La sorveglianza del XXI secolo: controllo o sfruttamento economico?

8 marzo 2017. Il Corriere della Sera recita in prima pagina “La Cia usa le tv per spiare”. Deja vu?

 

George Orwell. 1984. Nel suo mondo distopico dei teleschermi posizionati in ogni casa fungono da occhi del partito, ne diffondono l’ideologia 24 ore su 24 e spiano i cittadini per rilevarne eventuali dissidenze. L’unico pensiero accettato è il Bipensiero e le informazioni sono sistematicamente aggiornate in modo tale che ogni giorno sembri esserci un miglioramento; coerentemente a ciò, non è consentito possedere libri o diari perchè non “aggiornabili” dal governo.

 

Tuttavia, mentre nel mondo Orwelliano il capillare controllo viene imposto dall’alto ed ha un fine militare e di controllo, ai giorni nostri si è diffuso un diverso tipo di sorveglianza cui gli stessi cittadini sono ben contenti di partecipare e che ha un fine anche economico: basti vedere il tipo di estrazione di dati da parte della NSA sulla popolazione americana.  

Il concetto si annida in una parola semplice, quanto di grande uso nel marketing attuale: economia dei BIG DATA.  I Big Data sono i dati prodotti e immagazzinati da ogni tipo di mezzo digitale: dal computer ai mezzi di trasporto, dalle banche alle telecamere.  Questa massa di informazioni serve ad elaborare analisi e predizioni di comportamenti umani, flussi finanziari, fenomeni naturali e di ogni genere di traffico. Di qui il suo valore economico e commerciale.  La possibilità di utilizzare i metadati per prevedere e orientare fenomeni complessi ne fa infatti un business che, secondo diverse stime, può raggiungere nel prossimo decennio l’8% del PIL europeo. Ciò significa che la presenza massiva di dispositivi di controllo – telecamere, password, cookies, tracciamento – in ogni ambiente della vita individuale e collettiva, non è più legata alla sola sfera della sorveglianza, cioè al controllo dei comportamenti a fini di sicurezza, ma è già intrecciata ad altri fini commerciali e governativi, in particolare al controllo di massa per lo sfruttamento economico delle informazioni personali e all’orientamento dei comportamenti pubblici e di consumo.

L’inedita pericolosità degli scandali che sono seguiti alle rivelazioni di Edward Snowden, quindi, non sta  solo nel fatto che siamo di fronte ad una nuova generazione di tecnologie di monitoraggio della popolazione, bensì anche nell’evidente sperimentazione di una economia dei big data le cui tecniche di estrazione di valore e le relative tecnologie di governo della popolazione sono in mano ad un gruppo di imprese, ad una amministrazione governativa e a due-tre agenzie di intelligence.  Una verticalizzazione del potere del comando sull’economia e sui processi decisionali di tipo politico, tecnologico e commerciale dalle dimensioni imprevedibili e, fino ad adesso, in poche e discrete mani. Come spesso ha detto anche Snowden, è lo stesso concetto di democrazia ad essere in pericolo. Ottenuto il potere di spiare le vite di chiunque, è difficile controllare come verrà poi utilizzato questo potere; e questo è vero non solo per i paesi autoritari, in cui il governo non ha pesi e contrappesi, ma può anche essere vero per governi più liberi come quello degli Stati Uniti o dei paesi europei.


L’elemento più paradossale tuttavia sta nel fatto che gran parte dei dati e dell’enorme valore che essi contengono non viene estorto, ma offerto spontaneamente da tutti noi su piattaforme quali Facebook, Instagram, Snapchat, Google Maps.

Nel recente libro di Bauman e Lyon “Sesto potere: la sorveglianza nella modernità liquida”, vengono presi in considerazione proprio i motivi per cui una persona accetta volentieri, ma quasi inconsapevolmente, il patto diabolico “ti fornisco la tecnologia gratis in cambio dei tuoi dati”. Nel libro tutti i processi di trasformazione della persona, infatti, vengono descritti non tanto come l’effetto di una costante imposizione esterna, ma come il risultato di processi che costruiscono le condizioni propizie perché ciascuno accetti le servitù che gli vengono imposte se non vuole essere vittima dei processi di esclusione che innervano la società della sorveglianza. Siamo così di fronte ad una nuova antropologia, alla trasformazione delle persone in “hyperlinkumani”, in entità bisognose di cogliere ogni occasione di visibilità, mettendo in rete qualsiasi informazione personale, contribuendo così alla “profilazione fai da te”.  Nella sorveglianza, spiegano gli autori, è avvenuto un mutamento strategico: il vecchio stratagemma panottico che produceva l’incubo di “non essere mai soli”, cede il posto alla speranza di “non essere mai più soli” e la gioia di essere notati prende il sopravvento sulla paura di essere svelati.  Al posto del Panopticon di Bentham vengono creati un Banopticon, le raccolte di dati in base alle quali si costruiscono i profili di tutti i soggetti; e un Synopticon, che coinvolge ogni persona nei processi di sorveglianza, perché non sono più i pochi ad osservare i molti, ma i molti a voler essere visti.

 

Ad inizio articolo ho richiamato un libro che tutti noi conosciamo e che dall’elezione di Donald Trump ha avuto un boom di vendite. In un interessante articolo Dario de Marco  fa notare però come vi sia una fondamentale differenza tra 1984 di Orwell e la nostra società moderna, differenza che invece accomuna il nostro mondo a quello distopico dipinto da Huxley nel suo libro Brave New World.

Huxley immagina un mondo in cui il passato viene dimenticato e la storia disprezzata. In Orwell il teleschermo vede e controlla su imposizione del partito, in Huxley il teleschermo controlla perché lo stesso spettatore ne trae divertimento e lo accetta di buon grado.

Ad oggi siamo arrivati da soli a ciò che nel Mondo Nuovo veniva imposto. Passiamo ore davanti agli schermi, condividiamo con il mondo ogni minimo momento della giornata, anche il più intimo, ci sentiamo in diritto di esprimere la nostra opinione anche se non richiesta e anche se a sproposito, facciamo quel che ci pare in nome della Libertà.  

Ci preoccupiamo se la Cia “usa la tv per spiare” ma non abbiamo la minima idea dei termini di servizio che i social network impongono, di quali siano i nostri diritti in termini di privacy e non esitiamo a dire a tutto il mondo dove siamo, con chi siamo, cosa stiamo mangiando e cosa abbiamo fatto, facciamo e faremo per il resto della nostra vita.


Chi ha letto Orwell sarà sollevato dal constatare che il nostro mondo è radicalmente diverso da quello dipinto da lui, ma purtroppo non c’è bisogno di un Grande Fratello per imporre un unico pensiero, un’unica ideologia e un unico modello comportamentale: facciamo già tutto da soli.