Dalla parte del migrante

 

Riassunto di un dialogo, fatto di incontri e scontri, durato tutta l’estate e che non deve finire con i primi venti autunnali; resoconto di un paese in cui le istituzioni democratiche scricchiolano di fronte al problema dell’integrazione e alle spavalde rivendicazioni di gruppi neofascisti, mentre sembrano dimenticarsi che il loro primo dovere è proteggere i diritti dei propri cittadini, come dimostra il caso Regeni.

Emilio: faccio fatica a comprendere il ministro Minniti. Faccio fatica ad apprezzare il codice di condotta delle ONG da lui proposto agli altri stati membri dell’Unione. Ancora di più, mi ripugna la legge sull’immigrazione da lui e dal ministro della giustizia Orlando proposta come decreto. Il ministro Minniti dice di “vedere la luce in fondo al tunnel” perché ha razionalizzato i soccorsi, abbandonando le ONG alle minacce e agli spari della guardia costiera libica, dal governo stesso finanziata nonostante sia evidente la sua inaffidabilità diplomatica; talmente sole che la maggior parte di queste ha deciso di interrompere l’attività per mancanza di sicurezzza. Certo, gli sbarchi sono diminuiti, Salvini ha esultato pubblicamente, ma anche Di Maio, sono sicuro, sarà stato contento che i “taxi del Mediterraneo” abbiano fermato la loro preziosa attività. Eppure, quelle che non sono diminuite sono le partenze: dalla Nigeria, dove continua a imperversare Boko Haram, dal vicino Uganda, dove i profughi nigeriani sono decine di migliaia, dal Sudan, dove carestia e guerra civile devastano la popolazione civile, dal Senegal, dove le rimesse inviate da chi in Europa è riuscito a trovare un occupazione ammontano a più del 10% del PIL, dalla Guinea, dal Bangladesh e dalla Costa d’Avorio. La rotta italiana si è infuocata da quando l’Unione Europea ha concordato con la Turchia un piano di chiusura delle rotte greche e di delocalizzazione dei profughi (soprattutto bengalesi) nelle regioni del Medio Oriente e del Maghreb in cambio di sei miliardi di euro, dimostrando una politica internazionale del tutto miope e inconcludente dal punto di vista organizzativo, indifferente dal punto di vista dei diritti umani. Perchè non investire quei soldi in progetti di sviluppo delle economie locali in Africa Centrale, supportando l’istruzione e fornendo i mezzi per un’agricoltura sostenibile? Il primo ministro Gentiloni sta ribadendo in questi giorni l’importanza dell’aumento dei fondi per lo sviluppo, ma forse è troppo tardi. Infatti, le guerre e le catastrofi umanitarie giunte al culmine in Medio Oriente nel 2016 hanno spinto migliaia di nuovi profughi, insieme a quelli “ricollocati”, a cercare in ogni modo la fuga e, con le frontiere turche chiuse e militarizzate, la via di Tripoli ha preso il sopravvento. Ecco, il punto è che la scelta di queste persone non è solo umanamente condivisibile, ma lo deve essere anche razionalmente: per istinto di sopravvivenza, qualsiasi essere umano cercherebbe una via di fuga qualora non avesse più un tetto sotto cui ripararsi e neanche un pezzo di pane da mangiare, a maggior ragione se a casa sua, civile innocente, una bomba potrebbe cadergli sulla testa da un momento all’altro. Le conseguenze sono catastrofiche: nel 2016 i morti in mare si aggirano intorno ai CINQUEMILA stando a quanto riporta openmigration.org che ricorda quanto questo dato non tenga conto di decine di barconi che si inabissano senza poter essere intercettati. Mai si era raggiunta un numero così alto di vittime nella ventennale storia di questa seconda ondata migratoria. Nel 2017, i paesi membri dell’Unione Europea negano l’apertura dei loro porti alle navi ONG che salvano vite umane nella zona SAR italiana, una vergogna. Il presidente francese Macron invia reparti antisommossa della gendarmeria a Ventimiglia per asserragliare meglio i confini francesi dai “pericolosi” migranti. Il ministro Minniti, invece, si rallegra di fronte ai dati che dicono che a Luglio le partenze non sono neanche la metà di quelle dello stesso periodo nel 2016. Il punto è che non abbiamo risolto il problema, ce ne siamo liberati. La luccicante civiltà occidentale, troppo occupata a difendere i suoi sedicenti valori, ha deciso che fosse giusto abbandonare uomini, donne e bambini come noi in mano ai trafficanti nel deserto o nelle prigioni libiche, dove i diritti umani vengono calpestati, la dignità delle persone mortificata e dove, molto più tragicamente, spesso si trova la morte. Proprio la Libia, dove imperversa la guerra civile tra un governo riconosciuto e finanziato dall’ONU e un altro riempito di armi dalla Russia tramite l’Egitto; il tutto in uno stato la cui capitale, Tripoli, è costretta a razionare l’elettricità e acqua, in cui le milizie private di ex generali di Gheddafi spadroneggiano sul territorio e l’Italia è accusata di “mire espansionistiche” perchè invia una propria nave di supporto all’inefficente guardia costiera locale. Abbandonare la Libia sarebbe sbagliato, ma siamo sicuri che investire in mezzi e risorse così ingenti soltanto nella zona costiera del continente africano sia la soluzione? Probabilmente no. In Libia, così come in Egitto, l’Italia ha però grossi interessi economici e diplomatici da mantenere (la stessa Realpolitik che ha ucciso una seconda volta Giulio Regeni) e riuscire a mantenerli, anche a scapito di migliaia di vite innocenti, non può che rendere tutti più tranquilli. Bisogna dire no al disinteresse generalizzato, no all’impreparazione e al surreale cinismo dell’Unione Europea e dei suoi stati membri; un no va riservato anche alla parola “problema”. Queste persone  possono essere una risorsa per l’Europa vecchia e poco prolifica, fautrice e promotrice di un mondo globalizzato ma restia a concedere i suoi privilegi ai più deboli. Lasciare persone in Libia a marcire nei centri di detenzione delle milizie private significa, in questo pericoloso puzzle geopolitico, abbandonare l’anello debole della catena, quello che da solo non è in grado di difendersi. Per il momento, sguazziamo felici nel Mediterraneo, il mare di Ventimiglia, il mare di Tripoli, la tomba di decine di migliaia di nostri simili. Ma poco importa, gli sbarchi sono diminuiti, così come i morti nel Mediterraneo (siamo comunque già a quota duemila nel 2017).

Jacopo: La “questione migranti” è sulla bocca di tutti. Essa riceve una copertura mediatica che nella storia del giornalismo è stata riservata a pochi altri eventi di portata internazionale, è così centrale che viene usata, a buon ragione, come misura per valutare le varie correnti politiche e partiti che si danno battaglia in una perenne ed esasperata campagna elettorale. Nella pluralità di voci che si sovrappongono compulsive con le proprie “ricette” politiche non mancano quelle dettate dalla xenofobia più becera, quelle spinte da faziosità, non mancano le dimostrazioni di una impreparazione disarmante. Nessun politico si sottrae dal dire la sua, così come un vasto numero di esponenti della società civile. Eppure il dibattito è viziato, inquinato dalla latenza di un attore fondamentale: qualcuno che stia dalla parte del migrante, sia esso politico, economico o ambientale. Per decine di migliaia di persone in tutto il mondo la “questione migranti” non è un argomento da salotto, semmai è la drammatica condizione in cui versa la loro vita. Chi difende i migranti, riconoscendone prima di tutto l’umanità, crudelmente ignorata da fin troppe persone nella nostra società, viene osteggiato come un “buonista” o come un “favoreggiatore”. Il contestato codice di condotta voluto dal rampante Ministro degli Interni per disciplinare le ONG che operano nel mediterraneo ne è la prova. Seppur nella sua natura marcatamente formale, bisogna ricordare infatti che esistono leggi internazionali che scavalcano a piè pari un codice voluto da un singolo Stato, il codice indica irrevocabilmente quale sia la posizione del Governo: chi salva i migranti in mare va ostacolato, perché i migranti qui non devono arrivare. Altrimenti la questione sarebbe ancora più spinosa, si tratterebbe di pensare una vera e propria politica di accoglienza ed inclusione, un obiettivo talmente impensabile che il silenzio sull’argomento è bipartisan. Le ONG con il loro lavoro sono riuscite ad impedire che la catastrofe umanitaria dei naufragi diventasse una ecatombe di proporzioni ben più vaste. Queste organizzazioni sono ora vittima di una vera e propria macchina del fango, perpetrata da alcuni dubbi canali di informazione. Vengono prese di mira dal nostro sistema giudiziario e minacciate pericolosamente dalla Guardia Costiera libica, che noi contribuiamo a formare con finanziamenti, mezzi e supporto logistico, e dalle navi appartenenti alle troppe milizie ancora fuori controllo. Gli sbarchi diminuiscono e Minniti esulta dimostrando una meschina miopia, la crisi umanitaria viene ricacciata dall’altra parte del Mediterraneo e questo è riconosciuto dalle più alte cariche istituzionali come un successo, poco importa delle indicibili sofferenze a cui sono sottoposti i migranti nei centri di detenzione organizzati dalle milizie libiche. Il silenzio dei vari partiti di sinistra è ambiguo e dimostra la pochezza dei personaggi politici che la abitano. Oltralpe poi la musica rimane sempre la stessa: Macron assume posizioni sui migranti difficilmente distinguibili da quelle di una ipotetica presidenza Le Pen, l’Austria segue il buon esempio della vicina Ungheria e minaccia di militarizzare il passo del Brennero. Di fronte ad una crisi umanitaria senza precedenti e che non mostra alcun accenno a diminuire l’Europa sta dimostrando una inadempienza ingiustificabile, inadempienza di cui non siamo di certo noi a pagare le conseguenze. Per la società civile la “questione migranti” rimane un argomento di attualità, per la politica solo un peso da tenere da conto nella perseguimento di interessi di stato che spesso si riducono al controllo di risorse naturali ed aree strategiche. Da questa parte del Mediterraneo o si sbraita con insulti razzisti che si sperava fossero ormai anacronistici o ci si chiude in un omertoso silenzio, ma di certo non si muore sotto le bombe o di fame.

Lasciamo al lettore una domanda, sulla quale stiamo riflettendo molto anche noi: quali sono le più importanti riforme economiche, politiche e sociali che permetterebbero un sano processo di integrazione nel rispetto dei diritti umani?

di Emilio Caja e Jacopo Gelli