La città di tutti

L’ultimo successo, in ordine di tempo, è stato il ritorno del Giro d’Italia: dopo le scaramucce, incomprensioni e malintesi degli anni passati, la corsa rosa si è conclusa in Piazza Duomo il 28 maggio. Non è stata neanche una passerella, ma una cronometro individuale che ha ribaltato la classifica.
È solo la più recente – e non la più importante – delle nuove, crescenti e continue novità offerte da Milano. Non più tardi del mese scorso in Fiera si è tenuto Tempo di Libri, il nuovo Salone del Libro fino all’anno scorso completamente a Torino; i poli universitari continuano a scalare le classifiche di categoria, quelli di ricerca raggiungono i livelli di eccellenza europei; il Salone del Mobile e l’annesso Fuorisalone hanno portato la solita annuale ventata di allegria; sono all’ordine del giorno, se non in attuazione, i progetti di Human Technopole e degli scali ferroviari, e la nuova linea della metropolitana; tra le startup innovative italiane, una su sei viene da qui. Si potrebbe andare avanti a lungo e più nel dettaglio, perché per Milano è veramente una stagione straordinaria, da vivere, apprezzare, godere il più possibile.

Nel prosieguo di  questa crescita, però, si incontrano continui pungoli, questioni spinose da affrontare, carenze a cui sopperire. Premessa: la città è più che bella, è sorprendente, sfavillante, scintillante, ribollente. Da stringere la mano a Sala, Pisapia, e anche ai sindaci precedenti e alle loro squadre, e dire “giù il cappello”. Allo stesso tempo non è perfetta: molto probabilmente una Milano perfetta sarebbe più noiosa, sicuramente meno stimolante, ma questo significa comunque che esiste qualcosa in cui migliorare. Al di là delle “solite” possibili aree di intervento, per esempio, il comune dovrà essere in grado, nei prossimi anni, di mantenere un dialogo costante con i cittadini milanesi che dai primi anni duemila sono stati promotori principali, con le loro scelte ma soprattutto con le loro iniziative, della rinascita della città. Iniziative dal basso (lo storico Macao, il nuovo Mare Culturale Urbano e il giovanile LUMe) e quartieri storici (Città Studi) sono non soltanto da tutelare ma anche da sostenere, affinché il prolifico tessuto sociale della città non venga snaturato dagli enormi investimenti all’orizzonte. Compito di tutti sarà fare in modo che questo cambiamento non si materializzi sotto forma di sostituzioni e spostamenti, ma sia un organico processo di integrazione che coinvolga in maniera attiva i cittadini e loro idee. Sarà che a vent’anni è troppo presto per sedersi e compiacersi, ci siamo interessati e divertiti a estendere queste prime riflessioni e individuare tre grandi campi d’azione, in cui Milano può e deve crescere: sviluppo sociale, periferie, istituzioni.

Sviluppo sociale.

Milano era frenetica già nel 1910, quando Boccioni dipinse “La città che sale”, celebrando l’idea di progresso nella città e mostrando la forte crescita delle periferie. Nel tempo ha perseverato in questa tradizione, è stata definita il motore del Paese, la sua capitale industriale, lo è stata e lo è con ogni probabilità: la città ha corso e corre, in questi anni sempre più veloce.

Non ci sono errori, ci sono alcuni rischi, tra cui la necessità di rendersi conto di alcuni aspetti, di cogliere tutte le sfumature, di assumere consapevolezze; e nel momento in cui questo avviene, se avviene, di mostrarlo chiaramente.

Uno dei temi più “caldi” su cui si sta confrontando il Comune è quello della Milano a due velocità. Ne parlava Lucio Dalla nel 1978 (“Milano vicino all’Europa / […] / Milano senza fortuna / mi porti con te / sotto terra o sulla luna”), ne parlano quotidianamente il Sindaco, i giornali e anche noi milanesi: che in città convivano realtà come CityLife e via Padova, il Bosco Verticale e Quarto Oggiaro, Brera e la zona Molise – Calvairate è sotto gli occhi di tutti e vale sicuramente la pena spenderci tempo, parole, idee e progetti.

Il campo dello sviluppo sociale non gode della stessa considerazione. È chiaro, può non sembrare un problema: del resto è naturale che l’attenzione sia principalmente rivolta, non solo nella gestione di una città, ai difetti, alle debolezze, che costituiscono le priorità. In questo momento è vero, a Milano il tessuto sociale può evolversi da solo, vivere di vita propria, e lo sta facendo in modo bellissimo: se il dato sulle startup è impressionante, a questo si accompagna una società particolare ma in gran parte viva, partecipativa, interessata e interessante, a cui segue un numero di iniziative “dal basso” per nulla irrilevante. Ne sono un esempio in piccolo questo blog, i ritrovi della nuova “Officina Culturale Condivisa”, le frequenti mostre di fotografia di ragazzi alle prime armi, le timide comparse delle biblioteche di condominio; più in grande, gli eventi di LUMe, il concorso di scrittura “Opera prima Edoardo Kihlgren”, fino a “Slanciamoci” e agli altri appuntamenti di raccolta fondi per la ricerca, e si potrebbe andare avanti a lungo. È una società aperta, anche al cambiamento: a dicembre Milano è stata l’unica città in cui il “sì” al noto referendum, seppur di misura, ha vinto.

In un contesto del genere da parte dell’amministrazione centrale dare la precedenza ad altro – tutte le iniziative sopra citate si sono sviluppate indipendentemente da proposte del Comune – non è un errore, ma è un rischio e, in futuro, possibile fonte di rimpianti. Da un lato il fatto che la città ottenga elogi e riconoscimenti, diventi luogo di incontri, sede di progetti e investimenti, corra sul binario giusto a livello “macro” ha indubbie ripercussioni positive a livello “micro”, dal piano degli stimoli fino al piano economico, anche per i piccoli negozianti. Dall’altro però si può discutere a lungo su cosa significhi definire “bella” una città, ma è raro e difficile che il giudizio complessivo non sia influenzato da come ci si trovi a viverla, a godersela, a immergersi e perdersi nelle sue dinamiche: è per questo che un “lato umano” senza filo diretto con il Comune rappresenta un piccolo peccato, e anche un pericolo. Significa perdere di vista – o comunque porsi a una distanza troppo ampia – da una delle colonne portanti di una città e cioè il suo sottobosco di idee, il suo carattere più personale e peculiare, la dimensione che più spesso fa innamorare del tutto un nuovo arrivato.

La critica, se così si può definire, può sembrare semi-gratuita: del resto, è difficile immaginare una Milano popolata di gente agiata, seduta e senza volontà di iniziativa in un futuro prossimo; il Comune, però, da parte sua avrebbe facilissime opportunità sotto mano per ridurre questa distanza che si è venuta a creare. A dicembre siamo andati al Piccolo Teatro Grassi a sentire un’intervista a Beppe Sala promossa dal Corriere nell’ambito del progetto “Agenda Italia”: eravamo gli unici ragazzi in sala, forse i soli sotto i trent’anni. Perché non sponsorizzare l’evento tra i giovani, per esempio? Si è parlato del nuovo piano per le periferie, della riqualificazione dell’ex area Expo, sono intervenuti Vecchioni, Sergio Escobar, Alberto Mantovani, persone che hanno più che a cuore Milano; gli studenti sarebbero accorsi in massa, era pure gratuito. Poniamo che per qualche motivo l’evento non potesse essere pubblicizzato di più: quanto può costare proporre un’iniziativa del genere agli studenti? Per la pubblicità basterebbe un “evento” su Facebook, niente di più semplice. È solo una delle tante possibilità di ricreare o rinforzare un filo diretto tra le due parti in causa: un’altra poteva essere la creazione della “Casa della Letteratura e del Sapere” di cui ha parlato Majorino durante le primarie. Magari non sarebbe diventata una seconda Fondazione Feltrinelli, ma un luogo d’incontro e di scambio di opinioni probabilmente sì: difficile che un progetto del genere non attecchisse tra i milanesi.

In più, a neanche un’ora e mezza di macchina, c’è un’evidenza da cui si può solo prendere spunto, tanto più nel momento in cui il tema dell’integrazione tra centro e periferie è all’ordine del giorno. Poco fuori Torino, Mirafiori Sud gode di una seconda fortissima crescita, dopo quella portata dalle “tute blu”, i lavoratori della Fiat arrivati nel ‘900 ora in pensione, e questo avviene grazie a una stretta collaborazione tra “basso” e “alto”. Qui la prima giunta di Chiamparino ha abbattuto due casermoni e proposto un piano di risanamento urbano, la Compagnia di S. Paolo ha messo a disposizione 250 mila euro serviti alle associazioni per migliorare i servizi e finanziare i progetti; dall’altra parte i residenti “costituiscono però una comunità unita dalle esperienze vissute, dai valori che hanno mutuato in fabbrica accettando i doveri e battendosi per i diritti” (1). Questo ha portato a costituire un “ponte” con manager e impiegati della Fiat che si sono offerti come volontari contribuendo alla riqualificazione del quartiere, ma soprattutto ha reso Mirafiori Sud una sorgente di iniziative, 130 all’anno, di ogni genere.

È vero, è un esempio quasi estremo, una comunità particolare inserita in un contesto altrettanto inusuale, però sta funzionando e perché il progetto si realizzasse è stato fondamentale il legame tra Comune, associazioni e cittadini: tutti necessariamente protagonisti. Per questo sarebbe forse meglio, in mezzo alla frenesia e alla corsa di Milano, ogni tanto fermarsi e chiedersi se ci si stia perdendo qualcosa, sia in termini di valori che in termini di opportunità; siccome la risposta spesso sarebbe affermativa, non sarebbe male domandarsi “che cosa” e agire di conseguenza.

(1): http://www.corriere.it/cronache/17_marzo_04/nuova-vita-mirafiori-sud-quartiere-ex-tute-blu-8890a380-011f-11e7-b3e3-afa0190eaef5.shtml