L’ ultimo giro

Jacopo fissava ardentemente la figura misteriosa di fronte a sé, lei era ancora intenta a disegnare il suo ritratto, almeno così sembrava. Di tanto in tanto alzava lo sguardo verso di lui e lo osservava con una rapida occhiata, poi tornava subito sul foglio. In quei momenti Jacopo si sentiva nudo, spogliato non solo di quello che indossava ma anche della carne viva, messo a nudo fino all’osso e ancora più in profondità, era la sua essenza che la ragazza stava tracciando sul foglio con tale noncuranza, quasi fosse un gioco. Per lui era tutt’altro: tremava di desiderio, i suoi muscoli erano tesi verso di lei, pronti a farlo scattare in avanti rovesciando il tavolo per giungerle incontro, prenderla in braccio e finalmente portarla via di lì, così che potessero trovare il loro nido d’amore. La sua mente invece era meno risoluta, se lo fosse stata al desiderio sarebbe seguita l’azione, ma non fu così. Invece essa era persa in un labirinto di immagini, illusioni solide da abitare come case, che si susseguivano in lampi che gli abbagliavano la vista, imponendosi a tratti sulla realtà.

Per un attimo divenne un giovane marito, uno sposino fresco di matrimonio, la ragazza era sua moglie. I due erano insieme in macchina, stavano percorrendo l’Italia solcando le sue infinite strade di campagna in viaggio di nozze. Ad un tratto il motore aveva avuto un guasto, erano stati costretti a fermarsi e a chiamare un meccanico che avrebbe impiegato del tempo ad arrivare. Così si erano trovati soli in mezzo al nulla, sperduti tra i campi. I due innamorati si erano fissati l’un l’altro un solo istante, subito dopo presero a fare l’amore, era incredibile la complicità che li univa; fecero appena in tempo a rivestirsi che arrivò il camion mandato dall’autofficina.

Che dolce che era stato quel sogno! Jacopo l’aveva vissuto davvero, era davvero stato in quella macchina, aveva davvero sentito l’afa e il rumore assordante delle cicale svanire nell’istante in cui lei aveva posato le labbra sulle sue.

Non ebbe nemmeno il tempo di godere appieno di quella visione, forse un miraggio di un possibile futuro, che subito venne trascinato in un altro mondo, un altro sogno prese forma nella sua mente e tutto attorno a lui.

Improvvisamente era un bambino, un bambino dai lunghi boccoli castani e con grandi occhioni sensibili dallo sguardo indagatore; era diventato suo figlio! Il piccoletto sedeva sul sellino di dietro di una bici lanciata a gran velocità sul lato di una strada trafficata. Si teneva stretto alla vita di una donna, la giovane pittrice era diventata una bellissima giovane madre. Si teneva allora stretto alla vita della mamma, con la testa poggiata di lato sulla sua schiena, poteva sentire il suo respiro lievemente affannato dalla lunga pedalata. D’un tratto la madre ebbe un sussulto, cambiò direzione improvvisamente, lasciandosi alle spalle il traffico per entrare in un parco. La bici prese un’andatura più lenta mentre solcava la strada sterrata. Il figlioletto si perse ad inseguire con lo sguardo i raggi di luce intrappolati tra le foglie degli alberi, come era bello scoprire il mondo dal sellino della bici di mamma!

Jacopo era quasi commosso, sognò ancora diverse volte, sognò di scoprire in quella ragazza la sua compagna, la sua confidente e la sua amante, la sua complice più fidata.

Avrebbe voluto alzarsi, andare verso il suo tavolo e sedersi di fianco a lei. Le avrebbe chiesto con naturalezza, come se i due già si conoscessero, come procedeva il ritratto e se poteva vederlo. Sarebbe rimasto impressionato dalle doti artistiche di lei e solo allora le avrebbe chiesto come si chiamasse, avrebbe così scoperto che la bella cultrice della verità aveva un nome quasi profetico: Maria. Avrebbero iniziato a parlare, scoprendosi subito incredibilmente vicini. Si sarebbero scambiati opinioni che entrambi conservavano per i propri amici più cari, e che invece in quel momento si sentivano liberi di donarsi l’un l’altro, due perfetti sconosciuti. Avrebbero parlato molto di arte, del valore della pittura e della letteratura. Poi lui le avrebbe parlato della sua passione, il sogno della scrittura. Avrebbe aperto così il lucchetto del suo animo e le avrebbe mostrato i suoi doni più preziosi e i suoi segreti. Si sarebbero piaciuti poco a poco, ad ogni sguardo di intesa e ad ogni secondo di silenzio passato in fibrillazione un legame profondo sarebbe nato tra di loro. Avrebbero ordinato da bere numerosi bicchieri, le loro risate si sarebbero confuse in un suono armonioso, reso più caldo dall’effetto degli alcolici. Avrebbero parlato a lungo e avrebbero viaggiato con la mente verso luoghi lontani, forse mai esistiti: sognando di vivere insieme in città di argilla dai tetti di zaffiro, di esplorare fianco a fianco vasti deserti e foreste rigogliose. Avrebbero girato il mondo insieme senza mai lasciare il loro posto a quel tavolo del Lucky George. Avrebbero così condiviso le loro prime fantasticherie e, sotto lo sguardo complice del vecchio Giorgio, si sarebbero scambiati un primo timido bacio. Avrebbero creduto che il loro incontro fosse stato ordinato da un destino più grande, da forze superiori che per una solta volta si erano mostrate benevole verso di loro. Si sarebbero cullati in quella fantasia, e nell’aspettare l’ultimo giro Maria avrebbe appoggiato la testa sulla spalla di Jacopo, compiendo un gesto che per lui sarebbe risultato più dolce di tutti i baci che si sarebbero potuti scambiare quella notte. Poi al momento della chiusura sarebbero sgattaiolati insieme fuori dal locale dalla porta sul retro, lasciandosi alle spalle il Lucky George avrebbero preso le scale che portavano in cima al palazzo. Si sarebbero trovati sul tetto, finalmente soli, a guardare l’alba sorgere come il loro amore neonato. Lì sarebbero rimasti a lungo in silenzio, forse abbracciati. Poi Jacopo avrebbe tirato fuori due sigarette, ma avrebbe scoperto di non avere un accendino che funzionasse. Sarebbe stato allora che lui avrebbe potuto dire, non senza un velato sorriso di incertezza:

– “Sai, io ho un accendino a casa mia, è proprio qui dietro, se vuoi possiamo fare un salto.”

E temendo di essere stato troppo avventato, egli avrebbe subito aggiunto:

– “Così sai, una cosa da niente…”

Lei avrebbe riso, prendendolo in giro per la sua esitazione e facendogli provare un sollievo liberatorio; Jacopo avrebbe pensato che potesse essere davvero quella giusta.

Nulla di questo accadde veramente, fu solo l’ultima delle visioni che abbagliò la sua mente, solo che questa volta l’illusione portava con sé un carico di verità amara. Essa brillò come un’esplosione lasciando dietro di sé un profondo cratere, una ferita insanguinata nella sua coscienza. La verità era che tutto ciò non era possibile, Jacopo lo sapeva. Sapeva bene che il suo destino, la sua eterna condanna, era quello di rimanere solo. Sentirsi solo in ogni caso, in qualsiasi circostanza, anche quando non ve ne era motivo. Che senso aveva innamorarsi di Maria, donarle il proprio cuore e la chiave per la sua felicità, quando sapeva in partenza che ciò non avrebbe portato a nulla? Nulla di tutto quello che avrebbe potuto vivere con la ragazza sarebbe stato vero, sarebbe stata solo una finzione, per quanto ben orchestrata che fosse. L’unica cosa che esisteva nel suo mondo era la solitudine, a volte dolce e prolifica di ispirazioni, a volte amara e portatrice di un cocente senso di disperazione. Jacopo esisteva solo nella sua sconfinata solitudine, tutto il resto era un’illusione. Anche quella ragazza, per quanto potesse sembrare vera, era pur sempre una cliente del Lucky George, dove sono ammessi ogni sorta di giochi con l’esistenza, anche quelli più perversi, meno che l’esistenza stessa.

Magari il suo nome non era nemmeno Maria, magari non aveva un adorabile caschetto di capelli del colore dell’ebano, magari non aveva un animo gentile, né tantomeno unico. Avrebbe potuto essere chiunque, avrebbe potuto essere la ragazza più arcigna, banale e odiosa che Jacopo avesse mai conosciuto. Magari non stava nemmeno disegnando, e anche se fosse dopo tutto non era detto che stesse disegnando proprio lui, solo allora Jacopo si rese conto di quanto fosse assurda quella pretesa. E anche nell’estremo caso in cui fosse stato proprio lui l’oggetto delle sue attenzioni, forse disegnandolo la ragazza avrebbe colto quanto egli non fosse altro che un piccolo uomo dall’animo debole, forse una volta finito il ritratto ne sarebbe rimasta disgustata, allora lo avrebbe allontanato con un gesto di stizza, rinnegando di averlo mai realizzato.

Jacopo passò instanti interminabili perso in questi cupi pensieri, nella nebbia della solitudine che spazzava via impietosa ogni illusione, ogni suo patetico cogno, come foglie secche al vento.

Quando fu il momento della chiusura Giorgio il monco chiamò l’ultimo giro; invece di attenderlo al tavolo della ragazza, con la testa di lei poggiata delicatamente sulla sua spalla, Jacopo si trovò da solo al suo tavolo, ancorato alla sedia. Era oppresso da un denso senso di malinconia che ormai gli aveva inquinato l’anima, come una macchia di sporco bitume che ricopre una superficie d’acqua un tempo cristallina.

Poco a poco gli avventori del Lucky George iniziarono tutti a lasciare il locale, prima di attraversare la porta si giravano verso gli spalti vuoti di quel teatro e facevano un breve inchino. Era surreale e al contempo comico osservare quei personaggi: cercavano tutti di strappare un applauso ad un pubblico inesistente, chi pieno di grazia e chi, poveri diavoli maledetti, nella scompostezza totale.

Jacopo fu l’ultimo a rimanere nel locale, Giorgio aspettava solo lui per abbassare finalmente il sipario. Eppure non riusciva a darsi pace, anche se aveva ormai perso le tracce della ragazza, uscita insieme a tutti gli altri, quell’incontro mai avvenuto gli aveva avvelenato lo spirito. Non aveva dove andare, non poteva sperare in una fine immediata al suo tormento. Preso dallo sconforto, Jacopo lanciò una rancorosa maledizione verso il suo creatore:

– “Imbecille! Avresti almeno potuto ambientare il Lucky George a Parigi! Almeno così mi sarei potuto annegare nella fottuta Senna! Ah, si deve pur morire!”

 

Jacopo Gelli ©