L’arte di fingere

L’indagine su come il mondo e le persone appaiano (e vogliano apparire) con una faccia diversa da quella autentica ha coinvolto, nel tempo, romanzieri, poeti e letterati, scienziati e filosofi, artisti e pittori, giornalisti e registi. Il concetto di finzione ha viaggiato nei secoli, a volte al centro a volte ai margini del dibattito, arrivando all’oggi in bilico tra una parziale giustificazione figlia della necessità e una decisa condanna, forse definitiva.

Pochissimi lo sanno; i più, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire”

Luigi Pirandello, La carriola (in Novelle per un anno), 1917

Parigi, 1886

Tra rue Laffitte e Boulevard des Italiens si tiene l’ultima mostra degli impressionisti. Georges Seurat espone per la prima volta “Une dimanche après-midi à l’Île de la Grande Jatte”, ad oggi sua opera più famosa, conosciuta più semplicemente come “La Grande Jatte” e soprattutto come manifesto del pointillisme. Piovono critiche: principale oggetto di discussione è il punto di maggior rottura rispetto alla corrente impressionista, ossia l’impatto della scienza sulla pittura, in particolare l’influenza sull’artista delle teorie di Chevreul. Un altro fattore che non scalda il cuore dei critici, però, è la staticità, l’immobilismo delle figure umane nell’opera, come se ognuno pensasse solo e soltanto a sé; non c’è traccia di interazione con gli altri. Anche la futilità e la degenerazione delle mode sono viste con occhio sarcastico, ne sono esempio i vestiti eccessivamente sfarzosi o la scimmietta portata al guinzaglio.

Al di là dell’analisi iconografica, si tratta di un aspetto molto interessante: nella nuova, ricostruita, scintillante Parigi haussmaniana, la Parigi dei grandi boulevard e dei café all’aperto, ci sono voci fuori dal coro, c’è chi, nelle pieghe e nelle dinamiche di una società apparentemente sfavillante, intravede forme di egocentrismo, di volontà di apparire e di mancanza di coesione.

C’è di più: Seurat è uno dei tanti. È uno dei tanti – romanzieri, poeti, letterati, pittori, giornalisti, registi – che, nel corso della storia, hanno percepito una punta, un velo, un’atmosfera di finzione nel mondo che li circondava e ci hanno speso una riflessione, scritto opere, proposto testimonianze.

In “A se stesso” Leopardi dichiara la consapevolezza dell’”infinita vanità del tutto”; di lui Carlo Rovelli scrive che “la Verità cercata con passione smaschera le illusioni, e lui non ha la forza di viverla. La sua sincerità profonda gli impedisce di mentire, di rifugiarsi nella falsità […]”.

È un aspetto evidente nelle Operette morali, in cui Leopardi compara la continua rincorsa delle mode che caratterizza la società del tempo a una prima forma di morte (Dialogo della moda e della morte) ma, soprattutto, nel Dialogo di Tristano e un amico, evidenzia la cecità e la finzione del secolo sia nella testarda volontà di esaltare e glorificare un periodo in cui, invece, “anche la mediocrità è divenuta rarissima; quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a quegli esercizi a cui necessità o fortuna o elezione (g)li ha destinati” sia nel comune apprezzamento del pensiero omogeneizzante secondo cui “gli individui sono spariti dinanzi alle masse”.

La percezione di una realtà in cui tutti indossano una maschera è addirittura il motivo principale dietro la scelta di Pirandello di rivolgere sempre più lo sguardo verso il teatro; la rappresentazione più veritiera del mondo arriva per lui a essere una messa in scena. Tutta la sua produzione, dalle novelle alle opere teatrali, dai romanzi fino anche per certi versi al saggio sull’umorismo, ruota intorno al tema della finzione: basta pensare anche solo al titolo di alcuni spettacoli e romanzi, Il giuoco delle parti, Sei personaggi in cerca di autore, Così è (se vi pare), Uno nessuno e centomila, ma anche ai concetti di avvertimento e sentimento del contrario (“non ci fermiamo alle apparenze, ciò che inizialmente ci faceva ridere adesso ci farà tutt’al più sorridere”).

Il suo pensiero viene articolato e spiegato per bocca dei diversi personaggi delle opere; in un dialogo dei Quaderni di Serafino Gubbio operatore il concetto-chiave viene ribadito così: “Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è questo! che schifo! Ma pajono tutti… che so! Ma perché si dev’essere così? Mascherati! Mascherati! Mascherati! Me lo dica lei! Perché, appena insieme, l’uno di fronte all’altro, diventiamo tutti tanti pagliacci? Scusi, no, anch’io, anch’io; mi ci metto anch’io; tutti! Mascherati! Questo un’aria così; quello un’aria cosà… E dentro siamo diversi! Abbiamo il cuore, dentro, come… come un bambino rincantucciato, offeso, che piange e si vergogna!”. Un’altra visione sullo stesso tema viene espressa in Sei personaggi in cerca di autore: “Il dramma per me è tutto qui, signore: nella coscienza che ho, che ciascuno di noi – veda- si crede uno ma non è vero: è tanti, signore, tanti, secondo tutte le possibilità d’essere che sono in noi: uno con questo, uno con quello, – diversissimi! E con l’illusione, intanto, d’essere sempre uno per tutti e sempre quest’uno che ci crediamo in ogni nostro atto. Non è vero! Non è vero! Ce ne accorgiamo bene, quando in qualcuno dei nostri atti, per un caso sciaguratissimo, restiamo all’improvviso come agganciati e sospesi: ci accorgiamo, voglio dire, di non essere tutti in quell’atto!” Si potrebbe andare avanti a lungo, le testimonianze sono tante, di Pirandello e non: i protagonisti dei romanzi di Svevo, il pensiero politico di Mill e di Alexis de Tocqueville, diversi quadri del gruppo Die Brucke e di Magritte, alcuni versi di Arthur Rimbaud.

Il punto della questione, però, è un altro: anche oggi la società è questa? O, se non è questa, presenta degli elementi che possano portare a visioni del genere? Si può rispondere “sì” empiricamente: non c’è giorno in cui non si metta in dubbio la veridicità delle notizie dei giornali, con conseguente sviluppo di app anti-bufale; sei mesi fa sulla copertina dell’Economist campeggiava il titolo “Art of the lie”, un’analisi sulla capacità dei politici di oggi di mentire. Sono forme di finzione. È vero, è un carattere di falsità che comprende solo alcune categorie di persone. Però “Perfetti sconosciuti” è stato, non più tardi dell’anno scorso, uno dei film italiani più visti degli ultimi anni, un fenomeno a livello nazionale. Certo, è un’esagerazione, una provocazione voluta e riuscita, ma quanti hanno mai provato a fare lo stesso gioco di quegli otto amici, una sera?

Al di là della bontà o meno del concetto di finzione, è inutile – e ipocrita – negarne, oggi, l’esistenza; tanto che, infatti, “Perfetti sconosciuti” è tutto tranne che una voce fuori dal coro. Uno dei generi di finzione, costituito da diplomazia e politically correct, viene identificato da Alessandro Piperno in un bellissimo articolo* con un termine che conosciamo tutti: lo snobismo, “una spiacevole postilla imposta dal contratto sociale”. Lo snobismo “[…] è ciò che George Steiner definisce il «pregiudizio liberal»: un modo di pensare codificato, privo di sfumature, ottusamente acritico, che rimanda a un umanitarismo diluito, fatto di buoni sentimenti, grandi aspirazioni, amore indistinto per la Cultura (la C è doverosamente maiuscola). Oggigiorno rischi una scomunica sociale se voti il partito sbagliato più che se ti metti le dita nel naso”. È una delle “piccole” tesi che non fa altro che confermare l’idea più generale di società contemporanea su cui si è soffermato Zygmunt Bauman nei suoi ultimi lavori. Bauman parla di “società liquida”, nel senso di priva di riferimenti solidi: causa scatenante è la crisi dello Stato, delle istituzioni, a cui seguono quella delle ideologie, dei partiti e, sul piano strettamente sociale, della comunità. Il risultato è un contesto simile allo “stato di natura” di cui parlava Thomas Hobbes diversi secoli fa: un individualismo sfrenato, un uomo “homini lupus” che, come se il contratto sociale sopra citato non esistesse, si rifugia nell’apparire come valore.

Nel mio piccolo, mi sento di affermare che la realtà sia fortunatamente ancora distante da quest’ultima visione; mi rendo conto, però, che ci siano dei margini per arrivare a formulare teorie simili e che nell’arco di un secolo di vita possa essere stato notato un progressivo avvicinamento a una situazione del genere, tanto più che Bauman non è sicuramente l’ultimo arrivato.

Detto ciò, il politically correct non è necessario, però, a volte, è giustificabile. Il difetto è dietro l’apparire come valore, che porta a snaturarsi, a una frettolosa adesione a certi standard rispetto a cui si vorrebbe e si potrebbe andare oltre, a un’opinione condivisa per non affrontare la pubblica inquisizione; come se questa necessità di mettersi in mostra conducesse a una sorta di “tirannia della maggioranza” sociale, non più politica, a un appiattimento di idee, questo sì, condannabile.

Non si deve parlare di rimedi: non è una società che sta fallendo, anzi, sta provando a rialzarsi e ripartire. Però, è migliorabile. Per esempio, si potrebbe provare a renderla sì più “liquida”, ma con un’accezione diversa, più libera da schemi, dinamiche, convenzioni, meno preconcetti e categorie confezionate, più alzate di mano, sfide stimolanti, passioni dichiarate.

 

Scrive così Pirandello ne “I vecchi e i giovani”:

Non ti tracciar vie da seguire, figliuolo mio; né abitudini, né doveri; va’, va’, muoviti sempre; scròllati di tratto in tratto d’addosso ogni incrostatura di concetti; cerca il tuo piacere e non temere il giudizio degli altri e neanche il tuo, che puoi stimar giusto oggi e falso domani.

 

* “Siamo tutti (chi più, chi meno) snob”, da La Lettura, dicembre 2014

Author: Andrea Caccia

“Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste“