Ven a conocernos

Lo ammetto, all’inizio non è stato facile. Dopotutto, Cartago dista pur sempre quasi 10.000 km da Milano: no, non sono pochi. Per nulla. Non ho mai creduto che si potessero percepire lontananza e distanza in termini propriamente fisici. Eppure, una volta messo piede fuori dall’aereo, atterrato a San Josè, la sensazione è stata proprio quella. Completamente sola, un po’ persa e disorientata. Ma, al contempo, pervasa da una sensazione di vitalità, di effervescenza, sì, potrei definirla così. Un po’ sperduta, ma allo stesso tempo pienamente consapevole che l’unica persona su cui potevo fare affidamento, in quel momento, non era altra da me stessa. Ero io, solo io, con me stessa.

Sono stata a Cartago, ex capitale del Costa Rica e distante circa 25 km da San Josè, per due settimane: qui ho partecipato a un progetto di volontariato organizzato da UBELONG, ONG statunitense, con la quale ho lavorato presso una scuola per “giovani adulti”(giovani dai 18 ai 35 anni circa) con disfunzioni e disabilità motorie o mentali. La scuola, che si chiama FUNIPAR (Fundación para la inclusión y participación de jovenes adultos con necesidades especiales) ha come obiettivo quello di sviluppare le abilità creative,  pratiche e manuali di questi ragazzi, al fine di inserirli nel mondo del lavoro, nel settore a loro più adeguato. Sotto la guida e la direzione di Doña Marylin, donna determinata e con un’enorme forza di volontà, i ragazzi di Funipar sono coinvolti, dalle 8 del mattino alle 3 del pomeriggio, in attività che possono spaziare da lezioni di cucina, giardinaggio o disegno a quelle più tradizionali di aritmetica, lingua spagnola o inglese. Oltre a queste attività, Doña Marylin crede fermamente nell’educazione e nelle buone maniere: obiettivo principale della scuola, infatti, dice sempre lei, è quello di rendere, oltre che persone “utili” all’interno di una società, i ragazzi “persone vere e proprie,” “con la P maiuscola”.

 Ed ecco che ritorno al mio racconto iniziale. Parto col dire che io sono una persona decisamente (e forse troppo) fatalista. Che sia un pregio o un difetto, per me le prime sensazioni, positive o negative che siano, influenzano e  suggestionano di gran lunga pensieri e impressioni.E le mie prime sensazioni, per svariati motivi, inizialmente non erano state del tutto positive.

Primo giorno. Entro, un po’ intimidita, nell’edificio. Perché non ho portato con me uno di quei libretti “frasi fatte e modi di dire per farsi capire in spagnolo?, penso. Ma io me lo ricordo davvero lo spagnolo? E ora come faccio a farmi capire se qui nessuno capisce l’inglese? E se non sono in grado di aiutarli? E ora come faccio? Queste alcune delle infinite domande che mi sono balenate nella testa nel preciso istante in cui ho messo piede nella scuola. Ma proprio mentre stavo cercando di darmi una risposta a tutte queste questioni, una ragazza alta e dalla voce squillante corre verso di me e mi abbraccia, quasi stritolandomi. Era un abbraccio forte, come uno di quelli che dai a un amico che non vedi da tantissimo tempo, e che è appena tornato a trovarti da un posto lontano. “Hola Olivia!”, mi dice sorridente. “Hola”, le dico anche io abbozzando un sorriso, “me llamo Emilia”. “Ven a conocernos”, mi dice lei, “vieni a conoscerci”, e mi fa entrare nel corridoio dove, seduti davanti a una fila di armadietti, mi stanno aspettando tutti i ragazzi. Ognuno di loro mi viene incontro, si presenta; la mia sensazione, però, e non so bene per quale motivo, è quella di conoscerli già tutti quanti, uno a uno. Mi danno la mano e ci scambiamo un bacio sulla guancia (in Costa Rica se ne dà solo uno). Esteffany, l’assistente amministrativa della scuola, mi spiega quali sono le attività che avremmo svolto quel giorno, e mi indica le diverse aule. Mi viene incontro anche Doña Marylin, che, dopo un giro di perlustrazione del posto, mi spiega brevemente cosa avremmo fatto nei giorni successivi.

Da quel preciso momento in poi, la sensazione di appartenere a una grande famiglia ha avuto la meglio: una grande famiglia da cui forse, alla fine, ho imparato più io. Dal come sbucciare i chayote (un frutto tropicale di cui mai avevo sentito parlare prima) per farne la marmellata a come usare una macchina da cucire, dal come tagliare la legna con una motosega al come coltivare frutta e ortaggi, ogni giorno mi sentivo più viva che mai. Ma, soprattutto, dallo spiegare che in Italia gli spaghetti si mangiano come primo piatto e non come contorno, dal raccontare le mie giornate tipo in una città come Milano, a loro nota soprattutto per gli equipos (le squadre di calcio) come l’Inter o il Milan, dal dire loro che sì, anche in Italia esiste la musica rap e dal mangiare tutti insieme ogni giorno sempre e solo arroz con pollo (riso e pollo) come desayuno (il pranzo), mi sono sentita anch’io come Bryan, Jessica, Jordan e tutti i ragazzi di Funipar. Mi sono sentita loro amica, sorella e loro educatrice allo stesso tempo. Li ho aiutati e li ho fatti ridere, riscoprendo quel piacere, oggi andato, secondo me, un po’ perduto, di un puro scambio, che può essere quello di parole, di un abbraccio o di un sorriso. Ho ritrovato quella semplicità, quella purezza e quell’essenzialità che rendono, indipendentemente da paese di provenienza, sesso ed età, relazioni e rapporti umani una delle cose più belle e preziose che ci siano.

Ringrazio Bryan, Jordan, Jessica, Juan Carlos, Doña Marylin, Esteffany, Don Fernando e tutte le persone di Funipar. Inoltre, un grazie di cuore alla mia famiglia tica, Gaby e Johnny, e ad Alberto, Diego, Vilma e all’intera UBELONG per aver reso possibile questa esperienza.