Hai qualcosa sulla faccia

Diego era venuto al Lucky da solo, come sempre. Era un cliente abituale del posto, eppure nessuno si ricordava mai di lui. Al Lucky George venire ricordati era una questione di fondamentale importanza, una questione di vita o di morte. In un mondo che è una grande opera teatrale senza protagonista, senza storia e senza unità, in cui infiniti personaggi si alternano sul palco con le loro infime piccole storie, in un mondo così che senso ha esistere se non si è ricordati? Tutti avevano una possibilità di venire ricordati dal popolo del Lucky George. Quale che fosse la tua storia, essere a quel tavolo ti dava diritto ad una chance, la chance di scrivere un pezzo della storia non detta delle infinite ombre del Lucky George e delle loro non-esistenze. Tutti, ma proprio tutti, avevano una possibilità di venire ricordati, meno che Diego. Eppure Diego faceva di tutto per essere ricordato: era sempre così gentile con tutti, a tutti quelli che incontrava durante le sue penose serate al Lucky cercava sempre di lasciare qualcosa di impresso nella memoria, eppure ogni volta che si ripresentava al locale la tribù del Lucky George lo squadrava come se fosse stato un nuovo venuto, un pulcino spelacchiato che muoveva i suoi primi passi in quel mondo buio. Che momenti di imbarazzo per lui vedere lo stupore su quei visi conosciuti, visti centinaia di volte, quando confessava di essere, come diceva lui, un “habitué del Lucky”. I clienti del Lucky George sapevano essere davvero spietati, erano come una tribù incredibilmente chiusa, una casta di personaggi abbietti, e Diego ne era escluso dall’interno. Nemmeno Giorgio si ricordava mai di lui, nemmeno Gabriele, loro due si ricordavano sempre di tutti. Per di più Gabriele, che era sempre così gioviale, riservava a Diego un trattamento speciale. Era sì gentile, ma distaccato: a Diego veniva servito un piatto di fredda cortesia dall’odore stantio, a chiunque altro un succoso stufato di risate, aneddoti e di pacche sulle spalle. Diego detestava andare al Lucky, ogni volta si immergeva in numerosi preparativi per vestirsi in modo speciale: elegante e un filo eccentrico, senza mai però esagerare in nessuno dei due sensi; tutto per essere notato. Per giorni cercava di prepararsi a memoria storie di una vita che non aveva mai vissuto, liste di argomenti e di punti di vista arditi che avrebbero dovuto garantirgli almeno cinque minuti di attenzione; tutto per essere ricordato. Per giorni interi si flagellava in questi pietosi preparativi, in un continuo crescendo d’ansia, ed ogni volta vedeva tutti i suoi sforzi andare in frantumi senza rumore, senza baccano, senza che nessuno battesse ciglio per il suo fallimento. Che almeno lo accettassero come un fallito! Se quella gente non voleva riconoscere i suoi sforzi di impersonare una parte, che almeno lo vedessero per quello che era: un miserabile fallito! Ma che almeno lo riconoscessero come qualcuno! Qualcuno con una storia, anche se quella di un pezzente senza un’identità degna di nota! Ogni volta usciva dal Lucky livido di rabbia, sopportando a stento il cocente imbarazzo che gli dava l’umiliazione di non essere stato notato, umiliazione che nessuno gli aveva inferto di proposito. Ogni volta usciva dal Lucky furente, promettendosi che non vi avrebbe messo mai più piede eppure, convinto di poter valicare prima o poi il muro dell’indifferenza, ogni volta tornava sui suoi passi.

Diego si tormentava giorno e notte, la sua enorme difficoltà a essere notato nel mondo del Lucky George era per lui un mistero, proprio non si spiegava perché. Certo lui era il primo ad ammettere di non avere un’esistenza così particolare: era un uomo sulla trentina, leggermente paffuto e dalla carnagione smorta, gli occhi grigi scuri e i capelli color polvere, lavorava come impiegato presso una società di assicurazioni, la sua non era nemmeno una posizione di rilievo, solo scartoffie scartoffie scartoffie. Viveva da solo, aveva perso la madre da poco e il padre era morto quando era piccolo, non aveva fratelli o sorelle né altri parenti più lontani, non aveva nessuno. Vista così la sua esistenza non era affatto facile da notare, di certo era impossibile da ricordare, eppure Diego aveva qualcosa di unico, un tratto distintivo che per quanto odiasse avrebbe dovuto garantirgli l’attenzione della gente del Lucky George. Diego aveva una grossa voglia marrone sulla faccia, proprio sotto l’angolo sinistro della bocca, grande come un pollice, che scendeva leggermente in obliquo lungo la guancia paffuta. Era impossibile non notarla, impossibile! Eppure nessuno gli aveva mai guardato la faccia con disgusto, nemmeno con stupore! Nessuno gli aveva mai detto qualcosa del tipo “Hai qualcosa sulla faccia!”.

Era impossibile che nessuno, vedendolo lì così spesso, non si ricordasse di quel tratto così distintivo, di quella maledetta voglia che odiava. Come era possibile che nessuno si fosse mai ricordato di lui, come era possibile che nessuno avesse mai notato quella voglia disgustosa, simile a una cacata di piccione ma per di più marrone, che lo accompagnava da una vita? Non riusciva a smettere di pensarci, questo cruccio gli toglieva il sonno la notte. Ad ogni suo fallimento il dubbio diveniva più cocente, la ragione mancava di fronte all’incertezza che si faceva via via sempre più profonda: se era impossibile essere notato dagli altri, come faceva ad avere una conferma della sua esistenza? Che senso ha esistere, per quanto miserabili che si possa essere, se non si viene percepiti dagli altri? Questo dubbio lo assillava sempre più e Diego sentiva che, a meno di trovare una via d’uscita, avrebbe potuto anche perderci la testa. Temeva veramente di impazzire: stava ore di fronte allo specchio nel suo minuscolo appartamento a vestirsi nel modo migliore che le sue tasche potessero permettersi, provando discorsi grazie ai quali potesse risultare finalmente affascinante, a parlare e a rispondersi da solo provando diversi timbri di voce. Passava ore solo di fronte a quello specchio a tastarsi la voglia, quella cosa orrenda che gli sfregiava il viso, certo che fosse la chiave della sua esistenza. La toccava ancora e ancora per essere sicuro che ci fosse veramente, che non fosse un’illusione, che la sua vita non fosse un’illusione. Ecco perché continuava a tornare al Lucky, perché sentiva di starsi avvicinando al limite della sopportazione, gli sarebbe bastato venire riconosciuto una volta, una volta soltanto da chiunque, e sarebbe stato soddisfatto. Allora non avrebbe davvero mai più messo piede in quel dannato locale e sarebbe potuto andare avanti con la propria miserabile vita.

E così anche quella sera Diego era seduto al bancone, occupava lo stesso sgabello che occupava sempre, in modo da aumentare le possibilità di venire riconosciuto da qualcuno. Era intento a ordinare da bere, cosa che gli risultava assai difficile. Continuava a chiamare Gabriele o gli altri camerieri, li chiamava tutti per nome, conoscendo tutti, con estrema cortesia, ma nessuno si curava di lui. Prendere da bere gli richiedeva sempre del tempo, veniva continuamente scavalcato da altri, gente ubriaca che lo spalleggiava o che gli rideva in faccia senza notarlo. Eppure lui rimaneva cortese, non voleva certo farsi dei nemici, il suo obbiettivo era semmai l’opposto. Per questo non si opponeva mai quando la gente gli si metteva davanti per ordinare, per lui quello era semplicemente aspettare il proprio turno, vi era abituato, anche se dentro di lui montava un nervosismo disperato.

Stava cercando di attirare l’attenzione di Gabriele, lo chiamò per nome più volte ed infine sentì il suo sguardo freddamente cortese su di sé. Non ebbe nemmeno il tempo di parlare che tre ragazzi si alzarono da un tavolo lì vicino. Erano tutti giovani e molto ubriachi, stavano prendendo in giro un ragazzetto ridicolo tutto impettito che fino a poco prima era seduto con loro e che ora si era spostato ad un tavolo da solo, paonazzo in volto. I tre erano rumorosi, si misero al bancone di fianco a Diego e il più grosso dei tre lo urtò talmente forte da farlo quasi cadere dallo sgabello, ma questo nemmeno si accorse della sua scortesia. Subito Gabriele deviò lo sguardo verso di loro e ai tre venne offerto da bere.

“Maledetti” – mugugnò Diego a denti stretti, ma subito cercò di controllarsi – “Calmati, calmati si tratta solo di aspettare il tuo turno, nulla di più. Se ti notano ora con questo brutto muso chissà che figura che ci fai”.

Così Diego accettò il suo posto anche stavolta, incassando l’umiliazione, si limitò ad attendere. Poco dopo però accadde qualcosa di inaspettato, un ubriacone dallo sguardo allucinato, che sedeva da solo ad un tavolo in un angolo, d’un tratto si alzò di scattò e urlando come un pazzo si precipitò fuori dal locale, lasciò dietro di sé una rivoltella. Fino a quel momento non lo aveva notato nessuno, eppure la sua uscita da maniaco generò subito molto scalpore; questo fece infuriare Diego oltre ogni modo. Bastava questo allora? Tutto qui? Bastava dare voce ai propri demoni per essere notato? Bastava rinunciare all’autocontrollo e fare il pazzo? Ma che cosa puerile! Diavolo Diego sapeva di essere un signor nessuno ma sicuramente valeva mille volte di più di quel tipo, un alcolizzato e probabilmente un barbone. Si dava attenzione ad un poveraccio che farneticava cose senza senso, ad una cosa da niente così, ma a lui che dopotutto era pur sempre un uomo rispettabile, a lui niente!

Infine Diego si lasciò andare alla collera, alla frustrazione accumulata ad ogni umiliazione in quelle innumerevoli sere sfortunate al Lucky, non appena ricevette l’ulteriore spintone disattento, finalmente esplose di rabbia.

“Ma insomma! Che diavolo sarà almeno un’ora che sono qui seduto! Che diavolo sono seduto qui da un sacco di tempo e ti sto solo chiedendo una cosa Gabriele, una sola! Dammi una diavolo di birra, è la stessa cosa che ti chiedo ogni volta che vengo qui, ma tu non te lo ricordi vero? Non ti ricordi di me vero? Nessuno si ricorda di me no? Ma chi è questo che urla così, non l’ho mai visto! Ma chi sarà mai questo volto nuovo! Guardatemi bene bastardi! Guardatemi bene! Guardate la mia dannata faccia, guardate cosa diavolo ho sulla faccia! Ora ditemi che non mi avete mai visto, forza ditemelo! Non rispondete allora? È uno scherzo per voi forse? Guardate la mia faccia maledetti bastardi! Guardate cosa ho sulla faccia! Ma come fate, come fate a non ricordarvi di me! Dovrete pur avermi notato. Anche io sono una persona, anche io esisto! Mi avete sentito? Mi sentite maledetti? Anche io esisto! Io esisto!”

Era coperto di sudore, agitava la testa in ogni direzione con le guance paffute che sobbalzavano pietosamente. Urlare così tanto gli aveva deformato il volto, ora era paonazzo e con la bocca piena di schiuma, pareva un cane rabbioso; sentiva la voglia bruciargli sul viso. Diego si guardò convulsamente attorno, era calato un silenzio di tomba. Tutti avevano lo sguardo rivolto verso di lui, aveva funzionato! Eppure percepì qualcosa di insolito: sentiva che quegli sguardi non lo vestivano, non apprezzavano i confini della sua esistenza ma piuttosto la oltrepassavano, perforando il suo corpo grasso come proiettili. Solo lo sguardo proveniente dalla cornacchia che sedeva da sola gli rimbalzò pietosamente addosso. Era ferito, ferito a morte, tutti quegli sguardi lo avevano bucato come spade; la tribù del Lucky George allora si era vendicata, non erano davvero ammessi intrusi. Diego sentì il sangue sgorgargli copiosamente dalle ferite, le forze lo stavano abbandonando. Fu allora che vide la mano tesa di Gabriele ad indicare qualcosa di fronte a lui: era un boccale di birra.           “Chissà da quanto tempo era lì” – Diego capì subito di aver commesso un errore fatale.

Si alzò di scatto dallo sgabello e con l’ultimo fiato rimastogli in corpo urlò:

“Andate al diavolo, tutti quanti!”

Poi si precipitò di corsa fuori dal locale, per non tornarvici mai più.

Jacopo Gelli ©