Quel filo rosso del bigottismo omicida

 

“…Ninetta mia crepare di maggio, ci vuole tanto, troppo coraggio, Ninetta bella dritto all’inferno avrei preferito andarci in inverno…”

Chi sa se tu quando Lunedì scorso sei morto suicida lanciandoti da un balcone durante una perquisizione della guardia di finanza avevi in mente queste parole. Io le avrei avute, ne sono certo. Ho sempre pensato che se mai dovessi suicidarmi lo farei pensando alla Guerra di Piero, chiedendomi se all’inferno ci sto andando nel momento giusto. Beh in ogni caso tu hai scelto la stagione giusta, non preoccuparti. E credo che tu abbia scelto anche la giusta destinazione: so poco di te e non so bene come funzioni la selezione all’ingresso ma così giovane non puoi che essere stato destinato al Paradiso. Di certo c’è solo che se ti ha accolto Caronte non è stato per quei 10 grammi di fumo che ti hanno trovato nello zaino mentre uscivi da scuola. Sì lo so che ti hanno fatto credere così. So che adesso è tardi per spiegartelo, scusa, avrei voluto poterlo fare prima ed ecco perché sono qui alle 2 di notte a scriverti questa lettera, magari può essere il “prima” di qualcun altro, vana speranza. Lo conoscevi Roberto Saviano? Ma si dai, chi non lo conosce. Anche a me non sta così simpatico, ha sempre un tono saccente, ma è una persona molto intelligente e ha (quasi) sempre ragione. Ha parlato di te oggi, sai? Ha detto che tu e Stefano Cucchi siete stati uccisi da due sicari diversi, ma che il mandante era il medesimo. Il tuo assassino è stato il balcone, Cucchi invece l’ha ucciso l’epilessia a quanto pare. Certo che è una cazzata, ma non apriamo polemiche sull’assassino, adesso volevo solo farti capire chi è il mandante, si spera che la magistratura faccia il resto. A spingerti giù da quella maledetta finestra è stato il timore del giudizio altrui che dopo la perquisizione sarebbe rimasto per sempre tatuato sulla tua pelle come un marchio a fuoco, anche questo l’ha detto Saviano. A spronare l’epilessia (o chi per lei) a picchiare Cucchi è stata l’idea che uno spacciatore non è un uomo con dei diritti, che se ti droghi meriti di morire ucciso. Vedi com’è saggio Saviano? Non lo dice mai ma che lo intenda si capisce benissimo: il vostro comune scellerato uccisore è quello che io chiamerei il bigottismo giudicante e incondizionato. Quando sei morto tuo papà ha detto, distrutto: non sono stato in grado di capire mio figlio, ragazzi parlate con i vostri genitori. Devi volergli bene, pensa quanto ha sofferto e che persona ammirabile è anche lui che in un simile momento si addossa delle responsabilità. Tua mamma forse un po’ meno invece. Non so se sia cattiva, non lo credo affatto, sono certo che ti volesse anche molto bene. Però si vede che il germe di quel bigottismo era cresciuto in lei in modo incontrollato e irragionevole dalle sue parole al tuo funerale. Ha detto (tra molte altre cose, per correttezza, spero che mi perdoni per aver estrapolato dal suo discorso alcune frasi decontestualizzate): vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi […] ragazzi non sballatevi! Ha detto anche che la finanza l’ha chiamata lei e che non se ne pente. Insomma caro amico, vuole farti credere che la colpa di tutto quel che ti è successo sia della marijuana, quel pericolosissimo fiore che cresce spontaneo su tante piante e che quando fumato rende un po’ stupidi e sorridenti. Tua mamma sbaglia, spero che se ne renda conto. La colpa era di chi era pronto a giudicarti, a emarginarti, a puntarti un dito addosso. La colpa è degli stati che l’hanno vietata e hanno sempre preferito condurre campagne di demonizzazione e perseguire scopi punitivi, piuttosto che programmi di aiuto e recupero. E no, non sto dicendo che la marijuana faccia bene o che non faccia male, assolutamente. Se ti avessi conosciuto avrei cercato di tenertene alla larga come tua madre. Sto solo cercando di spiegare a chi a differenza tua questa lettera potrà leggerla che di troppo bigottismo si può anche morire. Che l’intransigenza quando ha sostituito il dialogo ha ucciso te e Stefano e Federico Aldrovandi e chissà quanti altri. Che chi giudica invece di cercare di capire, chi insulta invece di aiutare, chi odia invece di amare commette peccato nel senso più spirituale e ingombrante del termine. Chi non ha mai fatto qualcosa di sbagliato? Aver sbagliato non significa esserlo. Parlava di tutt’altro ma papa Francesco qualche anno fa ha detto Chi sono io per giudicare? E io invece, chi sono per giudicare? E tua mamma? E i tuoi amici? E tutti quelli che tu temevi fossero pronti a farlo talmente tanto da convincerti a compiere quell’ultimo folle passo nel vuoto? Nessuno amico, nessuno. La tua vita valeva più di qualsiasi etichetta, più di qualsiasi delusione, più di qualsiasi vergogna. Un giorno molti anni dopo magari ci saremmo potuti incontrare, mi avresti raccontato di quel che era successo quel lunedì 13 Febbraio del lontano 2017 e ne avremmo riso insieme. Una storia che contiene 10 grammi di fumo è il soggetto perfetto per una risata tra amici. Non per un salto nel vuoto amico mio. Per quello ci vuole ben altro. Scusaci tutti perdìo! Che la terra ti sia lieve.

Author: Andrea Noseda

Perché la necessità di nascondersi, l’ansia di rifugiarsi dal mondo in una dimensione più profonda di noi stessi? Perché non accontentarsi di tutto ciò che ci circonda ma continuare perennemente a cercare? perché scegliere di esistere senza mai soddisfarsi? perché, banalizzando il tutto, non voler mai optare per una facile serenità?

perché aveva ragione Lui: “La vita è altrove” e certe intuizioni non possono essere ignorate.

Ecco come vivo e ecco perché scrivo!