Viva la maturità (ma che sia bilaterale)

Ho letto con curiosità il “botta e risposta” apparso sulla rubrica di Aldo Cazzullo (“Corriere” del 28/06) riguardante l’importanza della maturità. Sono totalmente d’accordo con lui: mai abolirla. Allo stesso tempo, da studente di vent’anni che ha sostenuto l’esame di Stato due anni fa, credo fortemente che la riflessione continui nel tempo a non considerare alcuni aspetti fondamentali.

Parto da una delle ultime dichiarazioni sul tema: il nuovo ministro dell’Educazione francese, Jean-Michel Blanquer, presentando la “modernizzazione” della maturità, annunciata da Macron in campagna elettorale, ha espresso la volontà di rendere l’esame di Stato “un trampolino per il seguito degli studi dei ragazzi”. Per raggiungere l’obiettivo, il piano è quello di rendere la valutazione complessiva meno dipendente dalle prestazioni finali, introducendo un “controle continu” che vada a tenere conto del percorso dei ragazzi, almeno nell’ultimo anno. In Italia è già così, tramite il sistema dei crediti formativi, e va benissimo. Non va altrettanto bene che, se a parole siano tutti d’accordo su quanto questo esame debba lanciare verso il futuro i ragazzi, nei fatti questo non accada; almeno, non sempre.

Perché l’esame acquisti, trovi (o ritrovi) un senso, ogni commissione dovrebbe soffermarsi su un punto prima di emettere il verdetto finale: sto “lanciando” nella giusta misura questo studente?

C’è un solo modo di garantirlo: la maturità diventi un esame anche per i professori. Sia una prova anche per loro, si mettano in gioco, alzino la voce; come i ragazzi che hanno davanti. È vero, è la fine del loro anno lavorativo, sono esausti, spesso vengono mandati in un ambiente sconosciuto, c’è il tema degli stipendi bassi sempre attuale. Ma a maggior ragione perché in Italia ormai il voto non ha più alcuna utilità concreta se non agli occhi delle università estere, se la prova diventa personale, se non si vuole neanche sfiorare il tema della sua abolizione, sia un passaggio di umanità per tutti, chi è dietro il banco, chi è davanti. Se si vuole che la maturità rappresenti un trampolino, ci si metta tutti in discussione perché il risultato finale sia giusto; non necessariamente meritato – il merito è una sfera più soggettiva del giusto – ma commisurato allo sforzo, all’impegno, alla dedizione che ci è stata messa. In alternativa la conclusione sarà sempre più una sola: ci guadagna solo chi non ci dà peso. Premesso che l’ultima cosa che questo esame deve essere è un incubo, non è giusto. È chiaro, è un discorso che si rivolge a chi punta in alto: ma perché a chi alla fine conferisce alla prova il giusto peso, cerca una soddisfazione e magari anche una conferma personale, devono essere tagliate le gambe da una commissione che non riesce a vedere più in là di un certo raggio? In realtà è un argomento che riguarda chiunque da vicino, perché stimolare certi ragazzi è uno dei tanti modi per impedire un appiattimento di interessi di cui nessuno ha bisogno.

In ogni caso, sarebbe bene che, se da un lato viene giustamente richiesto di onorare una prova che oggettivamente ha poche conseguenze pratiche, dall’altro in certi casi si scenda da un piedistallo; anche perché, parlo per esperienza personale, noi siamo i primi a metterci in discussione. È questione di giustizia, di buonsenso e di rispetto, e non è corretto che in certi casi siano valori solo unilaterali. Nessuno pretende regali, sarebbe ancora più irrisorio; ma richiedere una valutazione che non si fermi alla somma dei punti non è esagerato, soprattutto nelle scuole tanto “famose” e celebrate per i loro rendimenti: a studenti a cui è richiesto di andare oltre gli standard, corrispondano professori all’altezza. Si tratta di non tarpare le ali gratuitamente, ma anche di evitare che il ricordo e il ruolo di cinque anni spesso indimenticabili sia offuscato, che la bellezza di tutto il quinto anno – strepitoso – passi in secondo piano, che si perdano contatti con chi ci ha dato tanto, che passi la voglia di rimettere piede in un posto in cui si conoscono persone uniche, si è cresciuti, cambiati, caduti e rialzati.

Author: Andrea Caccia

“Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste“