra. Tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un astuccio d’argento da cui estrasse una sigaretta, la accese con calma. Arrivò da bere, venne servito direttamente da Giorgio, il ragazzo ignorava quale insolito ed inspiegabile onore fosse per lui. Si guardò attorno, la posizione del suo tavolo era leggermente defilata, lontano dal baccano si stava bene. Qualcosa poi richiamò la sua attenzione, sentì provenire da un angolo del locale il suono acuto di una campana di cristallo. Di fronte a sé sedeva una ragazza, stava da sola e per quanto fosse bella sembrava che nessuno si accorgesse di lei. Era impegnata a disegnare, completamente assorta nel suo lavoro. Di tanto in tanto sollevava gli occhi dal foglio e allora posava uno sguardo dolce e profondo sulle persone attorno a lei. Quello sguardo indagatore vestiva gli avventori del Lucky George con la luce della verità, dava dignità ad ognuno di loro. Subito dopo la mano di lei iniziava a raccontare le loro storie inventate con incredibile realismo, ricalcava sulla carta coi dei tratti leggeri i confini di quelle esistenze vuote, riempiva quei gusci di un valore inatteso. Il ragazzo era stregato da quella misteriosa figura: chi mai poteva essere quella pittrice solitaria? Quale forza o convinzione le permetteva di custodire le esistenze degli altri su dei fogli strappati?

Intuiva la presenza di un legame che li univa, c’era qualcosa di speciale in lei che non riusciva ancora a cogliere.

Fu allora che la ragazza alzò gli occhi dal foglio, probabilmente alla ricerca di un nuovo soggetto da disegnare, e così incontrò lo sguardo del giovane. Fu un attimo, egli si sentì scomposto in infinite parti microscopiche, divenne una miniatura sotto lo sguardo di lei. Era stato scelto: stava disegnando proprio lui! Sentiva la giovane pittrice scavare a fondo nel suo animo, la sentiva dentro di sé. I loro sguardi su unirono e si separarono in un’istante, lei si mise subito all’opera tracciando solchi veloci sul foglio, lui era in uno stato di grazia. Stava perdendo parte di sé, ogni tratto che la ragazza disegnava era una parte del suo animo che gli veniva sottratta; quale terribile e meraviglioso mistero l’amore!

 

– Ora questo esercizio di verità puoi dirsi concluso. Lasciatemi così, un po’ impacciato ma sicuramente autentico, a godere del mio nuovo amore appena sbocciato! Ho inserito una scheggia di verità in un mondo la cui trama è una fitta rete di finzioni e come un seme questa ha dato vita a qualcosa di estraneo da sé. Ho creato le nostre due figure come statue d’argilla, immagini fittizie più false di tutte le finzioni che abitano il Lucky George! Poi però ho dato loro una piccola spinta, sperando che in futuro avrebbero potuto camminare da sole sulle proprie gambe. Solo allora potranno tornare protagoniste del Lucky George, grande palcoscenico della vita. Non più come pupazzi di un autore capriccioso ma come esseri distinti, vivi nella finzione, uniti da un legame che sopravvive ogni volta che entra ed esce dalla pagina scritta, dando spessore e colore ad ogni mio tentativo di fare letteratura. È l’incontro dei nostri sguardi il vero inizio della nostra storia, non più nostra ma loro. La scheggia di verità è stata separata da noi, così che noi potessimo separarci da essa. Solo così potremo guardare le nostre immagini riflesse attraverso la traslucida scheggia di vero, solo allora i nostri riflessi potranno conoscersi, forse amarsi, esistere come autentiche finzioni del Lucky George. –

Jacopo Gelli ©