Il diritto all’oblio

 

Negli ultimi decenni è esponenzialmente aumentato il numero di individui che in giovane età, ma non solo, decide di tatuarsi e, proporzionalmente, dei tatuatori, che coltivano l’arte del tatuaggio, gravati dall’arduo compito di imprimere sulla pelle altrui un simbolo, un’immagine, una forma ecc. imperituri o quasi. Il quasi è d’obbligo perché la prassi di farsi tatuare ha portato, infatti, grandi frutti economici ai chirurghi estetici, che godono delle crescenti richieste di coloro che per le più svariate ragioni decidono di rinunciare all’imperituro tatuaggio. Simile, per molti aspetti, è ciò che accade nel nostro mondo, sempre più social-dipendente, in cui Facebook, Instagram, Twitter, Whatsapp, Snapchat ecc. rendono noto, o quantomeno visibile, a miliardi di persone chi siamo, dove viviamo, quali sono le nostre idee e le nostre passioni. In una società in cui le notizie si propagano ad una velocità incontrollabile e in cui digitando poche lettere su Google ed altri motori di ricerca si accede ad un sapere incommensurabile, tutto ciò che pertiene alla nostra persona e che è online resta connesso ad essa, “tatuato” in una dimensione virtuale che, sempre più, costituisce il nostro biglietto da visita nelle relazioni sociali e lavorative. E se nel caso del tatuaggio la rimozione è soprattutto una questione economica, nel caso delle informazioni in rete le difficoltà sono di ordine pratico e giuridico, molto prima che economiche. Ciò che invece pubblichiamo ogni giorno, le foto che condividiamo, tutto ciò che mettiamo online o le notizie, che per le più svariate ragioni vengono diffuse sul nostro conto, entrano nella disponibilità di chiunque, e una volta cliccato il tasto “invio” fare un passo indietro, ripristinando lo status quo, può essere veramente complesso, a volte addirittura impossibile. Insomma i tatuaggi costituiscono solo un limitatissimo sottoinsieme (per chi ne ha) contenuto all’interno di un insieme molto più vasto dall’aspetto e dalla natura multiforme, fatto di immagini, “frasi”, tweet, post ecc., che restano, quasi indelebilmente, legate alla nostra persona.
Una sera, navigando in maniera poco impegnata su internet, sono stato colto dalla curiosità di vedere cosa apparisse digitando il mio nome e cognome su Google: in pochi istanti in cima ai risultati è comparso il blog (è stato motivo di orgoglio lo devo ammettere), più giù il mio profilo Instagram e quello Facebook, qualche pagina più avanti un link che fa riferimento al mio passato da calciatore, povero di successi, un altro che rimanda all’università da me frequentata e così via. A colpirmi sono stati in particolare le notizie relative alla mia vita sportiva ed universitaria. Mentre, infatti, gli altri risultati rimandano a fatti, foto, articoli, diventati di pubblico dominio in seguito ad azioni da me compiute in prima persona, le informazioni relative agli ambiti sopracitati sono entrate nella disponibilità di chiunque senza che io vi abbia in alcun modo provveduto. Di fronte a fatti dalla portata tanto limitata, il problema è sicuramente irrilevante. D’altra parte mi sono chiesto se il nostro ordinamento riconoscesse forme di tutela cui avrei potuto fare ricorso nel caso in cui le notizie diffuse sul mio conto fossero state lesive della mia persona e avessero recato offesa alla mia reputazione. Nel cercare la risposta al quesito, mi si è aperto un mondo di estrema attualità ed in continua espansione: il mondo del diritto all’oblio. 

Tecnicamente, il diritto all’oblio è il diritto a non restare esposti a tempo indeterminato alle conseguenze dannose che possono derivare al proprio onore o alla propria reputazione da fatti commessi in passato o da vicende nelle quali si è rimasti in qualche modo coinvolti e che sono divenuti oggetto di cronaca. Il diritto all’oblio, di creazione prettamente giurisprudenziale, è  uno dei diritti inviolabili individuati dall’art. 2 della Costituzione, norma estremamente dinamica come si dice in gergo, e consiste sostanzialmente nel diritto ad essere dimenticati. Il diritto all’oblio va contemperato con il diritto di cronaca. La collettività gode, infatti, di un diritto ad essere informata di qualunque fatto che abbia rilevanza pubblica con tempestività, in modo chiaro e corrispondente al vero, così da avere una visione completa dell’evento accaduto. D’altra parte una volta che il fatto sia stato opportunamente riferito, non vi è più una notizia, e riproporre l’accadimento sarebbe non solo inutile, poiché non vi sarebbe più un reale interesse della collettività da soddisfare, ma anche lesivo dei protagonisti in negativo della vicenda. L’interesse pubblico alla conoscenza di un evento privato, presupposto perché questo possa divenire legittimamente oggetto di cronaca, è racchiuso in quello spazio temporale necessario ad informarne la collettività e dunque con il trascorrere del tempo si affievolisce fino a scomparire: l’accadimento non risponde più un ad interesse della generalità dei consociati riacquisendo l’originaria natura di fatto privato. Uno spacciatore potrà così invocare il diritto all’oblio qualora, a dieci anni dalla commissione del reato, un quotidiano dedichi un articolo al caso senza che sia sopravvenuto un elemento che attribuisca nuova rilevanza all’evento in questione. Il diritto all’oblio è quindi la naturale conseguenza di una corretta e logica applicazione dei principi generali del diritto di cronaca. 

Ulteriore fondamento del diritto all’oblio è rinvenibile nell’art. 27 comma 3 della Costituzione, laddove il legislatore, enunciando il principio di rieducazione della pena, afferma che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. In altre parole la pena deve in prima istanza essere volta al reinserimento sociale del condannato favorendo la sua reintegrazione all’interno della società civile: è evidente che ciò non potrebbe avere luogo se nella società permanesse, vivo, il ricordo del fatto penalmente rilevante commesso dal reo. 

Il diritto all’oblio incontra d’altra parte un duplice limite. Il primo consiste nel caso in cui un fatto precedente torni attuale e faccia sorgere un nuovo interesse pubblico all’informazione su di esso. Il secondo, invece, è dato da una serie di fatti particolarmente gravi, in relazione ai quali l’interesse pubblico alla riproposizione non si estingue mai: tra questi trovano sicuramente posto i crimini contro l’umanità. 

Tema estremamente delicato è infine quello del soggetto legittimato attivo, cioè del soggetto che può invocare il diritto all’oblio. È logicamente legittimato ad esercitare il diritto il protagonista in negativo della vicenda, la cui reputazione, legittimamente lesa a suo tempo da un corretto esercizio del diritto di cronaca, verrebbe danneggiata, in questo caso ingiustamente, dalla riproposizione del fatto. Ci si potrebbe inoltre domandare se possano invocare il diritto all’oblio coloro che hanno dolorosamente vissuto nel ruolo di vittima un evento, una rievocazione del quale comporterebbe, di riflesso, una lesione del loro benessere psico fisico. La risposta al quesito, a primo acchito sorprendente, è “No”. Ciò deriva dal fatto che ogni diritto, specialmente in ambito penale, è previsto nel nostro ordinamento al fine di tutelare uno o più beni giuridici: il diritto all’oblio sorge a tutela della reputazione di un soggetto, sacrificabile soltanto in presenza di un ritorno dell’interesse pubblico. Per la vittima, la rievocazione di un fatto passato non pone mai problemi di lesione della reputazione.

1 thought on “Il diritto all’oblio”

Comments are closed.