Dare confidenza agli altri: un approccio filosofico

Chi ama la filosofia sa bene che nel pensiero e nelle usanze degli antichi (greci e romani) siamo soliti ritrovare non solo le fondamenta della nostra civiltà, ma anche delle brillanti intuizioni, e non solo filosofiche o scientifiche. Per esempio, non sarebbe affatto azzardato affermare che l’età medievale ha costituito per certi versi un regresso in termini giuridico-politici. I sistemi politici delle democrazie contemporanee trovano molte più somiglianze nel modello di polis greca che nel feudalesimo. Il sistema feudale medievale costituisce anzi un esempio negativo a cui spesso si ricorre tramite metafore per fare polemica verso certi contesti giudicati – spesso a ragione – oggetto di controversia (ad esempio quando si indica il costituirsi di tal monopolio nel mercato o di un sistema influenzato dai cd. ‘poteri forti’; le varie élite politico-finanziarie, il costituirsi di ‘caste’ in determinati settori occupazionali, il fenomeno noto in Italia come ‘familismo’, ecc…).

Recentemente, ripensando al ruolo di Cicerone come oratore nell’ambito della storia della filosofia politica, ho colto certe cose che la mia mente di liceale non aveva modo di pensare. Tra le altre cose, ed è da qui che inizia a svilupparsi il punto dove voglio arrivare, ho ripensato alla totale mancanza di forme di cortesia nel latino. Una questione più delicata di quanto si immagini: chiaramente nell’antica Roma non esisteva, specie nei ceti sociali più bassi, alcuna formalità nel modo di confrontarsi, né spesso alcun rispetto dell’altra persona. Questo però poteva valere anche dallo schiavo verso il padrone, al di là della mancanza linguistica di una forma di rispetto. Spesso capita nella storia della letteratura latina ed in generale dell’antica Roma di avere a che fare con prigionieri di guerra liberati in virtù dei più svariati meriti, talvolta anche letterari. Parliamo dei cosiddetti “liberti”, gli schiavi liberati. Molto probabilmente nello sviluppo di questa condizione stava una concezione forse più elastica e dinamica delle gerarchie sociali di quanto si pensi comunemente. Certamente, rispetto alla rigidità dell’organizzazione feudale, che appariva come giustificata dalla volontà divina, si trattava di una condizione per certi versi più vivibile. Ribellarsi al proprio signore in epoca medievale rappresentava spesso un atto suicida, nell’antica Roma invece ci sono stati casi eroici di ribellioni – le cosiddette “guerre servili” – che raramente conducevano a esiti positivi, va anche detto, tuttavia fa riflettere il modo per cui nascessero. Le testimonianze parrebbero proprio darci l’idea di rapporti sociali in media ben più diretti e concreti (e per questo spesso conflittuali) anche tra ceti diversi nell’antica Roma piuttosto che nel Medioevo.

Adesso permettetemi di fare un balzo improvviso di duemila anni nel mio discorso. La storia ci insegna che siamo figli di tutto il percorso che si è compiuto, come recitava la famosa canzone di Gabry Ponte, quindi da Pitagora a Totò, passando per Machiavelli. La nostra società, soprattutto dal Dopoguerra ad oggi, ha visto un’evoluzione iperbolica nella comunicazione, che ha permesso più facilmente lo sviluppo di comunità democratiche. La comunicazione, che è comunicazione di fatti, di vario genere – se veritiera (come spesso non è, cosa evidenziata brillantemente da Andrea Caccia ne “L’arte di fingere”) – è il contrario di censura. So che sembra tanto ovvio quanto inutile specificarlo, eppure è il punto attorno a cui muoverà il tutto quel che scriverò da qui in avanti.

Comunemente si tende a lamentarsi della mancanza di privacy, quando qualche volta tale mancanza potrebbe essere un fatto positivo: dipende dall’intelligenza di colui al quale giunge l’informazione. Se considero come ”privacy” l’aver avuto un passato di depressione e conseguente abuso di sostanze (non è fortunatamente il mio caso – dico l’abuso di sostanze – uso la prima persona per generalizzare) e l’informazione giunge al mio potenziale datore di lavoro, potrei sentirmi spacciato. Ma se il datore di lavoro andasse al di là dei trascorsi del potenziale lavoratore (il passato è comunque passato, e il “diritto all’oblio” dell’articolo di Matteo dovrebbe attuarsi sin da subito nella stessa mente degli altri), potrebbe fare uso dell’informazione che circola sulla rete per comprenderne più agevolmente gli eventuali limiti, i modi per approcciarsi e soprattutto per renderlo più produttivo nel suo lavoro: dipende dall’ intelligenza e soprattutto dalla costruttività di chi riceve l’informazione. Altro esempio: un professore decide di scrivere i voti di un esame col numero di matricola, come spesso accade, anziché con nome e cognome. Se io sapessi a priori che il mio esito di insufficienza lo ricevesse una persona, che è andata molto bene, così disponibile da darmi dei suggerimenti, costruttivi, per colmare le mie lacune, non dovrei essere contento? Pare evidente a questo punto che la ricerca della privacy nasce esclusivamente da un punto di partenza la diffidenza verso gli altri. Ciò non toglie che possa essere in certi casi ben motivata, altrimenti saremmo in un mondo semplicemente perfetto. In questo ipotetico mondo ideale, infatti, essa non dovrebbe esistere, sarebbe solo un danno. Dare confidenza agli altri significa dunque togliere il più possibile ostacoli comunicativi. Vediamo il tenere le distanze come un segno di rispetto, in realtà è piuttosto un segno di paura, e ciò è nondimeno giusto, ma parliamo di paura, che è una cosa ben differente. Questa concezione del “tenere le distanze” come forma di rispetto (secondo me sbagliata) è piuttosto radicata nelle generazioni precedenti alla mia. Già i nati negli ultimi decenni, spesso, quando vedono negarsi un minimo di confidenza dai propri coetanei capiscono di non avere molta stima, socialmente parlando. Questo è banalmente ovvio. Dare confidenza agli altri è spesso rischioso ma può essere una decisione alleata del progresso e della positiva evoluzione delle cose, subordinatamente all’intelligenza e all’empatia altrui. Tenere le distanze lo vedo molto spesso giustificato, altre volte segno di dannosa staticità. Ora potete ben comprendere che al nostro ex-premier Renzi una cosa sicuramente non criticherei: la capacità di prendersi confidenza, spesso testimoniate dalle tanto criticate “pacche sulle spalle”. E se più che essere anti-estetiche volevano intendersi come un segnale di cooperazione e, nel suo piccolo, di umanità? Alla fine, come diceva Kant, quel che conta, per far giudizi etici, è l’intenzione.