La giustizia dei bambini

 

Da qualche settimana intellettuali, giuristi ed esponenti del garantismo progressista sollevano dubbi ed incertezze in merito ad una proposta circa la chiusura dei Tribunali dei Minori giustificata, dicono i pochi sostenitori, da esigenze di risparmio sulla spesa pubblica.

Dalle pagine de L’Espresso (n. 10, 05 marzo ’17) parte la campagna “Adesso salviamo il tribunale dei minori” sostenuta dalla redazione del settimanale che dagli anni Settanta, oltre ad occupare una prestigiosa posizione nel giornalismo d’inchiesta politica, culturale ed economica, sostiene e promuove battaglie per l’affermazione dei diritti civili in Italia. Nell’inchiesta pubblicata dal giornale si manifestano tutte le preoccupazioni per una decisione così delicata ed azzardata. Il Presidente del Tribunale minorile di Bologna, Giuseppe Spadaro sottolinea che sarebbe persino ingiustificata nel merito la soppressione di tali istituzioni; non a caso il dossier “Giustizia minorile in Italia” curato dal sottosegretario alla Giustizia Maria Ferri evince come il sistema italiano di giustizia minorile sia considerato uno dei più avanzati al mondo. Spadaro, che ha fatto la gavetta nella sua terra calabra rischiando la propria vita quando era il capo della sezione penale del Tribunale di Lamezia Terme, proprio perché i minori li allontanava dalla malavita, non è contrario ad un disegno riformatore del sistema: vorrebbe potenziarlo!

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Il diritto all’oblio

 

Negli ultimi decenni è esponenzialmente aumentato il numero di individui che in giovane età, ma non solo, decide di tatuarsi e, proporzionalmente, dei tatuatori, che coltivano l’arte del tatuaggio, gravati dall’arduo compito di imprimere sulla pelle altrui un simbolo, un’immagine, una forma ecc. imperituri o quasi. Il quasi è d’obbligo perché la prassi di farsi tatuare ha portato, infatti, grandi frutti economici ai chirurghi estetici, che godono delle crescenti richieste di coloro che per le più svariate ragioni decidono di rinunciare all’imperituro tatuaggio. Simile, per molti aspetti, è ciò che accade nel nostro mondo, sempre più social-dipendente, in cui Facebook, Instagram, Twitter, Whatsapp, Snapchat ecc. rendono noto, o quantomeno visibile, a miliardi di persone chi siamo, dove viviamo, quali sono le nostre idee e le nostre passioni. In una società in cui le notizie si propagano ad una velocità incontrollabile e in cui digitando poche lettere su Google ed altri motori di ricerca si accede ad un sapere incommensurabile, tutto ciò che pertiene alla nostra persona e che è online resta connesso ad essa, “tatuato” in una dimensione virtuale che, sempre più, costituisce il nostro biglietto da visita nelle relazioni sociali e lavorative. E se nel caso del tatuaggio la rimozione è soprattutto una questione economica, nel caso delle informazioni in rete le difficoltà sono di ordine pratico e giuridico, molto prima che economiche. Ciò che invece pubblichiamo ogni giorno, le foto che condividiamo, tutto ciò che mettiamo online o le notizie, che per le più svariate ragioni vengono diffuse sul nostro conto, entrano nella disponibilità di chiunque, e una volta cliccato il tasto “invio” fare un passo indietro, ripristinando lo status quo, può essere veramente complesso, a volte addirittura impossibile. Insomma i tatuaggi costituiscono solo un limitatissimo sottoinsieme (per chi ne ha) contenuto all’interno di un insieme molto più vasto dall’aspetto e dalla natura multiforme, fatto di immagini, “frasi”, tweet, post ecc., che restano, quasi indelebilmente, legate alla nostra persona.
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La sorveglianza del XXI secolo: controllo o sfruttamento economico?

8 marzo 2017. Il Corriere della Sera recita in prima pagina “La Cia usa le tv per spiare”. Deja vu?

 

George Orwell. 1984. Nel suo mondo distopico dei teleschermi posizionati in ogni casa fungono da occhi del partito, ne diffondono l’ideologia 24 ore su 24 e spiano i cittadini per rilevarne eventuali dissidenze. L’unico pensiero accettato è il Bipensiero e le informazioni sono sistematicamente aggiornate in modo tale che ogni giorno sembri esserci un miglioramento; coerentemente a ciò, non è consentito possedere libri o diari perchè non “aggiornabili” dal governo.

 

Tuttavia, mentre nel mondo Orwelliano il capillare controllo viene imposto dall’alto ed ha un fine militare e di controllo, ai giorni nostri si è diffuso un diverso tipo di sorveglianza cui gli stessi cittadini sono ben contenti di partecipare e che ha un fine anche economico: basti vedere il tipo di estrazione di dati da parte della NSA sulla popolazione americana.  

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L’arte di fingere

L’indagine su come il mondo e le persone appaiano (e vogliano apparire) con una faccia diversa da quella autentica ha coinvolto, nel tempo, romanzieri, poeti e letterati, scienziati e filosofi, artisti e pittori, giornalisti e registi. Il concetto di finzione ha viaggiato nei secoli, a volte al centro a volte ai margini del dibattito, arrivando all’oggi in bilico tra una parziale giustificazione figlia della necessità e una decisa condanna, forse definitiva.

Pochissimi lo sanno; i più, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire”

Luigi Pirandello, La carriola (in Novelle per un anno), 1917

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