Milano che fatica: breve storia di uno come tanti

Quando sono arrivato Milano per la prima volta, circa tre anni fa, ho capito dove avrei passato parte del mio futuro. Una scelta condivisa da tanti, la mia, che permette alla grande parata dei migranti di sfoggiare una nuova majorette. Una goccia nel mare mare.

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La verginità emotiva

La parola verginità viene di norma associata alla sessualità, ma non è l’unica sfera concettuale che essa abbraccia. Il giorno in cui ho perso la verginità nella mia mente nascevano e morivano pensieri tutt’altro che connessi all’erotismo, o meglio, forse collegati solo indirettamente ad esso. La mia verginità indica anche uno stato di interezza, o meglio di purezza che è andato in frantumi a causa delle circostanze, determinando la perdita dell’incredibile forza proveniente dalla fiducia nel costante rinnovamento del domani. E’ una prerogativa dei giovani riuscire a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, ma quando poi gli eventi ti costringono a piegarti, tu, fanciullo inesperto che crede di poter sempre stabilire l’ordine degli avvenimenti, sei costretto ad inginocchiarti difronte alle casualità ed ai cambiamenti. Ovviamente, il nostro status di innocenza non ci abbandona spontaneamente, ma ci lascia quando si manifesta una situazione tragico-drammatica che crea i presupposti per una profonda sofferenza. La mia qual è? La fine del primo amore. Certo, a conti fatti riesco a comprende quanto fosse superabile un’esperienza del genere, ma in quel momento sembrava che il mondo potesse crollarmi sulle spalle. Quel giorno non solo ho perso la verginità, ma sono anche venuto al mondo una seconda volta acquisendo una consapevolezza nuova. Per quanto io lo voglia, il controllo degli eventi non è in mio potere. Diciamoci la verità, chiunque da giovane ha creduto di essere il centro di un piccolo universo, ma dopo aver provato un grande dolore che lo ha brutalmente spaccato internamente, si è reso conto di essere una minuscola gocciolina in un mare di gente. Il giorno in cui ho perso la verginità è stato lo stesso giorno in cui mi sono reso conto della mia grande ingenuità e sono cresciuto. Mi sembrava che le prime rughe fossero spuntate sul volto e che una ciocca di capelli fosse improvvisamente sbiancata, desideravo sparire dalla nuova realtà che mi si parava innanzi, senza riuscire a trovare la via d’uscita. Quanto può essere difficile accettare un cambiamento quando non si è cambiati, lo sa solo chi ha provato un’esperienza del genere e, sommariamente, tutti dovrebbero avere nel proprio bagaglio culturale, un frammento di vissuto contenete questa situazione. La perdita della verginità determina il passaggio dall’ovattato ambiente delle sicurezze sulle quali adagiamo le nostre menti, al mondo delle insicurezze alimentate dalle maggiori relazioni con gli altri, dalla coscienza dell’incomprensione e da una maggiore sensibilità conquistata. Per fare un paragone con il sesso, possiamo appellarci alla concezione religiosa della verginità. La castità pre-coniugale veniva considerata come uno degli atti di maggiore spicco in una donna, poiché essa dimostrava di non essersi macchiata con il sudicio vizio della lussuria, oggi possiamo stabilire un parallelismo culturale dicendo che la verginità psichica va tutelata anche solo in parte, per far sì che gli uomini non coltivino un vizio di gran lunga peggiore, quello della vendetta. Sfortunatamente è impossibile conservarla in un primo momento, ma recuperarla in seguito diventa quasi obbligatorio.

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Riflessioni sul sistema hegeliano, marxsista e feuerbachiano

Il filoso G.W.F. Hegel in uno dei suoi scritto, “la Fenomenologia dello Spirito”, mette in rapporto due figure del mondo antico, precisamente della civiltà feudale, per stabilire come la coscienza, che da conoscenza oggettiva, si affermi in auto-coscienza. Questa parte dello scritto viene universalmente riconosciuta come quella del servo-padrone. Consideriamo prima il servo nella sua fattispecie e poi il padrone. Il primo diventa schiavo perché ha perduto l’indipendenza tremando dinanzi alla paura della morte, il secondo invece domina sul primo proprio perché ha coraggiosamente messo a repentaglio la sua vita pur di mantenere salva l’indipendenza.

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Perché non ci basta mai?

La maggior parte dei mortali, Paolino, si lamenta della cattiveria della natura, perché questi spazi di tempo a noi dati, scorrono con tale velocità, con tale rapidità che, ad eccezione di pochissimi individui, la vita pianta in asso tutti gli altri proprio mentre si accingono a vivere.
(Seneca)

Così Seneca inizia il suo De brevitate vitae, trattato che, differentemente da come si pensa, non parla della brevità della vita, ma dell’insoddisfazione dell’uomo che non riesce ad accontentarsi del tempo a lui concesso e, credendosi eterno in un delirio di onnipotenza, spreca quello che ha a disposizione lamentandosi poi di non aver vissuto abbastanza. Una caratteristica molto marcata del genere umano è l’insaziabile cupidigia che spinge le persone a non essere mai appagate da quello che hanno, che sia una proprietà materiale, una proprietà fisica, una proprietà intellettuale o una proprietà concessagli dal mondo.
Nel caso specifico di Seneca parliamo del tempo concesso agli uomini, ma se volessimo generalizzare, perché nulla ci soddisfa a pieno?

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