Accontentiamoci, vedrete saremo felici! (E loro, grati)

Esiste un orologio -l’apoteosi del kitsch, pessimo gusto con lancette- che vale più di 20 milioni di euro. “Chopard 201”, ha pure un nome antipatico. Scusatemi ho detto “vale”, colpa dell’abitudine.

Costa più di venti milioni di euro.

Eppure non vale nulla.

Non vale nulla come gran parte delle cose che si possono comprare.

Nulla, come ciò che passiamo ad inseguire per tutta la vita.

Dove sta allora  il valore se non nell’oro, nei diamanti, nell’esclusività e la scarsità di un meccanismo creato in un numero limitatissimo di copie proprio per noi?

Torniamo indietro, aggiungiamo una breve premessa: è importante che vi racconti come sono arrivato a porvi questa domanda.

Sono sempre stato fautore di una radicale messa in discussione di quel sistema che crea bisogni tramite un’offerta di beni esorbitante e la commercializzazione al solo fine di soddisfarli. Però non ne voglio fare una colpa agli individui. Non voglio insegnare nulla a nessuno, né colpevolizzare chi sceglie di dedicare le proprie attenzioni, il proprio tempo e il proprio denaro a possedimenti materiali. Credo che si sia arrivati a questo punto perché era naturale che le cose si sviluppassero così, vista la natura tendenzialmente individualista dell’uomo e la sua sete implacabile di “possedere” ed affermarsi tramite l’ostentazione. Sono convinto che sia il sistema, “la Struttura” a dover essere osteggiata e combattuta con la sottile lama dell’utopia, non le singole persone che ne seguono -spesso acriticamente- l’impetuosa ed inarrestabile corrente.

Accade infatti che la Struttura di cui parlavamo si riveli essere il motore immobile che, senza volerlo, genera, con la velocità e la potenza distruttiva delle esplosioni, continue ingiustizie, odio, guerre e disuguaglianze insopportabili.  Vivono, spesso a pochi chilometri di distanza, alcuni che comprano orologi da 20 milioni di euro e altri che si devono preoccupare di trovare abbastanza cartone per isolare il proprio giaciglio sotto le stelle dal vapore che sbuffa dalle metropolitane. Quel vapore che corrode le ossa e fa svegliare tutti bagnati e puzzolenti, ma per dio l’alternativa è morire di freddo! E scagionando gli individui, non resta nemmeno qualcuno da incolpare: prendersela “col sistema” è come sparare contro il vento, gli anni passano e la situazione non fa che peggiorare. Quasi tutti coloro che mi circondano paiono dividersi, sventolando come bandiere gonfiate dalle promesse dei politici, tra coloro che se la prendono l’uno con gli altri “è colpa degli immigrati”, “siete tutti ladri”, “è l’unione europea che ci ruba i soldi” e coloro che semplicemente si disinteressano, guardano altrove, curando al meglio il giardino del loro ego, senza mai preoccuparsi di ciò che sta al di là della staccionata. Senza un nemico e senza un esercito dunque pare proprio non esistere alcuna misura correttiva efficace. Guardare ai dolori del mondo tramite queste lenti porta a conclusioni dolorose, veramente siamo inermi! Non ci resta che andare avanti a lottare invano o arrenderci anche noi. Eppure la pace, l’amore, il rispetto (persino l’uguaglianza!) seppur dormienti mi sembrano trovare posto in ognuno di voi: di questo trovo continue conferme in fondo agli occhi e alle parole di chi sceglie anche occasionalmente di affrontare l’argomento. E dunque: lottare invano, non possiamo solo sventolare una bandiera bianca davanti all’irreversibilità del male.

Per una volta però tralasciamo le armi taglienti della politica vorrei, senza pretese, spingervi a riflettere su quella sovrastruttura, presente o latente in ognuno di noi da cui tutto il sistema deriva.

Vivremmo infatti in un posto migliore se tutti sapessimo cosa davvero ci rende felici. Se tutti avessimo ben presente da cosa tutti traiamo le vere soddisfazioni. È un esercizio utile oltre che divertente a questo proposito chiederci “a cosa mi dedicherei se mi rimanessero gli ultimi 2 giorni su questa terra?”. Non ho alcun dubbio che nessuno andrebbe di corsa da un gioielliere a chiedergli di procurargli un orologio d’oro in cui potersi specchiare mentre le lancette rintoccano l’avvicinarsi dell’ora fatale. Non credo proprio che qualcuno si precipiterebbe al centro commerciale, passando le sue ultime ore a provare vestiti che nessuno vedrà se non gli abitanti viscidi del terriccio di un cimitero. Nessuno, mi auguro, andrebbe dal proprio capo a supplicarlo di dargli una promozione così da potersi poi crogiolare del proprio status di financial manager, perché tutti sappiamo che non esistono gerarchie nell’eternità. Che cosa faremmo dunque, tutti noi nelle ultime ore? Beh è difficile dare una risposta univoca. L’amante innamorato chiederà di poter fare l’amore finché il corpo glielo consente, la giovane energica vorrà ballare tutta la notte perdendosi nel ritmo e nei fumi dell’alcol, il padre premuroso vorrà poter ammirare finché la vista non si offusca il sorriso che solca le labbra del figlio, il professore rapito vorrebbe godere per un’ultima volta dei brividi che gli procurano i versi di Leopardi, il filantropo vorrà assicurarsi di poter migliorare ancora un’ultima vita….

Ma questo stesso discorso non varrebbe più se i giorni che ci mancano da due diventassero 10? E se da 10 diventassero 100, 1000, una vita? Perché allora sprechiamo le nostre giornate e le nostre energie inseguendo falsi miti? Perché siamo così ossessionati dal dover studiare e lavorare tutta la vita giorno e notte per poterci comprare la quantità maggiore possibile di cose che non ci servono? Perché navighiamo nel mare tempestoso della meritocrazia, facendoci trascinare dalla logica dell’eccellenza, intristendoci quando non arriviamo e gioendo quando, dopo ore passate a spezzarci la schiena, otteniamo la facoltà di essere qualcuno che in realtà potremmo anche non essere, e saremmo felici uguali?

Non ci da forse di più far l’amore, ballare, leggere un libro, aiutare gli altri in difficoltà rispetto a mettersi continuamente i piedi in testa, competere, eccellere, produrre, odiarsi per poi potere magari un domani acquistare un Chopard e mostrarlo agli altri?

Non è un invito alla nullafacenza, ma al ripensare drasticamente i nostri obiettivi. Non nulla -ma solo poco- di quel che si compra è più che un breve sogno che si rivela totalmente privo di valore qualche secondo dopo che lo possediamo. E allora siamo sicuri che “essere ricchi” debba essere il nostro obiettivo? Siamo sicuri che davvero ci interessi fare le migliori università con il massimo dello sforzo per poi accedere a una “carriera di successo”? Certo la risposta è personale ma io non ho dubbi che se tutti mettessero in discussione quelli che ci vengono costantemente venduti come parametri supremi ed indiscutibili per valutare il grado di soddisfazione della nostra vita molti cercherebbero altrove. Insomma dove diavolo corriamo per tutta la vita? Fermiamoci. Pensiamoci. Abbracciamoci. Impariamo ad accontentarci! Chiediamoci davvero di cosa abbiamo bisogno e tralasciamo il resto: certo che avremo meno denaro! Eppure saremo ricchissimi di tempo e di energie da dedicare a quelle cose che veramente hanno un valore e domani, guardando indietro, potremo davvero dire di aver vissuto a pieno. Non avremo avuto l’orologio d’oro ma avremo deciso noi per cosa vivere e non i giudizi altrui né dei cartelloni pubblicitari. E se lo facessimo tutti avremmo avuto anche il trionfo dell’empatia e della pace, il trionfo della solidarietà.

Il prezzo da pagare è essere felici. La rivoluzione una vita alla volta, si parte da noi. E se fosse così che cambia il mondo?

Author: Andrea Noseda

Perché la necessità di nascondersi, l'ansia di rifugiarsi dal mondo in una dimensione più profonda di noi stessi? Perché non accontentarsi di tutto ciò che ci circonda ma continuare perennemente a cercare? perché scegliere di esistere senza mai soddisfarsi? perché, banalizzando il tutto, non voler mai optare per una facile serenità? perché aveva ragione Lui: "La vita è altrove" e certe intuizioni non possono essere ignorate. Ecco come vivo e ecco perché scrivo!