Licenziato perchè troppo diverso

Quando “in spiaggia di ombrelloni non ce ne sono più”, ecco che l’estate è finita e momenti indimenticabili sono già un ricordo, per dirla alla Ringhiera. Eppure alcune questioni estive sono più resilienti di altre e neanche il calo di temperatura riesce a farle sbollire.

All’inizio di agosto, per essere precisi il 7, James Damore, ingegnere di Google, è stato licenziato per aver pubblicato sulla rete intranet dell’azienda un documento di 10 pagine intitolato Google’s ideological echo chamber (scaricabile qui), con il quale cerca di aprire un dibattito sulla diversità e fare breccia nella monocultura di stampo liberal che pervade gli ambienti della società californiana.

Da allora, i giornali, in particolare statunitensi, hanno infiammato l’accaduto, tanto più ora che, oltreoceano, quello del free speech è diventato un tema capace di guidare i sentimenti dell’opinione pubblica.

 

Il documento

Il documento, non casualmente, è stato pubblicato in giorni in cui sono state sollevate accuse di discriminazione a Google da parte della componente lavorativa femminile, che rappresenta il 31% della forza lavoro all’interno dell’azienda, divisa in area tech (software engineering)-solo il 20%- e non tech- ben il 48%. Inoltre, solo una su quattro ha un ruoli di leadership¹.

Con la pubblicazione del suddetto documento l’autore ha cercato di aprire un dibattito che sia intellettualmente onesto e che, pertanto, eviti di cadere nei facili pregiudizi della sinistra liberal, che permeano gli ambienti del colosso informatico e che, secondo Damore, hanno creato una vera e propria “monocultura politicamente corretta che sta in piedi facendo vergognare e inducendo al silenzio chi dissente”.

All’idea che alla base delle disuguaglianze vi sia necessariamente una costruzione sociale basata sul rapporto oppresso-oppressore, motivo romantico che facilmente annebbia la mente e impedisce lucide considerazioni, l’autore oppone l’esistenza di differenze biologiche tra uomo e donna che contribuiscono alla costituzione di personalità diverse nei due sessi e, dunque, incidono sulla predisposizione a certi lavori piuttosto che ad altri. Ad esempio, le donne sarebbero più facilmente affette da nevroticismo, che, creando ansietà e rendendole meno tolleranti allo stress, sarebbe una spiegazione plausibile alla scarsa presenza di donne in alti gradi manageriali; inoltre, gli uomini sembrerebbero più concentrati sulla carriera e sullo status professionale; infine, le donne sarebbero più inclini a rapporti umani piuttosto che con le cose, il che spiegherebbe perché nel settore tech sono poco rappresentate.

La reazione

L’ambiente lavorativo della società californiana si è spaccato in due, tra chi insulta e si indigna alle parole del collega James Damore e chi lo sostiene e elogia il suo coraggio. Categorica, invece, è stata la reazione di Google che lo ha licenziato, dichiarando per mezzo della vicepresidente alla diversità, integrazione e governance Danielle Browne, che in Google “c’è libertà di parola, ma nel rispetto dei principi di eguaglianza delle opportunità fissati da nostro Codice di condotta e dalle leggi antidiscriminazione”.

Libertà di parola, a modo mio

Con questa dichiarazione Google conferma la sacrosantità della libertà di parola- non si dica mai che non si batte per i diritti dell’uomo- con la quale, però, si è capito che non bisogna scherzare, come con il fuoco insomma. Altrimenti si rischia di essere fired!

Il licenziamento di James Damore non fa che rimarcare quanto da lui stesso riportato: in Google, come in tutti quanti gli ambienti infestati dal politicamente corretto, vige una “camera di risonanza” di idee liberal che impone silenzio su alcuni temi troppo sacri per essere discussi, a meno che non si voglia essere bollati come retrogradi incolti o, tanto peggio, licenziati. Cosa aspettarsi se non una polarizzazione delle parti, che non fa che preparare un terreno fertile agli estremismi capaci di cogliere l’appello di chi è messo a tacere da chi è pubblicamente riconosciuto di stare nel giusto?

Credo, allora, che la vicenda implichi una riflessione, alla ricerca di risposte a domande che inevitabilmente ora sorgono, e che sono tanto più impellenti quanto più si pensi che il caso Damore non è figlio di un’ideologia a circuito chiuso, confinabile alla realtà di Google, ma che investe buona parte della nostra società.

Al di là della veridicità delle affermazioni di James Damore, senza dubbio discutibile, una società ideologicamente improntata-o che così si vanta d’essere- all’integrazione e all’inclusività, alla valorizzazione delle diversità, doveva porre a tacere, insultare, come hanno fatto le colleghe e i colleghi di James Damore, e addirittura arrivare a licenziare? Non è forse questa la società democratica che promuove il dialogo come arena in cui si possono scontrare civilmente idee opposte e dalla quale proviene la conoscenza? O di questa reminiscenza socratica fa solo una strumentalizzazione, visto che James stesso ha per primo promosso una dibattito² e come conseguenza è stato freddamente eliminato? A voler essere sinceri, poi, il dialogo non dovrebbe essere l’arma preferita di chi è convinto di stare nel giusto, come i numerosi paladini della democrazia e del progresso di Google, i quali avranno senza dubbio sufficienti ragioni per confutare un simile bifolco?

O forse il ragazzo era semplicemente troppo diverso per godere anch’egli del privilegio della libertà di parola?

P.s invito tutti a leggere il documento per poter giudicare con spiritico critico

 

Fonte ¹: https://www.google.com/diversity/

 

²: “People generally have good intentions, but we all have biases which are invisible to us. Thankfully, open and honest discussion with those who disagree can highlight our blind spots and help us grow, which is why I wrote this document”; Google’s ideological echo chamber, p.2, James Damore