Vorrei il pizzetto di Félix Fénéon

Vorrei il pizzetto di Félix Fénéon, o meglio, vorrei poter dire un giorno di aver fatto tante belle cose quante ne ha fatte questo tanto meraviglioso quanto semi-sconosciuto personaggio. Non solo esistere, ma con le mie azioni cambiare lo stato delle cose, favorire il progresso artistico, culturale e anche sociale del mio paese. Farlo senza la necessità di dover apparire: essere un po’ ovunque, ma difficile da riconscere.

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Liberi e Uguali? Si può

Il 3 dicembre 2017 il Presidente del Senato Piero Grasso ha battezzato la nascita del nuovo soggetto politico di sinistra che comprende al suo interno il Movimento Democratico e Progressista, Sinistra Italiana e Possibile. La nuova creatura ha un nome, Liberi e Uguali, il cui significato vale la pena analizzare un po’ più approfonditamente. Negli ultimi giorni, ho avuto modo di confrontarmi con alcuni amici negli ultimi giorni e ho notato che molte perplessità sono emerse sul nome in sé, giudicato banale o poco significativo del messaggio politico che la lista vuole portare avanti; altri invece hanno messo in dubbio il valore politico di questo nome, giudicando libertà e uguaglianza inconciliabili. Mi sento di ringraziare queste persone che mi hanno spinto a chiarire le idee e scrivere questo pensiero.

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Berlin ist arm, aber sexy

Sono arrivato a Berlino a fine giugno per un periodo di studio estivo, per avvicinarmi alla lingua tedesca, una lingua ostica e complicata, ma senza la quale è impensabile avere una piena e soddisfacente esperienza di vita in Germania. Infatti, nonostante in città si possa dialogare in inglese senza nessun problema, la conoscenza della lingua permette di comprendere alcuni aspetti della cultura tedesca, e nello specifico berlinese, che altrimenti verrebbero inesorabilmente persi. Non è stato certo questo il mio primo trascorso berlinese, ma per la prima volta ho deciso di lanciarmi solitario e per un periodo medio-lungo alla scoperta della città, con l’obiettivo di trasfromare le straordinarie sensazioni ed emozioni dei miei precedenti soggiorni in un’idea più ampia e matura dell’unicità di questa città piena di storia. Per rendere questa esperienza completa, però, un corso di lingua non è sufficiente; serve avere coraggio, lanciarsi, cercare di intercettare persone del luogo per scoprirne i segreti e le iniziative. Questo è quello che ho fatto.

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La discendente parabola ischitana

 

Un pensiero rivolto al luogo

che più mi sta a cuore

 

L’Isola Verde, così è da sempre chiamato questo piccolo isolotto che chiude, a nord-ovest, il golfo di Napoli. I greci stabilirono qui la loro prima colonia nel VIII secolo avanti Cristo, la chiamarono Pithecusae; una colonia simbolo dell’incontro di civiltà che era il Mediterraneo, dove commercianti greci, etruschi e fenici scambiavano vasi e  prodotti di artigianato. Da sempre la vita straripa sull’isola, in tutte le sue forme: alberi e arbusti crescono dal mare fino alla cima del Monte Epomeo, che domina il golfo dall’alto dei suoi oltre settecento metri; i conigli convivono con gli abitanti e non è raro incontrarli camminando tra le antiche case dei piccoli borghi di montagna. È un’isola atipica, rocciosa e impervia. Arrivando dal mare si intravedono piccole baie, come quella di San Pancrazio, e grotte sottomarine che sono irraggiungibili dall’alto. Muovendosi via terra, invece, capita spesso di imbattersi di chioschi di frutta e verdura coltivati sulle pendici dell’Epomeo con anziani comari che offrono vini locali ai turisti moderando il loro strettissimo accento. È un’isola di una bellezza sinuosa, Ischia, dove mare, monti e acque termali interagiscono costantemente e anche il passaggio dell’uomo ha lasciato bellezze uniche nel loro genere: il Castello Aragonese e il borgo di pescatori di Ischia Ponte, la Chiesa del Soccorso a Forio, le antiche terme e gli acquedotti romani sono soltanto alcune delle meraviglie costruite dai diversi popoli che si sono avvicendati sull’isola.

È stata dunque un simbolo del progresso artistico della civiltà occidentale, un simbolo della grande integrazione del Mare Nostrum, di tutti noi che lo abbiamo abitato: italiani, greci, libici e siriani.

Stanotte, però, Ischia è stata travolta da morte e distruzione. Un terremoto ha scosso l’intera isola come nel 1883; subito dopo, un blackout ha lasciato tutti al buio, quasi come se la natura si fosse vergognata di far vedere ai nostri occhi lo sfregio che essa stessa ha imposto all’isola, una sorta di pentimento. Eppure, come spesso succede in queste situazioni, ad emergere come primo colpevole è invece l’uomo: come è possibile che un terremoto di magnitudo 4.0 abbia distrutto intere abitazioni e l’unico ospedale presente sull’isola sia stato evacuato in emergenza? La risposta è tanto amara quanto attuale. Nel 2017, Ischia è il simbolo di un’Italia abusiva e abusata, dove si costruisce per pura speculazione, per la “bella vista”, quella del mare, davanti o sopra a tutti gli altri. È così che crollano le case, quella più a monte non è costruita a norma e scivola giù su un’altra subito sotto, le cui fondamenta sono fatte di cartapesta, e allora anche lei crolla sulla casa del vicino. In questa maniera si parte dalla cima del monte e i crolli arrivano fino a mare. E ad Ischia, purtroppo, di case abusive ce ne sono tante, troppe. Passando sotto costa in barca si vedono interi boschi abbattuti per fare spazio a case con vista, alte due o anche tre piani, con tubature scoperte e pali dell’elettricità pericolanti. Ci sono anche case bellissime, ma abusive, in tutta l’isola se ne contano ufficialmente più di mille. Andrebbero abbattute, ma l’incompletezza delle legislazioni e la latitanza delle istituzioni lasciano troppo potere a chi, dagli abusi, ci guadagna.

Ad Ischia, come nel resto d’Italia, è fuori luogo parlare di abuso di necessità, questo termine andrebbe anzi abolito. L’abuso edilizio è un crimine e come tale va perseguito perché l’uomo, diversamente dai fenomeni naturali, è un animale senziente e di fronte ai propri scempi non può permettersi soltanto di provare vergogna, ma ha anche il dovere inderogabile di rimediare ad essi.

di Emilio Caja

Una giornata all’italiana

Stazione di Rimini, undici della mattina di una soleggiata giornata estiva. Ieri ero ad Ostuni, stasera sarò a Ischia: ebbene si, alcune disavventure mi hanno costretto a diciassette ore di viaggio in due giorni. Per tre settimane ho girato il Belpaese da Nord a Sud, oscillando tra il Tirreno e l’Adriatico, ma basta quest’ultimo giorno di viaggio per riassumere in maniera pittoresca pregi e difetti nostrani.

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Omaggio a La La Land

14 candidature all’ Oscar sono tante quante ne hanno ricevute Titanic ed Eva contro Eva, un record. Grease (1978), il musical di maggior successo nella storia, ne ha ricevuta soltanto una. Eppure in un’analisi comparata non serve raccontare quanto grande sia il successo di La La Land rispetto a film della stessa categoria (musical) o di come Hollywood abbia accolto il film nell’Olimpo delle pellicole. Damien Chazelle e Justin Hurwitz sono rispettivamente il regista e il compositore musicale del film, in comune hanno gli studi ad Harvard, un’enorme passione per il jazz e, soprattuto, Whiplash. La straordinaria e complessa colonna sonora di Whiplash si evolve in toni piú romantici ed orecchiabili in La La Land, ma non per questo perde di originalità. Le musiche sono il pezzo forte del film, e questa è una caratteristica fondamentale se si sta girando un musical. Da Irene in avanti sono stato travolto da un’euforia canora, semplice ma profonda. Anche la sceneggiatura attinge molto dal contesto musicale, lo sfondo della storia è composto dalla Los Angeles hollywoodiana, la frenesia delle audizioni e dei parties zeppi di giovani attori e attrici alla ricerca di una rampa di lancio nel mondo dello spettacolo. Un contesto del genere potrebbe risultare ampiamente scontato e banale se non fosse per l’aggiunta di un’altra componente fondamentale, il jazz. Ryan Gosling è un pianista ancora alla ricerca della propria collocazione artistica e, dopo aver conosciuto Emma Stone, la guida alla scoperta del sotto-mondo di trombe e sassofoni di L.A. e il pubblico s’immerge di conseguenza. La commistione jazz-hollywood riempe di nuova vita il tema della ricerca del successo, centrale nel film, fornendo un nuovo angolo di sviluppo. In questo senso è come Whiplash, piu di Whiplash: entrambi “sono incentrati sulla voglia di diventare un artista e conciliare i propri sogni con le quotidiane necessità umane” dice Chazelle, ma se Whiplash è monotematico sul jazz, in La La Land l’idea di artista si allarga e la musica si scopre capace di relazionarsi con il mondo della recitazione a scapito della propria centralità nel racconto. Questo spostamento di prospettiva é metaforicamente rappresentato da J.K. Simmons che da temuto direttore d’orchestra in Whiplash diventa gestore di un ristorante-jazz club in La La Land. La maggiore differenza è però al centro della storia. In Whiplash c’é un abbozzo di relazione sentimentale che viene peró stroncata dall’impegno musicale, rimanendo cosí decisamente in secondo piano. La La Land è invece il trionfo dell’amore, della comunicazione e dell’incoraggiamento. I due protagonisti rendono la loro relazione estremamente vera, evitando di cadere nei cliché di molte commedie d’amore hollywoodiane, perché il background che Chazelle ha creato é ricco di spunti che sono in grado di trasformare il ciclo innamoramento-amore-rottura in un’esperienza dove vengono coinvolte la bellezza nascosta di L.A. (fotografia e scenografia candidate all’Oscar), ma anche messaggi d’amore e di speranza in musica ( City of Stars e The Fools Who Dream entrambe candidate all’Oscar per migliore canzone). Tutto torna a Chazelle e Hurwitz.

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Possibilità

Il saggio L’Esausto di Deleuze, scritto nel 1992 e considerato il suo testamento filosofico, è illuminante in quanto spiega come l’esausto esaurisca la possibilità, in ultimo, di vivere a cusa del suo atteggiamento passivo di fronte alla vita che lo costringe a sottomettersi ad un fatalismo esistenziale che è l’unica caratteristica di una vita altrimenti priva di scopo, preferenza o significato. L’esausto va incontro ad un processo di annichilimento che porta man mano all’esclusione di ogni possibilità, fino ad arrivare alla situazione in cui “non si attua nulla, benchè si compia”. Il possibile viene enunciato per essere disposto ad una realizzazione che comportta, a livello dell’atto, ad una costante esclusione di possibilità. “Solo l’esausto può esaurire il possibile, perché ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza o scopo” significa che per l’esausto la vita non ha più senso, dal momento che la possibilità si è esaurita. Il fatto che non ci siano più possibilità significa che non c’è più scelta, che manca il libero arbitrio e quindi l’uomo viene privato della sua coscienza interiore che, più profondamente, corrisponde alla sua libertà. L’esausto non è libero. L’esausto arriva, con il suo annichilimento, ad essere prigioniero di sè stesso. A livello di rapporti interpersonali, ma anche mentali, questa perdita di libertà si esplicita con l’incapacità di comunicare, la perdita del linguaggio. In particolare, posto che “la lingua enuncia il possibile” e “se la lingua enuncia il possibile è per disporlo ad una realizzazione”, allora nel momento in cui l’individuo non riesce più una formulare una possibilità è esausto, ma è valido anche il contrario. Questo non è però l’unico segno della perdita di libertà interiore. Infatti non è soltanto la lingua, la parola, a garantire la possibilità, e quindi anche la libertà.

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Il paradosso di Hegel

Alla luce del quadro tracciato da Andrea nell’articolo Ground Zero, credo che prima di rispondere alle domande, assolutamente legittime e ottimo spunto di riflessione, sia però necessario riflettere sulle possibili evoluzioni della politica internazionale e, in particolare, sul ruolo dell’Unione Europea in un futuro a lungo termine. Per delineare un piano di riforme sostenibili tanto dal punto di vista economico quanto da quello politico bisogna anche analizzare quali saranno i rapporti di forza nei prossimi anni.

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Come diventare se stessi – David Foster Wallace

21 maggio 2005

Alla Graduation Speech di Kenyon College parla David Foster Wallace.

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Il tema centrale del discorso è il significato dell’educazione umanistica. Si sa, il grande luogo comune sull’insegnamento di tipo umanistico è che insegni a pensare. Che cosa vuol dire veramente imparare a pensare? Inoltre, abbiamo noi bisogno di qualcuno che ci insegni a pensare? Wallace risponde “la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo (Kenyon College n.d.r.), non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare.”. Risata. Qualsiasi ventenne risponderebbe con una risata a un’affermazione di questo tipo. Perché perdere tempo a discutere della mia libertà di scelta, quando questa per me, ventenne, sembra un’assoluta ovvietà? Eppure la grande ovvietà, a pensarci bene, non è poi così ovvia. Insegnare a pensare vuol dire, infatti, fornire la capacità di “avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze”. Insegnare a pensare vuol dire, soprattutto, capire e, dunque, affrancarsi da quella che Wallace chiama la “configurazione di base”. Vuol dire smetter di essere totalmente concentrati soltanto su noi stessi, non lasciare che tutta la nostra esperienza nel mondo sia interpretata attraverso la configurazione di base. Che cosa è, però, la configurazione di base? È l’egoistica convinzione che qualsiasi situazione cui vado incontro nel corso della mia vita riguardi solo e soltanto me. Giudicare il mondo esclusivamente in conformità a categorie soggettive. La forza dell’educazione umanistica deve essere invece quella di darci il tempo per fermarci e riflettere: cosa devo pensare ma, soprattutto, come farlo? La questione è fondamentale per riuscire a VIVERE la routine quotidiana. Nel corso di una giornata-tipo ci si imbatte in molti momenti morti. I momenti morti sono quelli in cui la vita di tutti i giorni ci porta, ma nei quali, spesso, preferiremo non imbatterci. Pensate ai lunghi tragitti mattutini in metropolitana, alle estenuanti attese in coda per il caffè alla macchinetta, la coda al supermercato, rimanere bloccati nel traffico, non trovare un posto per sedersi a lezione… Si potrebbe andare avanti ore. Chiaramente questi momenti “vuoti” aumentano con l’aumentare dell’età, per il semplice fatto che avere un lavoro, una famiglia e una macchina porta a stabilizzarsi su una routine sempre più ordinata. D’altra parte si potrebbe anche scegliere la via del nichilismo, dell’allontanamento dalla società e i suoi valori, ma non è questo ciò che ora ci interessa.

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Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere

Dostoevskij fa sentire la sua voce nel nome degli esclusi dalla festa universale, quelli che Schiller aveva già condannato, nell’Inno alla gioia, a correre via in lacrime dalla massa di milioni di uomini felici e festeggianti. Leggendo Hegel Dostoevskij poteva senza dubbio provare che neppure lui era avvolto nel firmamento di stelle di Schiller e non gli rimaneva altro da fare che scoppiare a piangere. E allo stesso tempo ribellarsi. Questo libro è la Bibbia della ribellione. Il suo collante non è la dialettica in grado di spiegare tutto, bensì la sofferenza e il pianto; in esso la speranza e la fede nel miracolo crescono in pari misura con la crescita della disperazione.

(László F. Földényi)

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