“Una finestra illuminata in una notte buia” – Sospendere il tempo nella fugacità di un bacio

Inestirpabile pessimismo o semplice ineffabilità della natura umana? Dire dell’Amore è ambizioso tanto quanto poteva esserlo presupporre di riuscire a risolvere l’enigma della Sfinge; ma che l’indecifrabile trisillabo non venga un giorno finalmente esplicitato da qualcuno (non da me e non adesso, a buon intendersi) in una forma che sia chiara, intellegibile e trasparentemente univoca al tempo stesso, non è da escludersi, tanto quanto l’impossibilità dell’enigma della Sfinge, alla fine rivelatosi non al di là della portata di un intelletto umano (quello di Edipo per i meno classicisti).

La vita: il nulla senza l’Amore. Pessimistico. La vita: ineffabile tanto quanto l’Amore. Arrendevole. Ricominciamo.
Proviamo a dire della vita tanto per iniziare, e una definizione dell’Amore ne seguirà quasi per inerzia.
E se la vita non fosse null’altro che il susseguirsi perpetuo di giorni che scorrono accavallandosi l’un sull’altro, convergendo poi, a distanzi di anni, nella nostra memoria, in una sfumatura grigia e omogenea? Il tutto nell’ottimistica prospettiva di vivere abbastanza a lungo da essere in grado di guardarsi indietro e attingerne frammenti di ciò che è stato. Quando invece la vita sarà giunta al termine e “non saremo” più, quando ci saremo spenti una volta per tutte, cosa ne sarà stato della nostra esistenza, del nostro esserci, se non un arricciarsi di ore che si distesero in giorni, prolungarono in anni, e spensero in un attimo?

Respingiamo questa pessimistica visione perché non vogliamo che così sia, non possiamo accettare che la (nostra) vita vada configurandosi come il mero succedersi di ore, la cui corsa non potrà che arrestarsi con la morte nostra o altrui.

Ma possiamo sempre provare ad annichilire le supposte domande avanzando un’ipotesi: la vita che coincide con l’Amore, il vivere che si traduce in amare, e solo in tale azione si codifica come tale, “prende vita”.
Se avvalorassimo questa ipotesi, ecco che allora la nostra esistenza non verrebbe più a identificarsi con un susseguirsi indistinto di momenti affusolati e nullificati in un passato omogeneo, ma piuttosto con un archivio di ricordi da conservare preziosamente, ognuno dei quali denso di luce, sprigionata ogni qualvolta venga ripescato nella nostra memoria, la quale li ha catalogati tutti, uno per uno, minuziosamente, come un efficiente bibliotecario. Non un incespicare in giorni indistinti, ma un respirare emozioni pure, che hanno riempito e addensato il nostro breve transito su questa terra.

Supporre che la vita si configuri come tale solo nell’amore, con l’amore e per amare, è un appello che non intende ridursi ad un’apologia qualunquista dell’altruismo e dell’uguaglianza fraterna. Tutt’altro. Mi riferisco qui esplicitamente all’amore di un uomo per una donna, di un uomo per un uomo, di una donna per una donna e di una donna per un uomo (non essendo ancora nelle condizioni per avere voce in capitolo riguardo l’investimento affettivo di un padre o di una madre per suo figlio). Limitiamoci allora all’amore di due innamorati.

Ineffabile, forse appunto strutturalmente iscritto in quanto tale nella natura dell’uomo, è il sentimento dell’amore. Indicibile per il semplice fatto che dirne significherebbe ingabbiarlo in parole di questo mondo, in sillabe universalmente note, cosa impossibile per chi provi o abbia provato almeno una volta l’amore. Non c’è niente da fare, descrivere l’evolversi del muscolo cardiaco in un Cuore imbottito dell’affetto più potente che ci sia è, a mio avviso, la sfida più difficile per l’uomo, ed è forse proprio questo il motivo per cui se ne è provato a dire tanto e non ci si arrende ancora in merito. L’amore è un sentimento totalmente non codificabile: è il punto in cui si annulla l’io e si incontra l’Altro, il momento di sintesi per eccellenza tra due anime, che si sfiorano in una danza inebriante e slegata da ogni tempo e luogo. Quando provi l’amore, quando sei con la persona che ami, tutto il resto assume l’indeterminatezza di un fondale teatrale, niente ti tange e nulla di ciò che c’è fuori sembra avere la forza di scalfire l’abbraccio di quelle due anime.
Quando un’altra anima tange la mia, ne scaturisce una scintilla che si libera nell’universo, una forza potente e indistruttibile (o almeno tale agli occhi dei due innamorati). È in questo affiancamento che va individuato il momento di massima intimità tra due esseri umani (non nel sesso), nella fiduciosa e consapevole consegna del proprio cuore nelle mani dell’altro. È un po’ come aprire la porta di casa nostra a uno sconosciuto, con la differenza che l’uscio del nostro cuore non viene varcato tanto spesso e da tante (anche poco intime) persone come invece avviene nell’accogliere gente in casa. Lo “sconosciuto” (perché non può ancora dirsi diversamente di qualcuno che ha appena messo piede nei meandri della mia persona) ha adesso accesso a tutto ciò che possediamo (a livello cognitivo- emozionale qualora la porta che si decide di aprire sia quella del cuore): può fermarsi in anticamera e dopo poco retrocedere richiudendosi la porta alle spalle, forse per paura, forse per codardia; può decidere di entrare e fare un gran casino, sconvolgerci tutti e poi scappare via, lasciandoci soli e in soqquadro; può decidere di muoversi a passi felpati lasciando tutto ciò che vede immacolato, senza soffiare via nemmeno un granello di polvere laddove dovesse scorgerne. Senza fare domande o pretendere risposte. O ancora, può decidere di esplorarlo con cautela questo nostro cuore del quale gli sono state consegnate le chiavi, senza presunzione o timore, ma con semplice curiosità e voglia di scoprirne. E piano piano prende vita un dialogo con l’abitante di quel luogo, uno scambio di batture sincere e confidenziali; ed ecco che siamo seduti sul suo divano, in soggiorno, senza scarpe e con i piedi sul cuscino. Ed ecco che lo amiamo quel posticino, abbiamo finalmente trovato il nostro “angolo di Paradiso”.

E chiunque l’abbia mai provato l’amore (non chi sostenga di averlo sperimentato senza che nulla di tutto ciò lo abbia mai condizionato) non potrà che convenirne che è la forza più potente che ci sia, la più bella sensazione dell’universo, quando non si vorrebbe fare niente altro che starsene lì immobili, in un abbraccio non di corpi ma di anime, di essenza, di ciò che davvero siamo e non solo quello che appariamo agli altri.
D’altronde chi ci conosce davvero, o meglio, chi pensiamo ci conosca davvero se non la persona nelle mani della quale abbiamo deciso di consegnarci? (Che sia una consegna reciproca però, e non unilaterale, che altrimenti niente di sincero potrà mai nascerne). Chiunque di noi, seppur molti tentino di dissimularlo in tutti i modi possibili, non è del tutto sé stesso in compagnia di amici, familiari e colleghi. Per quanto “migliori” amici si possa essere con qualcuno, ci “è concesso” di disvelare la nostra anima ad una persona sola alla volta. E questa persona è lo strumento che ci libera da qualsiasi inibizione, l’unica nei confronti della quale siamo in grado di estrinsecare completamente ciò che siamo realmente. Ciò non significa che ognuno di noi nasconda segreti indivulgabili o sottenda inquietanti Mr. Hyde(s), ma semplicemente che la naturalezza del nostro io spoglio di qualsiasi apparire, è conoscibile solo da parte della persona alla quale decidiamo di consegnarlo.

Passiamo adesso al contraltare della vita e dell’amore, la morte: dei sensi e non solo, dell’intelletto e oltre, la morte del tutto, il non essere, non esistere, più. Non è dolore nel momento in cui non siamo in grado di provare alcuna sensazione: ci limitiamo a “non essere” e mai più saremo. Quantomeno, dal punto di vista laico, che molte religioni credono nella reincarnazione o in una ‘vita’ migliore oltre la morte.
Ma dal punto di vista biologico, moriamo. Cessiamo di essere noi stessi così come siamo andati avanti a conoscerci per anni.
Pausa.
Lo vedi? Lo senti? Il silenzio dell’Oltre, il salto nel buio, l’impossibilità di immaginare cosa ci sia al di là e, di qualunque fede uno si professi, ciò non può escludere il timore di ciò che ci aspetta. Perché: fa paura. È nella natura degli uomini, e non saremmo tali se così non fosse.

Solo chiudendo gli occhi e domandandoci “E poi?”, acquisiamo la consapevolezza dell’insensatezza della stragrande maggioranza di ciò per cui “viviamo”. Affannati tutta la vita come formichine, granelli di polvere in un mondo che molto spesso non percepiamo neppure come nostro, ci adoperiamo per produrre, ottimizzare al meglio il nostro tempo, fatturando interessi, spese, raggiungendo obiettivi, all’inseguimento costante di sogni, persone, luoghi, secondi che vorremmo recuperabili e che invece schizzano via all’impazzata come schegge dall’incudine. Profitto. Sostenibilità economica. Tutto ciò, in fondo, sottende sempre la prima persona singolare (seppur spesso si preferisca far passare come fino ultimo i figli, la famiglia o gli altri); tutto ciò per noi stessi medesimi e il raggiungimento di un “benessere” che, qualora ci venisse domandato in cosa consista, faremmo fatica a identificare a chiare lettere. Il Benessere. Lo star bene: formula generalizzante.
Che poi, il problema sta nel fatto che questa idillica situazione alla quale sembriamo tutti anelare, in una corsa folle all’insegna della competizione più feroce, è appunto sempre un divenire, mai in essere. È sempre qualcosa in direzione della quale protendiamo, ma che non ho sentito mai nessuno confermare esausto di averla raggiunta.
E poi moriamo. Corriamo, corriamo e scavalchiamo gli altri, lavoriamo senza sosta per comprarci un respiro impacchettato in momenti di “vacanza” che non valgono nemmeno la metà degli sforzi che abbiamo fatto per guadagnarcelo. E poi arriva la fine. E le nostre fatiche soffocano per sempre. Per cosa abbiamo vissuto? Cosa abbiamo vissuto, se non una gara con il tempo, contro il tempo, per sottrarne briciole da poter dedicare a noi stessi, a riprendere il fiato per poi ricominciare a correre ad esaurimento scorte?

E se la collisione della nostra con un’altra anima fosse l’unico modo che abbiamo, se non di salvarci, quantomeno di godere di questa vita che ci resta da vivere e della quale francamente, troppo spesso non sappiamo che farcene?
L’amore apre all’Altro, nullifica l’egoismo egocentrico della corsa sul posto e predispone all’incontro, un incontro sincero, decentrato, un abbraccio disinteressato; così dovrebbe essere, quando l’amore non cela in realtà egoismo, la volontà di goderne per stare bene noi soli. Non è sbagliato, dobbiamo starne bene noi alla prima persona singolare, ma non solo. Amare significa volere il bene dell’altro che ci sta di fronte, vivere per vederne sul volto un sorriso abbozzato, compiacersi di esserne stata la causa. Solo allora la vita acquista senso, la vita ‘vive’. Quando quell’altro è ciò di cui viviamo, ciò che ci alimenta e ci strappa all’onnivoracità del mondo che ci avvolge. E diventiamo persone migliori. Altruiste per davvero, non maschere che fingono altruismo per compiacersi di sé, beneficiarne loro. Ma per rendere felice l’altro.

E quandanche volessimo considerare il tutto da una prospettiva cattolica, seppur coloro che professano questa religione troveranno in parte inconciliabili queste parole con la loro fede in quell’eterno che malgrado tutto sussiste e che ci chiama indistintamente a scontare i nostri peccati o goderne i frutti, amare non è forse il lascito più prezioso e al tempo stesso vulnerabile del quale Dio ha voluto renderci consapevoli rendendo carne suo Figlio? Amare e non instancabilmente preporre a tutto e tutti noi stessi e il nostro mero rincorrere beni terreni, secondo tale spiritualità superflui e spesso deplorevoli conduttori di vizi, non è forse ciò che Gesù per primo vuole insegnarci per mezzo del suo esempio?
Se tuttavia, secondo la religione cristiana, l’identificazione dei beni materiali con il superfluo vuole predisporci (come dovrebbe essere secondo tale dottrina) alla piena fiducia in un aldilà breve a conoscerci e del quale godremo senza il rimpianto del possesso, la disillusione atea in uno stato di piena felicità raggiungibile tramite l’affaccendarsi quotidiano e la rincorsa del tempo, deriva non tanto dalla speranza in un altro mondo possibile (Paradiso o Inferno che sia), quanto piuttosto nella nullificazione dell’io al di là delle spoglie mortali: una volta morti, non saremo che ceneri spente di vita, e avendo vissuto di materia, possesso, e non sentimento, amore, avremo soddisfatto al meglio la nostra breve persistenza in questa contingenza, su questo pianeta, in questa vita?

Non sto dicendo si debba vivere per l’amore, esclusivamente in sua funzione, ma è innegabile (per chi l’abbia mai provato), che esso è ciò che ci tiene veramente in vita, che ci nutre di colori, che rende vita la vita con il suo bagliore accecante (non è raro d’altronde che l’amore accechi e si perda allora di vista la realtà, travisandola, e poi, rimanendone feriti).

Rifiuto il nichilismo disilluso e alienante di chi sostiene che si viva per pienare sé stessi, per le cose materiali. Non che non sia possibile vivere senza l’amore, è possibilissimo (e la straordinarietà di questo sentimento forse si nutre anche dell’esclusività dei volti che sono ammessi a goderne), le persone sopravvivono quotidianamente. Ma non è lo stesso. E chi l’ha provato lo sa. Non è uguale a vivere senza. Tutto cambia. Non viviamo per la materia, ma per lo spirito; non per i beni materiali: noi viviamo per la vita! E l’Amore è una delle poche cose che, non dico le dia senso, ma la astrae dalla corporeità di un mondo altrimenti scandito solo dalle lancette di un orologio il cui ticchettio imperterrito insiste nel ricordarci che è ora di tornare al lavoro.

Qualora dunque non amaste, nel momento in cui il vostro ‘altro’ si riducesse a essere un ingranaggio nella ruota che faticosamente tira avanti il mondo, ecco che è arrivato il momento di guardare oltre, avanti. Cercate altrove, che non abbiamo tanto tempo a disposizione da sprecare nel galleggiare come corpi senza vita.

È troppo poco ciò che abbiamo da vivere per non amare attivamente, in prima persona ma per l’altro, che desideriamo dal canto suo capace di metterci costantemente alla prova, insegnarci, amarci a sua volta; che vogliamo non smetta di ballare sul mondo insieme a noi, tenendoci per mano.