Lucky George

Mi chiamo George, anche se è da decenni che nessuno usa più questo nome per rivolgersi a me. Sono nato nel 1923, in una piccola cittadina nel cuore di uno dei grandi stati centrali della nazione più grande di tutte, gli Stati Uniti d’America. Della mia prima infanzia non conservo alcun ricordo, solo immagini sfocate, mosse dai venti della dimenticanza. Si tratta di sensazioni, nulla di più, il cui unico scopo è ricordarmi di essere davvero nato da qualche parte e di essere davvero cresciuto in qualche modo. Dicono che ai tempi gli Stati Uniti fossero una nazione vergine e che allo stesso modo il suo popolo fosse puro. La storia del nostro popolo ha smentito chi afferma, acceso da un nazionalismo penoso, che una nazione per essere potente e vittoriosa deve possedere tradizioni antiche, radici solide, una cultura secolare. La cultura del nostro popolo era appena in fasce quando, nell’arco di qualche decennio, ci imponemmo al mondo. La nostra nazione era come un giovane adolescente molto irrequieto che commette violenze sui suoi vicini solo per affermare che anche lui esiste, che anche lui possiede quell’innato grado di esistenza che appunto si inizia a scoprire da ragazzi. A mio avviso è stato e continuerà ad essere uno sforzo inutile, imporsi sugli altri non garantisce l’esistenza di chi commette l’atto violento, bensì di chi lo subisce.

Ad ogni modo, mi chiamo George e non sento usare questo nome da decenni, sono nato negli Stati Uniti d’America, la nazione adolescente, e sono stato educato dagli Stati Uniti d’America, la nazione padre; dei primi diciotto anni della mia vita non conservo alcun ricordo.

Un giorno l’aviazione giapponese attaccò di sorpresa la nostra flotta a Pearl Harbor, si imposero a noi e facendo ciò commisero un fatale errore, ci donarono la consapevolezza della nostra esistenza. Le masse erano agitate dallo sconforto e dalla paura: essendosi rese conto di vivere in un mondo violento, ora sapevano di poter morire e di poter soffrire, ma anche di poter uccidere e di poter far soffrire. Ricordo che i giapponesi combatterono tenacemente, follemente aggrappati al sogno di invincibilità che anticipa la presa di consapevolezza dell’ esistenza. È giustificabile, nessuno accetta mai di buon grado di non essere potente ed immortale ma bensì di esistere come essere votato alla decadenza. È così che mi spiego le bombe atomiche: fu l’estremo atto di violenza, il totale annientamento del fungo costrinse il Giappone ad ammettere la propria esistenza e la propria debolezza, da cui la sua resa. Anche io ebbi modo di vivere parte della mia storia personale nell’immenso calderone della storia mondiale che fu il conflitto tra queste due grandi nazioni. Nel 1941 avevo esattamente diciotto anni e pochi giorni dopo l’attacco di Pearl Harbor venni chiamato alle armi dall’esercito.

Ho sempre pensato che i giovani si possano distinguere secondo due grandi categorie, ci sono i giovani con grandi animi e ci sono i giovani con piccoli animi. Chi è giovane dal grande animo è votato alla sofferenza, è sensibile e romantico, la sua forza sta nell’affrontare a cuore e a viso aperto le proprie debolezze. Chi è giovane dal grande animo vive gli eventi forti della propria vita con commozione ed è sempre alla ricerca di un significato più alto nelle cose. Chi è giovane dal piccolo animo invece non ha vocazione né direzione, è insensibile e spesso impaurito dalle emozioni forti che vede come incontrollabili. Il giovane dal piccolo animo non sospira di soggezione come fa il giovane dal grande animo, piuttosto sbuffa di noia. Fortunatamente per me sono stato al tempo della guerra un giovane dal piccolo animo. In quanto membro della generazione di giovani di una nazione vergine ero, come tutti i miei coetanei, un germoglio. C’è chi parla del potere benefico della guerra, dei suoi valori edificanti, ma non per questa guerra. Questa guerra è stata orrore e morte, solo questo. Un germoglio ha bisogno di acqua per crescere e diventare un solido tronco, elevandosi dal suo stato di promessa di qualcosa di più grande per l’avvenire. La guerra è stata invece come un fuoco, molti di noi germogli sono stati carbonizzati, ridotti a nient’altro che ad un nucleo indurito. Ho vissuto la guerra da giovane dal piccolo animo, in modo apatico e sterile, questo in parte mi ha salvato; ho visto molti giovani dal grande animo perdere la ragione per essersi trovati faccia a faccia con l’orrore, il vero nemico in una guerra.

Il mio primo ricordo risale a quando avevo appunto diciotto anni. Ero su una nave per il trasporto truppe, una vecchia nave commerciale che alla fine dei suoi giorni veniva investita di un nuovo incarico: condurre giovani soldati alla guerra, compito ben più alto che trasportare merci come banane o carbone. Dopo mezza giornata di navigazione ci saremmo dovuti unire al resto del nostro battaglione più al largo, poi saremmo dovuti partire verso il fronte. Un fronte tracciato sull’acqua, dove la morte, che fosse per mano di un bombardamento aereo o di un missile sottomarino, arrivava sempre non vista e senza neanche la cortesia di un preavviso sufficiente per recitare le ultime preghiere. In quel momento stavamo salpando dal porto, la nave veniva rimorchiata a fatica lontano dal molo a cui era rimasta attraccata fino a poco tempo prima. Sulla banchina si era ammassato un gran numero di familiari e amici di noi soldati e tutti si sbracciavano e piangevano per comporre un unico commosso commiato di addio. Sulla nave, tutti si erano spinti sul parapetto del ponte di poppa per ricambiare il saluto dei loro cari. Tutti si agitavano urlando, c’era chi si sforzava di mostrarsi coraggioso e sorridente e chi si abbandonava a pianti sconsolati, tutti esprimevano emozioni forti e nette. C’era ci si sporgeva dagli oblò così tanto da rischiare di cadere in mare. Erano tutti tremendamente vivi. Io stesso stavo al margine della folla, in disparte. Non avevo nessuno da salutare, nemmeno i miei genitori, per quanto logicamente dovessi avere avuto dei genitori da salutare. Non perché non fossero venuti, ma perché nulla di tutto quello che avevo vissuto prima di quel momento era mai esistito. Il mio primo ricordo è stato appunto il presagio di un’esistenza, fu quello il primo momento in cui mi convinsi di esistere, nel momento in cui, insieme ad una folla urlante e piangente, venivo condotto da una bagnarola verso quella che già dicevano sarebbe stata la più grande carneficina che l’uomo avesse mai visto. In quel momento pensai di essere vivo e di esistere, quindi solo allora iniziai a ricordarmi della mia esistenza, anche se in merito a questa ebbi modo di dubitare più volte in seguito.

Quando il porto fu scomparso oltre l’orizzonte e le truppe furono richiamate all’ordine ci divisero in gruppi e poco alla volta ci chiamarono in uno stanzone in cui erano state ammassate un gran numero di sedie di legno. Ci fecero sedere, l’aria era appesantita dal caldo torrido e c’era un forte odore di olio per motori e di sudore. Uno ad uno venivano chiamati per nome, a quel punto bisognava alzarsi in piedi e con voce militaresca urlare – “Presente all’appello!” – dopodiché veniva comunicato il proprio ruolo, poteva essere ad esempio mitragliere, o geniere, o molto più probabilmente fanteria di prima linea, veniva anche comunicata la squadra a cui fare riferimento da quel momento in poi.

Impiegarono un’eternità di tempo ma alla fine chiamarono anche il mio nome, sarei stato un porta-munizioni. Quello del porta-munizioni è un compito che non richiede alcune delle abilità necessarie in guerra, come il carisma, il coraggio o la destrezza. Si ha un punto di raccolta dove fare rifornimento e si risponde alle chiamate delle postazioni di mortai e di mitragliatrici, o ai ripari dove le squadre hanno preso copertura, per consegnare granate e caricatori. Bisogna agire meccanicamente e bisogna essere molto veloci. Queste erano due caratteristiche che mi appartenevano e mi sentii lusingato di essere stato così ben compreso dallo stato maggiore per quelle che fossero le mie abilità. Tuttavia dovetti anche ammettere che il porta-munizioni è uno dei compiti dove si viene uccisi più spesso. Correre da una parte all’altra del campo di battaglia, saltando tra le varie postazioni senza mai fermarsi, significa essere continuamente esposti al fuoco nemico, soprattutto all’incredibile numero di pallottole vaganti che impestano l’aria come vespe. La mia mente di giovane dal piccolo animo non venne pervasa dalla paura, invece cercai di razionalizzare: i mitraglieri e gli addetti ai mortai non erano esposti al fuoco diretto della fanteria ma erano il bersaglio preferito dei cecchini, la fanteria di prima linea contava sul numero ma era a diretto contatto col nemico, insomma ogni ruolo aveva le sue peculiari probabilità di farti incontrare la morte sul campo. Il porta munizioni era un ruolo di supporto, nonostante la sua importanza significava che raramente avrei avuto occasione di trovarmi in un eroico faccia a faccia col nemico, ma questo non mi disturbava più di tanto, d’altra parte non mi ero arruolato per un ascesso di eroismo, ero stato chiamato e l’alternativa sarebbe stata disertare e darsi alla latitanza.

Fu così che andai alla guerra partecipando all’offensiva contro i giapponesi, la prima esperienza significativa della mia vita. Nonostante il breve addestramento di cui ero stato provvisto dall’esercito, non avevo la minima idea di come si combattesse una guerra. Come chiunque altro avevo delle aspettative, che provenivano dall’influenza idealizzante dei racconti che tutti sentivamo in continuazione alla radio. Quindi mi aspettavo che la guerra fosse un susseguirsi di sbarchi su spiagge tropicali, nuotando nell’acqua infestata di squali e del fuoco delle mitragliatrici, di espugnare bunker con i lanciafiamme e di respingere i giapponesi che, nonostante andassero a fuoco, ancora volevano scagliartisi contro come dei demoni infernali. Mi aspettavo eroiche avanzate per conquistare colline e atolli dal nome impronunciabile, di affondare la mia baionetta nel petto di un ufficiale prima che potesse estrarre la sua temibile spada, che poi avrei conservato come trofeo di guerra personale e fatto vedere ai miei nipoti per il 4 di Luglio. La guerra era anche questo e posso dire di aver avuto la mia sana dose di combattimenti, ma la guerra consisteva anche di altro. C’era un lato della guerra che i bollettini radiofonici avevano cura di lasciare da parte: il tedio, la noia e la generica sofferenza della vita del soldato. Che fosse affrontare lunghe marce nella foresta tropicale, alle volte così fitta da rendere impossibile l’avanzata, o che fosse lo scavare ogni volta nuove trincee e nuove latrine per il campo, o che fossero gli interminabili giorni trascorsi in nave, a cuocere come uova sulla lamiera incandescente nell’ansia dello scontro imminente, c’era sempre un compito sfiancante ed ingrato che noi soldati dovevamo svolgere. E poi mancava sempre qualcosa. Cibo e acqua arrivavano raramente insieme: un giorno bevevi, un giorno mangiavi, questa era la vita. L’unica cosa che non mancava mai erano le sigarette, era così che ci tenevano buoni:

– Manca il cibo da tre giorni e ti tremano le gambe? Eccoti una sigaretta!

– Marci sotto il sole da ore e non arriva l’acqua? Nessun problema, fatti una sigaretta!

– Il tuo migliore amico è morto sventrato dal fuoco di artiglieria e ora senti le voci in testa? Ma che diavolo, fuma una sigaretta!

No quelle non mancavano mai, fortunatamente. Chi non fumava o era morto o sarebbe morto di lì a poco.

Però c’erano anche i combattimenti, diavolo c’erano eccome.

Alcuni fulminei, altri invece duravano giorni interi in cui non potevi dormire, in cui si entrava in una specie di trance collettiva anche con il nemico. I combattimenti c’erano eccome e i giapponesi quando combattevano ti facevano sputare sangue per ogni centimetro guadagnato.

Ricordo bene il mio primo combattimento, fu lì che ebbi la mia rivelazione. In nave avevo fatto amicizia con un ragazzo, si chiamava Tim Kostniak, un ragazzo alto e biondo, esile come un ramoscello d’ulivo, figlio di immigrati polacchi. Un ragazzo senza nulla di speciale, come lo ero io e come lo era la maggior parte di noi germogli.

Era il primo sbarco per entrambi e chiaramente eravamo tesi, ma in qualche modo ci si confortava a vicenda. Poi venne il momento, una volta sulla spiaggia ricordo la sensazione di spaesamento nel vedere tutte quelle luci abbaglianti attorno a me. C’erano questi lampi verdi che fendevano la sabbia per poi rimbalzare poi più in alto, erano così belli e veniva voglia di toccarli, dovetti però ricordarmi che quello era il fuoco delle mitragliatrici, erano come mortali saette infuocate. Ricordo che venni raggiunto da Tim che mi scosse costringendomi a riprendermi, insieme iniziammo a correre verso il punto di raccolta. Pochi metri, poi un breve fischio e l’esplosione. Fui proiettato in aria e quando atterrai era come se stessi ancora cadendo nel vuoto, mi ci vollero alcuni secondi per riprendere completamente il controllo di me stesso. Il colpo di mortaio era caduto molto vicino, con tutta probabilità ero stato ferito gravemente, sentivo un dolore secco in tutto il corpo. Notai con sgomento di essere completamente ricoperto di sangue. Iniziai a tastarmi convulsamente in ogni punto, aspettandomi la fitta di dolore che indicasse la ferita, eppure non trovai nulla, ero completamente illeso: quel sangue non era il mio. Fu solo allora che vidi di fianco a me il corpo mozzato di Tim. Il suo viso era pietrificato in un’espressione di pura agonia, era tranciato in due all’altezza della vita e lungo la sezione del taglio la carne viva era in fiamme. Eccomi allora di fronte al nemico, al vero nemico della guerra: l’orrore. Eppure, tra la paura e lo sgomento che mi schiacciavano a terra impedendomi di rialzarmi, si insinuò in quel momento qualcos’altro: un dubbio allora ancora indefinito. Qualcuno mi raccattò da terra e strattonandomi mi portò al punto di raccolta, la spiaggia era ricoperta di sangue e di schegge di ferro, avanzare era difficile perché si continuava ad inciampare nei corpi. I proiettili mi saettavano attorno, fiamme ed esplosioni abbattevano i miei compagni come mosche, eppure io non venivo colpito. Il dubbio prendeva via via una forma più distinta. Ebbi anche modo di sparare a qualche giapponese, ma erano prede facili e vennero raggiunti contemporaneamente dal fuoco di più soldati, quindi non so se quel giorno ebbi ucciso qualcuno.

Nel frattempo lo sbarco procedeva, seppur a fatica il numero dei nostri sulla spiaggia cominciò ad essere consistente e potemmo concentrare il fuoco sulle postazioni delle mitragliatrici nemiche, guadagnando poco a poco terreno. Ci fu un momento in cui ebbi la netta sensazione che fossimo riusciti a ribaltare le sorti dello scontro, di lì a poco gli ultimi giapponesi rimasti lasciarono cadere a terra le armi e si arresero; a parte gli ufficiali di grado più alto, tutti gli altri vennero fucilati sul posto.

I momenti di eroismo erano finiti, ora bisognava svolgere i compiti più ingrati: pulire la spiaggia dalle barriere anticarro per lo sbarco dei mezzi, raccogliere i cadaveri dei nostri e bruciare quelli dei loro, allestire il campo.

Fu solo dopo la distribuzione del rancio che ebbi un momento per raccogliere i miei pensieri e riflettere, per guardare finalmente in faccia quel dubbio. La spiaggia era tinta di rosso per il sangue dei morti e per la luce del tramonto. Il cielo, straziato dalle ferite delle esplosioni e dalle scie degli aeroplani, era anch’esso tinto di rosso; sembrava una visione romantica dell’inferno.

Fu allora che il dubbio si rivelò a me: ero stato in pericolo innumerevoli volte quel giorno, eppure mai avevo avuto la sensazione di aver rischiato la morte. Sembrava che i nemici non mi vedessero in mezzo alla battaglia; la morte era davvero così restia a privarmi dell’esistenza? Forse non era colpa della morte, forse non c’era alcuna vita da togliermi, forse dopotutto non esistevo.

Doveva essere così, io non esistevo. Quella sensazione vitale che ebbi sulla nave alla partenza doveva essere stata una illusione, forse dovuta alla paura o all’importanza di quel momento fatidico. Quel giorno avevo pensato di aver iniziato finalmente ad esistere, ma ora dovetti ricredermi. Il dubbio si faceva via via più consistente nella mia mente, esso mi accompagnò durante tutto il mio periodo al fronte fino a che non divenne una certezza. Per tutta la guerra svolsi il mio lavoro di porta-munizioni con relativo zelo, eppure ad ogni combattimento si ripeteva la stessa incredibile situazione. Esplosioni, morti tutti attorno a me, più volte granate o raffiche di mitragliatrice mi cadevano vicino, eppure ogni volta ne uscivo senza nemmeno un graffio. Così si cementava il dubbio e ad ogni combattimento mi facevo più pigro, correvo più lentamente e non prendevo copertura bene come avrei dovuto. Non correvo per la mia vita poiché avevo capito ormai che non vi era alcuna vita per cui correre. Probabilmente in diversi scontri ero stato colpito, ma non essendo dotato di un corpo i colpi non avevano fatto altro che attraversarmi, magari uccidendo qualcuno dietro di me. La mia esistenza non era quindi che una mera illusione, non ero che il fantoccio di una coscienza. Ogni volta che qualcuno si rivolgeva a me in realtà parlava a qualcun altro, o forse parlava da solo, reso demente dagli orrori della guerra.

In quegli anni la certezza di non esistere, che in tempo di pace mi avrebbe probabilmente fatto impazzire, mi fu invece di conforto. Tutto l’orrore e il dolore che mi circondava mi attraversava senza toccarmi, proprio come le pallottole mortali del nemico che non mi avevano mai colpito. Divenni apatico, non parlavo con nessuno, limitandomi ad eseguire gli ordini che gli ufficiali avevano dato evidentemente a qualcun altro, visto che non ero davvero in quel luogo.

Quando la guerra finì le cose cambiarono, stare sotto le armi era stata una scusa perfetta per rimpiazzare la mia non-esistenza, ma al momento del mio congedo questa divenne qualcosa di penoso, mi si presentò come un problema alquanto difficile da risolvere.

Cosa avrei fatto della mia vita se non ne avevo nemmeno una? Uccidersi non era un’opzione praticabile, non potendo porre fine ad un’esistenza che non era mai nemmeno iniziata, ma allora che fare? Decisi quindi di tentare di costruirmi una vita dal nulla, di provare la mia esistenza dandomi uno scopo.

Quando venni congedato ottenni una paga, una discreta somma. I miei commilitoni si affrettarono a spendere questo denaro in alcol e in prostitute, forse per dimenticare gli incubi della guerra. Eppure io non avevo alcun trauma da combattere, il mio mostro era ben più sottile. Per qualche motivo rifuggivo l’idea di tornare negli Stati Uniti, sentivo che lì non sarei mai riuscito a provare la mia esistenza. Fu allora che nella mia mente si formò una fantasia, un sogno: andare il più lontano possibile, salpare per l’Europa e lì, in una città che avrei scelto lungo il viaggio, comprare una piccola locanda e farne un bar accogliente. Possedere qualcosa di mio, servire i clienti che sarebbero stati obbligati a rivolgersi a me senza alcun equivoco, forse questo mi avrebbe donato la tanto agognata esistenza. Decisi quindi di andare in Italia, e nella città liberata di Milano trovai un locale cadente che riuscii a rilevare a poco. Mi adoperai per acquistare i tavoli, le sedie e tutto l’occorrente, eppure per quanto mi sforzassi ero ossessionato dalla certezza di non esistere. Poi venne il giorno del trasloco, alla fine mancava solo da scaricare un pesante frigo per le bevande fredde. Io ed alcuni uomini commissionati per il trascolo, che evidentemente parlavano con un altro proprietario del locale visto che io non esistevo, faticammo per scaricarlo dal furgone che lo aveva portato fino davanti al locale. Il furgone sul retro era dotato di una piccola gru per il movimento dei carichi pesanti, Il frigo oscillava incerto in aria ed io lo tenevo da sotto, cercando di stabilizzarlo. Il braccio della gru gemeva sotto l’eccessivo sforzo, d’un tratto il cavo a cui era agganciato il peso cedette con un sordo schiocco e il frigo mi cadde addosso, dopodiché persi conoscenza.

Mi risvegliai in una stanza di ospedale e subito provai una lancinante fitta al braccio sinistro, provai a muoverlo ma non ottenni alcuna risposta, quando osai guardare in basso vidi con sgomento che era stato amputato poco sotto la spalla. Il frigo mi era caduto sopra maciullandomi il braccio, non era stato possibile recuperarlo date le gravi fratture, il chirurgo aveva deciso per l’amputazione. Venni pervaso da un senso di emozione: allora esistevo! Se qualcosa poteva essere tolto da me, come un braccio, significava che vi era una totalità da cui toglierlo, significava che io esistevo in quella totalità! Il medico mi raggiunse e dopo alcuni tentativi, dopotutto avevo imparato l’italiano da poco ed ero sotto shock per la scoperta appena fatta, riuscì a dirmi che ero stato fortunato, che sarei potuto morire nell’incidente. Sarei potuto morire, quindi ero vivo!

Avevo quindi perso un braccio, ma in compenso avevo ottenuto la prova inconfutabile della mia esistenza. Passai un certo periodo di convalescenza, in quei giorni di guarigione dolorosa mi resi conto di una verità sconcertante. Avevo combattuto la guerra con svogliatezza, convinto della folle idea di essere invulnerabile ai proiettili e alle esplosioni, convinto che la morte non potesse nemmeno vedermi. Ma non era affatto così, tutte le volte che non avevo corso come avrei dovuto, tutte le volte che non mi ero buttato a terra come avrei dovuto, avevo sfidato la morte in maniera del tutto incosciente e miracolosamente avevo vinto! La mia non solo era esistenza, era un’esistenza incredibilmente fortunata!

Ripensando al rischio che avevo corso con quel comportamento folle fui assalito da un profondo terrore. Ma io ero stato un giovane dal piccolo animo e fortunatamente in quanto tale ero dotato di una cinica ironia. Quindi esistevo, accettai subito il mio posto nel mondo, quando venni dimesso tornai al mio locale dove tutto era rimasto come lo avevo lasciato. C’era ancora tanto lavoro da fare, ma almeno in ospedale avevo avuto una idea per il nome, l’avrei chiamato Lucky George.

 

 Fine

di Jacopo Gelli ©