Una giornata all’italiana

Stazione di Rimini, undici della mattina di una soleggiata giornata estiva. Ieri ero ad Ostuni, stasera sarò a Ischia: ebbene si, alcune disavventure mi hanno costretto a diciassette ore di viaggio in due giorni. Per tre settimane ho girato il Belpaese da Nord a Sud, oscillando tra il Tirreno e l’Adriatico, ma basta quest’ultimo giorno di viaggio per riassumere in maniera pittoresca pregi e difetti nostrani.

La stazione è affollatissima, segnale che il lungo ponte di Ferragosto è iniziato; il mio treno è in ritardo quanto basta per farmi perdere la coincidenza a Bologna ma questo non mi demoralizza, con me ci sono tre gustosissime piadine romagnole che mi intratterranno nell’attesa. Come la stazione, anche il binario è colmo di passeggeri in attesa del treno della speranza in arrivo da Bari, un vecchio intercity che da anni scarrozza lentamente pendolari e turisti su e giù per il tacco. Di fianco a me quattro ragazzi stanno chiaccherando tranquillamente tra di loro, hanno l’aria assonnata, probabilmente dovuta ai bagordi tipici delle serate in riviera; in lontanza vedo due loschi figuri tutti vestiti di nero avvicinarsi a noi con fare aggressivo, sulle loro magliette campeggia la scritta “STAFF RIMINI BAIA IMPERIALE”. Neanche il tempo di rallegrarmi nel vedere questi passarmi oltre (d’altra parte perché se la sarebbero dovuta prendere con me che manco so cosa sia Baia Imperiale?) che d’improvviso li vedo fermarsi proprio di fronte ai ragazzi che avevo notato poco prima. “A strunz” dice uno dei due loschi rivolgendosi al più alto dei quattro prima di colpirlo con un ceffone talmente ben assestato da far volare gli occhiali da sole del ragazzo sulle rotaie. Immediatamente inizia una colluttazione, i due vengono separati, mentre uno dei ragazzi chiama addirittura la polizia. Segue una discussione in napoletano stretto in cui non si riesce a capire quale sia la causa della lite, ma si conclude in maniera petrosa con i due loschi che se ne vanno sbraitando “Tornatevene a Napolicchio facc’ e cazz'”. Tra il comico e il grottesco, un ottimo modo per far andar di traverso la colazione.

Neanche il tempo di metabolizzare un buongiorno alla Fight Club che la mia attenzione viene attratta da quanto sta accadendo sul binario di fianco al mio: un treno diretto ad Ancona, e quindi pronto a far tappa in tutte le più note e affollate città della riviera, è appena arrivato in stazione mentre decine e decine di persone si ammassano a ridosso della invalicabile linea gialla, pronte ad assaltare il convoglio. Famiglie, ragazzi e venditori ambulanti si schiacciano dentro il treno che nel giro di pochi secondi diventa inaccessibile; zaini in testa, bambini sulle spalle dei genitori e, immancabilmente, giovani muscolosi che bloccano le porte per cercare di far salire quanta più gente possibile su vagoni già al collasso. Il fischio del capo treno si ripete più volte prima che finalmente le porte si chiudano, lasciando intravedere guance schiacciate contro i vetri appannati, come sulle navi verso l’America nel dopoguerra. Finalmente l’altoparlante scandisce l’annucio che aspettavo.

Con 33 minuti di ritardo arriva il mio treno. Rispetto alla agitatissima stazione di Rimini, la mia carrozza è la celebrazione della tranquillità, probabilmente perchè i passeggeri hanno esaurito ogni argomento di discussione dopo sette ore di viaggio. Il più attivo è un anziano parroco che, attaccato al telefono, organizza gli incontri e le attività che lo aspettano al rientro in città. Nel clima afoso e un po’ opprimente (ma pur sempre molto romantico) del vecchio intercity, una signora si dispera credendo di aver smarrito il suo zaino rosso prima di rendersi conto che, tornando dal bagno, si è fermata nella carrozza sbagliata. Io continuo a leggere un resoconto del 2001 sugli scontri alle manifestazioni per il G8 di Genova, acquistato ieri sera in un fornitissimo mercatino nella piazza centrale di Rimini, ponendo particolare attenzione alle tecniche di guerriglia urbana dei Black Bloc; voglio infatti preparami al meglio per affrontare l’ufficio Assistenza Trenitalia dove dovrò cercare di farmi largo tra i viaggiatori infuriati e polemici. Infatti, queto sarà un passaggio obbligato per essere assegnato ad un nuovo treno alla volta di Napoli.

Ed infatti, come nel peggiore degli incubi, il servizio assistenza dispone di una sola impiegata, la quale cerca di barcamenarsi tra biglietti e grida di passeggeri infuriati perchè hanno perso la coincidenza e non riusciranno a fare il bagno prima di domani mattina. Una signora romana ed un simpatico vecchietto napoletano scherzano tra di loro: “Domani signore ci giochiamo i numeri del treno sul quale ci metteranno!” dice lei guardando con occhi di sfida l’impiegata, “Signora, che ci possiamo fare…” risponde saggiamente lui. Pochi istanti dopo la stessa signora se la prende con un altra persona che, sfruttando la disorganizzazione delle code all’italiana, si era furbescamente spinta davanti a tutti. Non appena riesco a farmi cambiare il biglietto scappo via prima di essere indirettamente coinvolto in una poco nobile “Presa dell’ufficio di Trenitalia”.

Mentre mangio le mie piadine per rincuorarmi, decido che è necessario prendermi una piccola rivincita su Trenitalia, rea non solo di avermi fatto perdere il treno ma anche di avermi caricato su quello successivo senza garantirmi né un posto né un rimborso. Una volta salito sul treno scelgo con accuratezza il posto più comodo che la Business Class abbia da offrirmi e passo le successive tre ore nel mondo dei sogni. Quando mancano pochi minuti all’arrivo a Napoli, vengo svegliato da un ragazzo che vorrebbe vendermi delle calze. Si siede di fianco a me e cerca in tutti i modi di convincermi; “Me lo vuo’ far bere un caffé?” mi dice, ma io posso soltanto rispondergli che non ho soldi. Probabilmente non mi crede e perciò insiste, così quando alla fine gli mostro uno scarno portafogli contenente soltanto dieci centesimi quello si gira verso un suo compagno (ah, quindi erano in due?!) e con tono incazzoso gli dice “Ma sei nu scemo, questo qui tiene dieci centesimi, nun ci faccimm’ niente” e se ne va, passa il suo compare “Neanche una sigaretta c’hai?”. Purtroppo per questi due avventurosi venditori ambulanti, dopo diciassette giorni di vagabondaggio per l’Italia non ho niente da offrire se non un ottima pesca romagnola, che loro prontamente rifiutano.

Sono le diciotto e io devo ancora faticare parecchio per arrivare al traguardo, ma la farò breve. Dopo aver vagato per mezz’ora alla ricerca della Metro 1, arrivo, sempre con i miei 10 centesimi nel portafoglio, ed ovviamente questi non bastano per pagare il biglietto. Dopo aver provato svariate soluzioni entro in un gabbiotto della metro per chiedere quali opzioni rimangono a mia disposizione: “Dove devi andare?” mi chiede un addetto ai tornelli “Ad Università” rispondo esausto, “Passa dai”. L’incredibile umanità di questa persona mi ha permesso di superare uno degli ultimi ostacoli. Corro al porto, prendo al volo l’ultimo traghetto in partenza e vengo premiato dal più bel tramonto di cui i miei giovani occhi (e anche il mio cuore) abbiano mai avuto esperienza: volano bassi i gabbiani intorno alla nave, il sole sprofonda tra le piccole abitazioni di Procida, ma l’imbarcazione è in movimento e quindi ecco che il sole ricompare un’ultima volta all’orizzonte prima di scavallare nell’altro emisfero lasciando a noi un cielo che sembra un dipinto con una grande pennellata rossa e densa al centro e il blu, del cielo e del mare, tutto intorno. Con questa immagine nel cuore arrivo a casa colmo di felicità, vedo mia sorella, provo ad abbracciarla ma lei si scansa “Sembri un barbone” mi dice ed io la ringrazio.

Emilio Caja

Author: Emilio Caja

scrivo per piacere,

assecondo una forte tensione che mi porta a rifugiarmi nella scrittura per ritrovarmi nel grigiore cittadino,

parlo d’arte e di cultura cercando di stimolare dibattito e idee indipendenti e (se necessario) anticonvenzionali,

nel mio girovagare per Milano e per il mondo cerco e osservo la bellezza e mi emoziono di fronte a questa,

inseguo esperienze lontane e diverse per farne storie.

Nulla, però, mi tiene vivo e mi ispira come la lettura, che mi permette di volare non solo nel mondo ma anche nel tempo.