Why Joyce had to leave in order to live

Rosa Luxemburg, a Polish-Jewish political activist, once said that ‘Those who do not move, do not notice their chains’. Like most brilliant, revolutionary personalities who have greatly inspired and deeply changed our world, some through literature, some through art, some through politics or science, modernist writer James Joyce understood that leaving is the answer key to fight moral and physical paralysis and to analyze life’s complexity from a different point of view. His self-imposed exile was the event that really made the difference in his work, not only because he became a cosmopolite, able to put together in his writing all different cultures encountered throughout his life, but also because he needed a basis for comparison to criticize his own nation, a vantage point from which to look back on his fellow citizens.

From Ugo Foscolo to Ernest Hemingway, from Pablo Neruda to Sigmund Freud, the idea of self-imposed exile has always been widespread among the most creative minds, for a number of reasons: love failures, diverging political opinions or simply the natural human need to find oneself. For Joyce, exile was a necessary condition to write the way he wanted to and to gain the absolute freedom all artists need, even going against his own home, fatherland and church, as his alter-ego states in A Portrait of the Artist as a Young Man. Born in Dublin in 1882, he experienced the drastic conditions that affected Ireland at that time, the country being politically oppressed by the British Empire that wouldn’t recognize its independence, and morally oppressed by the Catholic Church that had imposed conservative policies, such as the banning of abortion and the censoring of many books and films. He believed that the Church with its strict principles was depriving people of their individuality and discouraging them from seeking progress, therefore it was to blame for Ireland’s inability to gain freedom. Emigration was also an integral part of Ireland’s culture, as in the Nineteenth century millions of Irish left their homeland, after life in the country had become unbearable.

Before he left in 1904 with his future wife Nora Barnacle, Joyce wrote most of the stories for Dubliners in Dublin, depicted as a paralyzed city from the very first page: “Every night as I gazed up at the window I said softly to myself the word paralysis. It had always sounded strangely in my ears, like the word gnomon in the Euclid and the word simony in the Catechism. But now it sounded to me like the name of some maleficent and sinful being” (Dubliners, The Sisters). The red thread of the novel is the arrested development of the characters, which is evident especially in Eveline, for the protagonist can’t seem to decide whether to follow her new love Frank in Argentina or whether to stay and take care of her family as she had promised to her dead mother: Eveline is very unhappy and although she’s not in love with Frank, he represents an excuse to run away from ordinary life. Ultimately, she can’t find the courage to leave because she feels she would disappoint her family and people’s expectations, thus betraying her ‘savior’ and her own desires: “It was hard work – a hard life – but now that she was about to leave it she did not find it a wholly undesirable life” (Dubliners, Eveline).

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Lucky George

Mi chiamo George, anche se è da decenni che nessuno usa più questo nome per rivolgersi a me. Sono nato nel 1923, in una piccola cittadina nel cuore di uno dei grandi stati centrali della nazione più grande di tutte, gli Stati Uniti d’America. Della mia prima infanzia non conservo alcun ricordo, solo immagini sfocate, mosse dai venti della dimenticanza. Si tratta di sensazioni, nulla di più, il cui unico scopo è ricordarmi di essere davvero nato da qualche parte e di essere davvero cresciuto in qualche modo. Dicono che ai tempi gli Stati Uniti fossero una nazione vergine e che allo stesso modo il suo popolo fosse puro. La storia del nostro popolo ha smentito chi afferma, acceso da un nazionalismo penoso, che una nazione per essere potente e vittoriosa deve possedere tradizioni antiche, radici solide, una cultura secolare. La cultura del nostro popolo era appena in fasce quando, nell’arco di qualche decennio, ci imponemmo al mondo. La nostra nazione era come un giovane adolescente molto irrequieto che commette violenze sui suoi vicini solo per affermare che anche lui esiste, che anche lui possiede quell’innato grado di esistenza che appunto si inizia a scoprire da ragazzi. A mio avviso è stato e continuerà ad essere uno sforzo inutile, imporsi sugli altri non garantisce l’esistenza di chi commette l’atto violento, bensì di chi lo subisce.

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Omaggio a La La Land

14 candidature all’ Oscar sono tante quante ne hanno ricevute Titanic ed Eva contro Eva, un record. Grease (1978), il musical di maggior successo nella storia, ne ha ricevuta soltanto una. Eppure in un’analisi comparata non serve raccontare quanto grande sia il successo di La La Land rispetto a film della stessa categoria (musical) o di come Hollywood abbia accolto il film nell’Olimpo delle pellicole. Damien Chazelle e Justin Hurwitz sono rispettivamente il regista e il compositore musicale del film, in comune hanno gli studi ad Harvard, un’enorme passione per il jazz e, soprattuto, Whiplash. La straordinaria e complessa colonna sonora di Whiplash si evolve in toni piú romantici ed orecchiabili in La La Land, ma non per questo perde di originalità. Le musiche sono il pezzo forte del film, e questa è una caratteristica fondamentale se si sta girando un musical. Da Irene in avanti sono stato travolto da un’euforia canora, semplice ma profonda. Anche la sceneggiatura attinge molto dal contesto musicale, lo sfondo della storia è composto dalla Los Angeles hollywoodiana, la frenesia delle audizioni e dei parties zeppi di giovani attori e attrici alla ricerca di una rampa di lancio nel mondo dello spettacolo. Un contesto del genere potrebbe risultare ampiamente scontato e banale se non fosse per l’aggiunta di un’altra componente fondamentale, il jazz. Ryan Gosling è un pianista ancora alla ricerca della propria collocazione artistica e, dopo aver conosciuto Emma Stone, la guida alla scoperta del sotto-mondo di trombe e sassofoni di L.A. e il pubblico s’immerge di conseguenza. La commistione jazz-hollywood riempe di nuova vita il tema della ricerca del successo, centrale nel film, fornendo un nuovo angolo di sviluppo. In questo senso è come Whiplash, piu di Whiplash: entrambi “sono incentrati sulla voglia di diventare un artista e conciliare i propri sogni con le quotidiane necessità umane” dice Chazelle, ma se Whiplash è monotematico sul jazz, in La La Land l’idea di artista si allarga e la musica si scopre capace di relazionarsi con il mondo della recitazione a scapito della propria centralità nel racconto. Questo spostamento di prospettiva é metaforicamente rappresentato da J.K. Simmons che da temuto direttore d’orchestra in Whiplash diventa gestore di un ristorante-jazz club in La La Land. La maggiore differenza è però al centro della storia. In Whiplash c’é un abbozzo di relazione sentimentale che viene peró stroncata dall’impegno musicale, rimanendo cosí decisamente in secondo piano. La La Land è invece il trionfo dell’amore, della comunicazione e dell’incoraggiamento. I due protagonisti rendono la loro relazione estremamente vera, evitando di cadere nei cliché di molte commedie d’amore hollywoodiane, perché il background che Chazelle ha creato é ricco di spunti che sono in grado di trasformare il ciclo innamoramento-amore-rottura in un’esperienza dove vengono coinvolte la bellezza nascosta di L.A. (fotografia e scenografia candidate all’Oscar), ma anche messaggi d’amore e di speranza in musica ( City of Stars e The Fools Who Dream entrambe candidate all’Oscar per migliore canzone). Tutto torna a Chazelle e Hurwitz.

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L’ ultimo giro

Jacopo fissava ardentemente la figura misteriosa di fronte a sé, lei era ancora intenta a disegnare il suo ritratto, almeno così sembrava. Di tanto in tanto alzava lo sguardo verso di lui e lo osservava con una rapida occhiata, poi tornava subito sul foglio. In quei momenti Jacopo si sentiva nudo, spogliato non solo di quello che indossava ma anche della carne viva, messo a nudo fino all’osso e ancora più in profondità, era la sua essenza che la ragazza stava tracciando sul foglio con tale noncuranza, quasi fosse un gioco. Per lui era tutt’altro: tremava di desiderio, i suoi muscoli erano tesi verso di lei, pronti a farlo scattare in avanti rovesciando il tavolo per giungerle incontro, prenderla in braccio e finalmente portarla via di lì, così che potessero trovare il loro nido d’amore. La sua mente invece era meno risoluta, se lo fosse stata al desiderio sarebbe seguita l’azione, ma non fu così. Invece essa era persa in un labirinto di immagini, illusioni solide da abitare come case, che si susseguivano in lampi che gli abbagliavano la vista, imponendosi a tratti sulla realtà.

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