di Cataluña Libre, Post-nazioni, John Lennon e globalismo: date al Popolo quel che è del Popolo!

Non è facile esprimere un giudizio sulla vicenda catalana, come non è mai facile in generale raccogliere pensieri certi quando la volontà della popolazione si scontra con ragioni storiche o ci viene il dubbio che sia inebriata da discorsi demagogici. Così la difficoltà di giudicare univocamente nel merito le notizie da Barcellona e di lasciarmi convincere appieno dalle ragioni di una o dell’altra parte mi hanno infine portato a disinteressarmi della vicenda in sé e trasportare il dubbio dall’iniziale piano pratico a uno fortemente ideologico, scoprendo tra le risposte che mi sono dato soluzioni decisamente radicali ma potenzialmente applicabili. Al di là di ciò che si può pensare di Puidgemont, Rajoy e il referendum che ha spaccato l’opinione pubblica, la vicenda Catalana offre infatti un generoso spunto per svariate riflessioni “ideologiche” e potrebbe a mio avviso rappresentare la pietra miliare di una svolta storica.

Il tema dell’indipendenza può sembrare trascurabile ed astratto eppure è stato nei decenni passati fonte di persistenti disordini: essere assoggettati a un vessillo che non si percepisce come il proprio si è dimostrato un serio problema per moltissimi: una vera e propria forma di oppressione. Così dai Corsi ai Catalani, dai Baschi ai Gagauzi di Moldavia, dai Kurdi ai sud Tirolesi in tutto il mondo, in diversi decenni, centinaia di migliaia di persone hanno dimostrato, più o meno pacificamente, la loro riluttanza ad essere considerati parte dell’entità geopolitica a cui venivano associati.

Le costituzioni della stragrande maggioranza dei paesi non contemplano attualmente un iter tramite cui una regione possa dichiararsi indipendente dallo stato di cui fa parte, ed è molto difficile immaginarsi altrimenti per la natura stessa delle costituzioni: sono le leggi fondamentali e costituenti di un territorio unitario, lo stato, pensato per durare ed essere organizzato secondo le procedure stabilite dalla costituzione stessa, che non sarebbe più in vigore in un nuovo stato secessionista. Dunque parrebbe impossibile modificare gli attuali confini statali per vie legali a meno di un’improbabile intesa nazionale che porti a una modifica ad hoc della costituzione.

Quali scelte restano dunque ad un popolo che non si sente parte di uno stato entro cui si trova -per ragioni spesso prettamente storiche- confinato? Solamente l’accettazione passiva della propria condizione o “vari livelli di lotta”, ma tendenzialmente in questo caso è necessario (essere in grado di) vincere una vera e propria guerra contro lo stato centrale.

Ora, sperando che mi perdonerete per l’interminabile premessa, siamo giunti al punto centrale del ragionamento: è possibile che nel 2017, nel 3° millennio, nell’epoca in cui i robot sono in grado di montare telefoni e sganciare bombe nucleari, una guerra sia l’unica risposta a una forma di malcontento popolare? Fino a dove è doveroso difendere l’esistente ordine, in molti casi stabilito 50 anni fa da un gruppo di poche persone? È corretto che chi ha un’identità nazionale diversa da quella statale venga castrato da uno dei primi articoli della costituzione finchè non si dimostri militarmente forte a sufficienza da separarsene? Sarebbe a mio avviso salomonico che oggi finalmente si riuscisse a trovare una risposta migliore della violenza persino a un tema come l’indipendenza e la creazione di nuovi stati.

Raggiunto l’apice dell’astrattismo torniamo ora con i piedi per terra: quale potrebbe essere, se non la guerra, il criterio secondo cui ad alcuni popoli va riconosciuta e concessa pacificamente l’indipendenza (e ad altri no)? Ho sottoposto questa domanda a diversi amici ottenendo svariate risposte tutte interessanti ma tra queste solamente una mi ha pienamente convinto. Alcuni hanno sostenuto che solo ai popoli “oppressi” dovesse essere riconosciuta l’indipendenza dalla comunità internazionale, ma è evidente la difficoltà di definire quale popolo rientri in questa categoria e quale no e il conseguente paradosso se si considera l’imposizione di una bandiera in cui non ci si riconosce come oppressione. Altri hanno suggerito che debba restare la guerra l’unica via, sicché funga da deterrente per uno stravolgimento della situazione attuale che risulterebbe problematico. Altri ancora hanno suggerito che si analizzi pacificamente caso per caso e si cerchi un compromesso.

Io sono dell’idea che, per le ragioni fin qui elencate e vista “la scusa catalana” per discuterne sia arrivato il momento di difendere un principio nuovo, dirompente, che mi rendo perfettamente conto essere apparentemente coerente sul piano ideologico ma complicatissimo su quello pratico. Credo infatti che, a qualsiasi comunità sia in grado di esprimere tramite votazioni e manifestazioni partecipate la volontà di indipendenza e successivamente di organizzarsi e sostenere un referendum che dimostri che una maggioranza qualificata -sulla quale si potrebbe aprire un’altra interminabile discussione- delle persone che popolano quella comunità è d’accordo con la secessione, ciò debba essere concesso.

Il motivo è molto semplice: la “volontà della maggioranza” è il parametro a cui, caduti i sistemi ereditari (nonostante fossimo ben consapevoli fin dai tempi di Aristotele dei potenziali rischi legati alla demagogia) ci siamo sempre affidati per prendere decisioni riguardanti una collettività e dovrebbe iniziare ad essere applicato anche alla nascita degli stati.

Certo ciò creerebbe un mondo fatto di tantissime piccole comunità: un domani non solo la Catalogna o la Corsica ma persino il comune di Bolzano potrebbe sentirsi in diritto e dunque in dovere di dichiarare la propria indipendenza. Questo, che sembra un esito apocalittico potrebbe in realtà rivelarsi un domani un mondo pacifico e rispettoso: tante piccole comunità indipendenti potrebbero stringere l’una con l’altra dettagliati accordi, superando totalmente gli stati nazioni e persino la lenta e parziale federazione di questi all’intero dei continenti, costituendo entità complesse e dinamiche di ampiezza continentale o addirittura mondiale: delle “Post-Nazioni a più velocità”.

Le diverse velocità sarebbero infatti rappresentate dalle diverse profondità e dalla natura dei legami che legano una comunità autonoma ad un’altra, magari con alcuni livelli prefissati come anche indicato pochi giorni fa (anche se si riferiva ovviamente agli stati nazioni attualmente esistenti) dal presidente del consiglio Europeo Donald Tusk (esempio semplicistico: Livello di integrazione tra due comunità 1=solo libero scambio; Liv.2=libero scambio+libera circolazione; Liv.3=Liv2+politica fiscale in comune etc…)

Forse ora ho trovato una risposta al mio dubbio iniziale: Madrid dovrebbe lasciare ai catalani la possibilità di dimostrare con un referendum pacifico che la volontà di indipendenza è condivisa da tutti o quantomeno dai più e se lo sarà beh, benvenga senza rancore la Cataluña libre, la fine degli stati come li conosciamo e l’avvento delle post-nazioni europeiste o globaliste e federate!

Io sono il solito fantasioso speculatore ma se dividere per unire fosse poi una soluzione?

I hope someday you’ll join us and the world will be as one!

Author: Andrea Noseda

Perché la necessità di nascondersi, l’ansia di rifugiarsi dal mondo in una dimensione più profonda di noi stessi? Perché non accontentarsi di tutto ciò che ci circonda ma continuare perennemente a cercare? perché scegliere di esistere senza mai soddisfarsi? perché, banalizzando il tutto, non voler mai optare per una facile serenità?

perché aveva ragione Lui: “La vita è altrove” e certe intuizioni non possono essere ignorate.

Ecco come vivo e ecco perché scrivo!