Lo straniero

Ad un tavolo del Lucky George sedeva un uomo solo, a fargli compagnia non aveva altro che i suoi pensieri. Si rigirava tra le mani un bicchiere vuoto, ed allo stesso accarezzava con la mente la sua identità vitrea; il suo nome era Alessandro e di mestiere faceva il vagabondo. Normalmente una persona diventa un vagabondo per circostanza, spinto dalle forze avverse della vita, ma per Alessandro non era andata così. Lui era diventato vagabondo per scelta, una scelta presa in autonomia e in piena consapevolezza. Per Alessandro la vita del vagabondo era come una droga, costituiva per lui la prima fra tutte le sue dipendenze. Ogni giorno che passava da vagabondo veniva sempre più risucchiato in quello stile di vita che garantiva infinite possibilità, per quanto limitate che fossero. La gente odiava le persone come lui: nell’epoca moderna quella del vagabondo era la figura più disprezzata di tutte, proprio perché così lontana dai costumi della società comune. Ad Alessandro non pesava essere disprezzato, d’altronde anche lui odiava la gente, anzi li odiava molto di più di quanto loro odiassero lui, era un maestro nel covare l’odio almeno quanto lo fosse nel fare l’amore. Alessandro amava essere un vagabondo, vivere alla giornata senza preoccupazioni se non quelle dei propri bisogni primari. Aveva, ad onor del vero, un unico rimpianto: quello di essere nato nell’epoca sbagliata. In passato il vagabondo era stata una figura rispettata, a volte osannata o temuta, certo spesso osteggiata. Il punto è che c’era stato un tempo in cui quello del vagabondo era riconosciuto come un mestiere vero e proprio! Al giorno d’oggi la gente aveva perso ormai l’immagine romantica e pittoresca del vagabondo. Alessandro però non aveva mai dubitato che il futuro potesse riservare una nuova epoca di gloria per la sua professione, era molto fiducioso a riguardo. Stava solo a lui e ai suoi cari colleghi decidere quanto prima sarebbe venuta questa nuova età dell’oro del vagabondo. Bisognava concentrare ogni sforzo nell’allentare i cardini della società un poco alla volta, fino a che essi non si sarebbero spezzati facendo schiantare a terra tutta la baracca con un gran trambusto generale. Non bisognava unirsi in milizie, non c’era bisogno di combattere. Il loro era un esercito di lupi solitari, non sarebbero mai dovuti scendere in strada a protestare, loro erano già in strada, quello era il loro mondo. Alessandro si sforzava quanto poteva di dare il suo contributo a questa rivoluzione silenziosa, il cui statuto era probabilmente scritto sul retro di un fazzoletto sporco, non che lui lo avesse mai visto. Ogni volta che incontrava un borghese, ciò accadeva assai di frequente, cercava di instillare in lui il dubbio. Alessandro era convinto che in ogni uomo e donna albergasse un istinto vagabondo, che come una piccola brace richiedeva che le si desse aria perché diventasse un bel fuoco caldo. Questo cercava di fare, istillare il dubbio; sentiva di essere piuttosto bravo, ma forse questo era dovuto ad altre sue qualità che andavano ben oltre quelle richieste ad ogni vagabondo che si rispetti.

– Come ve lo siete immaginati Alessandro, come un barbone per caso? Con due cappotti stracciati addosso e le scarpe bucate, con la pelle zozza e il capelli arruffati. Magari qualche dente mancante e con lo sguardo da animale? Ma state attenti! La realtà è ben diversa da quello che vi aspettate, dovete ancora esercitarvi –

Alessandro aveva un potere quasi sovrannaturale, almeno così lo avrebbero giudicato i più, eppure la sua strabiliante capacità si poteva ottenere senza troppo sforzo: bastava rinunciare ad un pizzico di cervello, era quello il prezzo d’ingresso! Alessandro prima di tutto, anche prima di essere un vagabondo, era lo straniero. Straniero in ogni terra, straniero per ogni volto, straniero in casa propria, straniero di fronte ad uno specchio. La sua esistenza non era confinata in una sola forma, egli vedeva la sua esistenza come un brodo primordiale da cui tutto poteva essere creato. Così come viveva da vagabondo sulla sua pelle, senza dimora e senza un domani certo, viveva da vagabondo nel suo animo, senza un passato sicuro, senza una identità stabile. Alessandro aveva il potere di diventare chiunque volesse, di poter cambiare aspetto ed umore a suo piacimento.

Si esercitava in questa pratica ogni giorno da anni ormai. Ogni volta che entrava in contatto con qualcuno del mondo borghese ne scovava in un attimo le debolezze e i desideri più nascosti, allora diventava ciò che più era desiderato o temuto da chi aveva davanti. Era stato l’amante di un incredibile numero di donne, aveva condiviso il letto con duchesse raffinate e con le baldracche più discutibili. Ogni volta aveva sempre promesso il suo cuore a quelle sfortunate, per poi sparire la mattina dopo con una pagnotta in bocca e non senza aver sgraffignato qualche prezioso prima di fuggire. Alessandro aveva illuso padri di famiglia di essere un francescano in cerca di riparo per la notte, per poi sedurne la moglie o la figlia e fuggire con addosso l’abito buono del pover uomo ingannato. Aveva rubato una incredibile quantità di orologi da gente di poco polso, grandi somme di denaro da gente con le tasche più strette delle sue. Più piccola ed insignificante era la persona, più la preda era facile per lo straniero. Lo straniero si era spesso trovato con le spalle al muro, inseguito dalle persone che aveva ingannato, ed in alcuni casi aveva dovuto uccidere pur di salvarsi la pelle.

In realtà non era nemmeno un vagabondo, Alessandro poteva anche non essere il suo vero nome, ormai non era più sicuro di nulla. Un giorno aveva deciso che quella sarebbe stato il suo nocciolo, il suo simbolo, ma era stata una scelta del tutto arbitraria. Non aveva propria dimora, tuttavia grazie ai suoi sotterfugi era sempre pulito, ben nutrito e ben vestito, nessuno avrebbe mai sospettato di lui. Non prendeva alcuna decisione sulla sua vita, si limitava a seguire l’unica vera voce tra le infinite maschere architettate negli anni: quella dello straniero. Era lo straniero a guidarlo, a muovere la sua mano criminale, talvolta omicida. Lo straniero non era nessuno, così che Alessandro potesse essere chiunque.

Con il passare degli anni la sua vita non cambiava mai, anche se in un giorno poteva cambiare storia quante volte volesse. Solo una cosa lo turbava, qualcosa di recente. Era da qualche tempo che non sopportava i momenti di solitudine, in quei momenti lo straniero appariva improvvisamente debole, sperduto. Iniziava a sfogliare tutte le sue esistenze fittizie, le sue finzioni passate e i progetti per quelle future, come in un album di fotografie. Allora giocava ad impersonare ancora quelle vite mai accadute, quelle personalità vuote, come una bambina che si prova abiti su abiti sgualciti presi da un vecchio baule, messo al centro di una stanza piena di specchi rotti. Forse tra quegli abiti vecchi, tutti strappati e troppo grandi per la piccola bambina, ce ne sarebbe stato uno giusto per lei. Eppure gli specchi erano tutti rotti, storti, deformavano ogni cosa con le loro bugie, quelle bugie erano dappertutto. Era allora che veniva preso dal panico, era allora che vedeva lo straniero tradirsi e chiedersi fatalmente: “Ma chi sono io?”

Era in quei momenti che tremante di terrore scagliava il potere dello straniero verso qualcun altro con tutta la sua furia opportunista, ogni volta con più violenza, ultimamente si era scoperto ad aver fatto del male, senza apparente motivo.

Che ci faceva un personaggio simile al Lucky George? Un povero diavolo, senza un soldo in tasca, seduto ad un tavolo da solo senza nemmeno poter ordinare da bere? Ma tutti erano ammessi al Lucky George! Che fosse la Regina di Inghilterra o un mostro come Alessandro, ognuno era il benvenuto! Al Lucky George si poteva davvero vedere di tutto, il bar era come una riproduzione in miniatura dell’intero universo. Al suo interno si poteva incontrare ogni genere di uomo, ogni genere di donna: vecchi e bambini, guardie ed assassini fuggiaschi, nemici di una vita ed amanti segreti, tutti al Lucky George! La gente scherza e si ubriaca, fuma e si gode alcuni dei piaceri di questa misera vita. Tutti passano dal Lucky George prima o poi!

D’un tratto un vecchio tremante apre la porta, i suo occhi sono pieni di pianto:

– “Qualcuno ha visto Ginevra? Sta nevicando e deve tornare a casa! Ginevra!”

Nemmeno il tempo di una risposta e già era sparito, subito dopo l’attenzione di Alessandro venne richiamata da un altro tavolo. Gli uomini che vi sedevano erano vestiti in modo particolare, come ci si vestiva due secoli fa. Pensò dovessero essere delle comparse per un film, o qualcosa del genere. Da una parte del tavolo sedevano tre uomini, indossavano delle divise militari di un blu acceso, quello al centro aveva un fisico da animale, assomigliava ad un orso, Alessandro capì che quello era il capo. Dall’altra parte del tavolo sedevano due uomini con divise diverse, le loro erano rosse e più malandate. Stavano discutendo a bassa voce, i loro sguardi erano tesi, Alessandro intuì che di lì a poco sarebbe successo qualcosa. Di fatto poco dopo uno degli uomini in rosso si alzò di scatto, farneticò qualcosa senza senso e tirò fuori dalla giacca una pistola, puntandola al petto del capo degli uomini in blu. Questo però ebbe una reazione prontissima, bloccò il braccio armato dell’avversario che esplose il colpo della carabina a vuoto. Subito dopo gli si avventò contro, gettandosi con furia omicida dall’altra parte del tavolo. Lo colpì al naso con una testata e affondò i denti sul lato del viso del poveretto, strappandogli un orecchio a morsi, nel frattempo con la mano libera aveva spaccato sul bordo del tavolo il suo bicchiere e conficcò ripetutamente l’arma improvvisata nel petto del nemico, riducendolo in fin di vita. Nessuno sembrava aver notato quella scena spettacolare; i due uomini in rosso vennero immobilizzati e condotti fuori dal locale, prima di chiudere la porta dietro di sé, Alessandro vide il capo in blu lanciare uno sguardo interrogativo verso il vecchio Giorgio, il quale rispose con un unico lieve cenno d’intesa.

Al Lucky George si poteva davvero trovare di tutto! Una moltitudine confusa di maschere, di esistenze definite per un solo istante, tratteggiate con cura e poi subito dimenticate, tutti al Lucky George! Ecco perché Alessandro amava quel posto, perché era proprio come lui, proprio come lo straniero il Lucky George ospitava ognuna delle infinite declinazioni dell’esistenza, tutte vere e tutte finte allo stesso tempo.

Jacopo Gelli ©