Accontentiamoci, vedrete saremo felici! (E loro, grati)

Esiste un orologio -l’apoteosi del kitsch, pessimo gusto con lancette- che vale più di 20 milioni di euro. “Chopard 201”, ha pure un nome antipatico. Scusatemi ho detto “vale”, colpa dell’abitudine.

Costa più di venti milioni di euro.

Eppure non vale nulla.

Non vale nulla come gran parte delle cose che si possono comprare.

Nulla, come ciò che passiamo ad inseguire per tutta la vita.

Dove sta allora  il valore se non nell’oro, nei diamanti, nell’esclusività e la scarsità di un meccanismo creato in un numero limitatissimo di copie proprio per noi?

Torniamo indietro, aggiungiamo una breve premessa: è importante che vi racconti come sono arrivato a porvi questa domanda.

Sono sempre stato fautore di una radicale messa in discussione di quel sistema che crea bisogni tramite un’offerta di beni esorbitante e la commercializzazione al solo fine di soddisfarli. Però non ne voglio fare una colpa agli individui. Non voglio insegnare nulla a nessuno, né colpevolizzare chi sceglie di dedicare le proprie attenzioni, il proprio tempo e il proprio denaro a possedimenti materiali. Credo che si sia arrivati a questo punto perché era naturale che le cose si sviluppassero così, vista la natura tendenzialmente individualista dell’uomo e la sua sete implacabile di “possedere” ed affermarsi tramite l’ostentazione. Sono convinto che sia il sistema, “la Struttura” a dover essere osteggiata e combattuta con la sottile lama dell’utopia, non le singole persone che ne seguono -spesso acriticamente- l’impetuosa ed inarrestabile corrente.

Accade infatti che la Struttura di cui parlavamo si riveli essere il motore immobile che, senza volerlo, genera, con la velocità e la potenza distruttiva delle esplosioni, continue ingiustizie, odio, guerre e disuguaglianze insopportabili.  Vivono, spesso a pochi chilometri di distanza, alcuni che comprano orologi da 20 milioni di euro e altri che si devono preoccupare di trovare abbastanza cartone per isolare il proprio giaciglio sotto le stelle dal vapore che sbuffa dalle metropolitane. Quel vapore che corrode le ossa e fa svegliare tutti bagnati e puzzolenti, ma per dio l’alternativa è morire di freddo! E scagionando gli individui, non resta nemmeno qualcuno da incolpare: prendersela “col sistema” è come sparare contro il vento, gli anni passano e la situazione non fa che peggiorare. Quasi tutti coloro che mi circondano paiono dividersi, sventolando come bandiere gonfiate dalle promesse dei politici, tra coloro che se la prendono l’uno con gli altri “è colpa degli immigrati”, “siete tutti ladri”, “è l’unione europea che ci ruba i soldi” e coloro che semplicemente si disinteressano, guardano altrove, curando al meglio il giardino del loro ego, senza mai preoccuparsi di ciò che sta al di là della staccionata. Senza un nemico e senza un esercito dunque pare proprio non esistere alcuna misura correttiva efficace. Guardare ai dolori del mondo tramite queste lenti porta a conclusioni dolorose, veramente siamo inermi! Non ci resta che andare avanti a lottare invano o arrenderci anche noi. Eppure la pace, l’amore, il rispetto (persino l’uguaglianza!) seppur dormienti mi sembrano trovare posto in ognuno di voi: di questo trovo continue conferme in fondo agli occhi e alle parole di chi sceglie anche occasionalmente di affrontare l’argomento. E dunque: lottare invano, non possiamo solo sventolare una bandiera bianca davanti all’irreversibilità del male.

Per una volta però tralasciamo le armi taglienti della politica vorrei, senza pretese, spingervi a riflettere su quella sovrastruttura, presente o latente in ognuno di noi da cui tutto il sistema deriva.

Vivremmo infatti in un posto migliore se tutti sapessimo cosa davvero ci rende felici. Se tutti avessimo ben presente da cosa tutti traiamo le vere soddisfazioni. È un esercizio utile oltre che divertente a questo proposito chiederci “a cosa mi dedicherei se mi rimanessero gli ultimi 2 giorni su questa terra?”. Non ho alcun dubbio che nessuno andrebbe di corsa da un gioielliere a chiedergli di procurargli un orologio d’oro in cui potersi specchiare mentre le lancette rintoccano l’avvicinarsi dell’ora fatale. Non credo proprio che qualcuno si precipiterebbe al centro commerciale, passando le sue ultime ore a provare vestiti che nessuno vedrà se non gli abitanti viscidi del terriccio di un cimitero. Nessuno, mi auguro, andrebbe dal proprio capo a supplicarlo di dargli una promozione così da potersi poi crogiolare del proprio status di financial manager, perché tutti sappiamo che non esistono gerarchie nell’eternità. Che cosa faremmo dunque, tutti noi nelle ultime ore? Beh è difficile dare una risposta univoca. L’amante innamorato chiederà di poter fare l’amore finché il corpo glielo consente, la giovane energica vorrà ballare tutta la notte perdendosi nel ritmo e nei fumi dell’alcol, il padre premuroso vorrà poter ammirare finché la vista non si offusca il sorriso che solca le labbra del figlio, il professore rapito vorrebbe godere per un’ultima volta dei brividi che gli procurano i versi di Leopardi, il filantropo vorrà assicurarsi di poter migliorare ancora un’ultima vita….

Ma questo stesso discorso non varrebbe più se i giorni che ci mancano da due diventassero 10? E se da 10 diventassero 100, 1000, una vita? Perché allora sprechiamo le nostre giornate e le nostre energie inseguendo falsi miti? Perché siamo così ossessionati dal dover studiare e lavorare tutta la vita giorno e notte per poterci comprare la quantità maggiore possibile di cose che non ci servono? Perché navighiamo nel mare tempestoso della meritocrazia, facendoci trascinare dalla logica dell’eccellenza, intristendoci quando non arriviamo e gioendo quando, dopo ore passate a spezzarci la schiena, otteniamo la facoltà di essere qualcuno che in realtà potremmo anche non essere, e saremmo felici uguali?

Non ci da forse di più far l’amore, ballare, leggere un libro, aiutare gli altri in difficoltà rispetto a mettersi continuamente i piedi in testa, competere, eccellere, produrre, odiarsi per poi potere magari un domani acquistare un Chopard e mostrarlo agli altri?

Non è un invito alla nullafacenza, ma al ripensare drasticamente i nostri obiettivi. Non nulla -ma solo poco- di quel che si compra è più che un breve sogno che si rivela totalmente privo di valore qualche secondo dopo che lo possediamo. E allora siamo sicuri che “essere ricchi” debba essere il nostro obiettivo? Siamo sicuri che davvero ci interessi fare le migliori università con il massimo dello sforzo per poi accedere a una “carriera di successo”? Certo la risposta è personale ma io non ho dubbi che se tutti mettessero in discussione quelli che ci vengono costantemente venduti come parametri supremi ed indiscutibili per valutare il grado di soddisfazione della nostra vita molti cercherebbero altrove. Insomma dove diavolo corriamo per tutta la vita? Fermiamoci. Pensiamoci. Abbracciamoci. Impariamo ad accontentarci! Chiediamoci davvero di cosa abbiamo bisogno e tralasciamo il resto: certo che avremo meno denaro! Eppure saremo ricchissimi di tempo e di energie da dedicare a quelle cose che veramente hanno un valore e domani, guardando indietro, potremo davvero dire di aver vissuto a pieno. Non avremo avuto l’orologio d’oro ma avremo deciso noi per cosa vivere e non i giudizi altrui né dei cartelloni pubblicitari. E se lo facessimo tutti avremmo avuto anche il trionfo dell’empatia e della pace, il trionfo della solidarietà.

Il prezzo da pagare è essere felici. La rivoluzione una vita alla volta, si parte da noi. E se fosse così che cambia il mondo?

“Una finestra illuminata in una notte buia” – Sospendere il tempo nella fugacità di un bacio

Inestirpabile pessimismo o semplice ineffabilità della natura umana? Dire dell’Amore è ambizioso tanto quanto poteva esserlo presupporre di riuscire a risolvere l’enigma della Sfinge; ma che l’indecifrabile trisillabo non venga un giorno finalmente esplicitato da qualcuno (non da me e non adesso, a buon intendersi) in una forma che sia chiara, intellegibile e trasparentemente univoca al tempo stesso, non è da escludersi, tanto quanto l’impossibilità dell’enigma della Sfinge, alla fine rivelatosi non al di là della portata di un intelletto umano (quello di Edipo per i meno classicisti).

La vita: il nulla senza l’Amore. Pessimistico. La vita: ineffabile tanto quanto l’Amore. Arrendevole. Ricominciamo.
Proviamo a dire della vita tanto per iniziare, e una definizione dell’Amore ne seguirà quasi per inerzia.
E se la vita non fosse null’altro che il susseguirsi perpetuo di giorni che scorrono accavallandosi l’un sull’altro, convergendo poi, a distanzi di anni, nella nostra memoria, in una sfumatura grigia e omogenea? Il tutto nell’ottimistica prospettiva di vivere abbastanza a lungo da essere in grado di guardarsi indietro e attingerne frammenti di ciò che è stato. Quando invece la vita sarà giunta al termine e “non saremo” più, quando ci saremo spenti una volta per tutte, cosa ne sarà stato della nostra esistenza, del nostro esserci, se non un arricciarsi di ore che si distesero in giorni, prolungarono in anni, e spensero in un attimo?

Respingiamo questa pessimistica visione perché non vogliamo che così sia, non possiamo accettare che la (nostra) vita vada configurandosi come il mero succedersi di ore, la cui corsa non potrà che arrestarsi con la morte nostra o altrui.

Ma possiamo sempre provare ad annichilire le supposte domande avanzando un’ipotesi: la vita che coincide con l’Amore, il vivere che si traduce in amare, e solo in tale azione si codifica come tale, “prende vita”.
Se avvalorassimo questa ipotesi, ecco che allora la nostra esistenza non verrebbe più a identificarsi con un susseguirsi indistinto di momenti affusolati e nullificati in un passato omogeneo, ma piuttosto con un archivio di ricordi da conservare preziosamente, ognuno dei quali denso di luce, sprigionata ogni qualvolta venga ripescato nella nostra memoria, la quale li ha catalogati tutti, uno per uno, minuziosamente, come un efficiente bibliotecario. Non un incespicare in giorni indistinti, ma un respirare emozioni pure, che hanno riempito e addensato il nostro breve transito su questa terra.

Supporre che la vita si configuri come tale solo nell’amore, con l’amore e per amare, è un appello che non intende ridursi ad un’apologia qualunquista dell’altruismo e dell’uguaglianza fraterna. Tutt’altro. Mi riferisco qui esplicitamente all’amore di un uomo per una donna, di un uomo per un uomo, di una donna per una donna e di una donna per un uomo (non essendo ancora nelle condizioni per avere voce in capitolo riguardo l’investimento affettivo di un padre o di una madre per suo figlio). Limitiamoci allora all’amore di due innamorati.

Ineffabile, forse appunto strutturalmente iscritto in quanto tale nella natura dell’uomo, è il sentimento dell’amore. Indicibile per il semplice fatto che dirne significherebbe ingabbiarlo in parole di questo mondo, in sillabe universalmente note, cosa impossibile per chi provi o abbia provato almeno una volta l’amore. Non c’è niente da fare, descrivere l’evolversi del muscolo cardiaco in un Cuore imbottito dell’affetto più potente che ci sia è, a mio avviso, la sfida più difficile per l’uomo, ed è forse proprio questo il motivo per cui se ne è provato a dire tanto e non ci si arrende ancora in merito. L’amore è un sentimento totalmente non codificabile: è il punto in cui si annulla l’io e si incontra l’Altro, il momento di sintesi per eccellenza tra due anime, che si sfiorano in una danza inebriante e slegata da ogni tempo e luogo. Quando provi l’amore, quando sei con la persona che ami, tutto il resto assume l’indeterminatezza di un fondale teatrale, niente ti tange e nulla di ciò che c’è fuori sembra avere la forza di scalfire l’abbraccio di quelle due anime.
Quando un’altra anima tange la mia, ne scaturisce una scintilla che si libera nell’universo, una forza potente e indistruttibile (o almeno tale agli occhi dei due innamorati). È in questo affiancamento che va individuato il momento di massima intimità tra due esseri umani (non nel sesso), nella fiduciosa e consapevole consegna del proprio cuore nelle mani dell’altro. È un po’ come aprire la porta di casa nostra a uno sconosciuto, con la differenza che l’uscio del nostro cuore non viene varcato tanto spesso e da tante (anche poco intime) persone come invece avviene nell’accogliere gente in casa. Lo “sconosciuto” (perché non può ancora dirsi diversamente di qualcuno che ha appena messo piede nei meandri della mia persona) ha adesso accesso a tutto ciò che possediamo (a livello cognitivo- emozionale qualora la porta che si decide di aprire sia quella del cuore): può fermarsi in anticamera e dopo poco retrocedere richiudendosi la porta alle spalle, forse per paura, forse per codardia; può decidere di entrare e fare un gran casino, sconvolgerci tutti e poi scappare via, lasciandoci soli e in soqquadro; può decidere di muoversi a passi felpati lasciando tutto ciò che vede immacolato, senza soffiare via nemmeno un granello di polvere laddove dovesse scorgerne. Senza fare domande o pretendere risposte. O ancora, può decidere di esplorarlo con cautela questo nostro cuore del quale gli sono state consegnate le chiavi, senza presunzione o timore, ma con semplice curiosità e voglia di scoprirne. E piano piano prende vita un dialogo con l’abitante di quel luogo, uno scambio di batture sincere e confidenziali; ed ecco che siamo seduti sul suo divano, in soggiorno, senza scarpe e con i piedi sul cuscino. Ed ecco che lo amiamo quel posticino, abbiamo finalmente trovato il nostro “angolo di Paradiso”.

E chiunque l’abbia mai provato l’amore (non chi sostenga di averlo sperimentato senza che nulla di tutto ciò lo abbia mai condizionato) non potrà che convenirne che è la forza più potente che ci sia, la più bella sensazione dell’universo, quando non si vorrebbe fare niente altro che starsene lì immobili, in un abbraccio non di corpi ma di anime, di essenza, di ciò che davvero siamo e non solo quello che appariamo agli altri.
D’altronde chi ci conosce davvero, o meglio, chi pensiamo ci conosca davvero se non la persona nelle mani della quale abbiamo deciso di consegnarci? (Che sia una consegna reciproca però, e non unilaterale, che altrimenti niente di sincero potrà mai nascerne). Chiunque di noi, seppur molti tentino di dissimularlo in tutti i modi possibili, non è del tutto sé stesso in compagnia di amici, familiari e colleghi. Per quanto “migliori” amici si possa essere con qualcuno, ci “è concesso” di disvelare la nostra anima ad una persona sola alla volta. E questa persona è lo strumento che ci libera da qualsiasi inibizione, l’unica nei confronti della quale siamo in grado di estrinsecare completamente ciò che siamo realmente. Ciò non significa che ognuno di noi nasconda segreti indivulgabili o sottenda inquietanti Mr. Hyde(s), ma semplicemente che la naturalezza del nostro io spoglio di qualsiasi apparire, è conoscibile solo da parte della persona alla quale decidiamo di consegnarlo.

Passiamo adesso al contraltare della vita e dell’amore, la morte: dei sensi e non solo, dell’intelletto e oltre, la morte del tutto, il non essere, non esistere, più. Non è dolore nel momento in cui non siamo in grado di provare alcuna sensazione: ci limitiamo a “non essere” e mai più saremo. Quantomeno, dal punto di vista laico, che molte religioni credono nella reincarnazione o in una ‘vita’ migliore oltre la morte.
Ma dal punto di vista biologico, moriamo. Cessiamo di essere noi stessi così come siamo andati avanti a conoscerci per anni.
Pausa.
Lo vedi? Lo senti? Il silenzio dell’Oltre, il salto nel buio, l’impossibilità di immaginare cosa ci sia al di là e, di qualunque fede uno si professi, ciò non può escludere il timore di ciò che ci aspetta. Perché: fa paura. È nella natura degli uomini, e non saremmo tali se così non fosse.

Solo chiudendo gli occhi e domandandoci “E poi?”, acquisiamo la consapevolezza dell’insensatezza della stragrande maggioranza di ciò per cui “viviamo”. Affannati tutta la vita come formichine, granelli di polvere in un mondo che molto spesso non percepiamo neppure come nostro, ci adoperiamo per produrre, ottimizzare al meglio il nostro tempo, fatturando interessi, spese, raggiungendo obiettivi, all’inseguimento costante di sogni, persone, luoghi, secondi che vorremmo recuperabili e che invece schizzano via all’impazzata come schegge dall’incudine. Profitto. Sostenibilità economica. Tutto ciò, in fondo, sottende sempre la prima persona singolare (seppur spesso si preferisca far passare come fino ultimo i figli, la famiglia o gli altri); tutto ciò per noi stessi medesimi e il raggiungimento di un “benessere” che, qualora ci venisse domandato in cosa consista, faremmo fatica a identificare a chiare lettere. Il Benessere. Lo star bene: formula generalizzante.
Che poi, il problema sta nel fatto che questa idillica situazione alla quale sembriamo tutti anelare, in una corsa folle all’insegna della competizione più feroce, è appunto sempre un divenire, mai in essere. È sempre qualcosa in direzione della quale protendiamo, ma che non ho sentito mai nessuno confermare esausto di averla raggiunta.
E poi moriamo. Corriamo, corriamo e scavalchiamo gli altri, lavoriamo senza sosta per comprarci un respiro impacchettato in momenti di “vacanza” che non valgono nemmeno la metà degli sforzi che abbiamo fatto per guadagnarcelo. E poi arriva la fine. E le nostre fatiche soffocano per sempre. Per cosa abbiamo vissuto? Cosa abbiamo vissuto, se non una gara con il tempo, contro il tempo, per sottrarne briciole da poter dedicare a noi stessi, a riprendere il fiato per poi ricominciare a correre ad esaurimento scorte?

E se la collisione della nostra con un’altra anima fosse l’unico modo che abbiamo, se non di salvarci, quantomeno di godere di questa vita che ci resta da vivere e della quale francamente, troppo spesso non sappiamo che farcene?
L’amore apre all’Altro, nullifica l’egoismo egocentrico della corsa sul posto e predispone all’incontro, un incontro sincero, decentrato, un abbraccio disinteressato; così dovrebbe essere, quando l’amore non cela in realtà egoismo, la volontà di goderne per stare bene noi soli. Non è sbagliato, dobbiamo starne bene noi alla prima persona singolare, ma non solo. Amare significa volere il bene dell’altro che ci sta di fronte, vivere per vederne sul volto un sorriso abbozzato, compiacersi di esserne stata la causa. Solo allora la vita acquista senso, la vita ‘vive’. Quando quell’altro è ciò di cui viviamo, ciò che ci alimenta e ci strappa all’onnivoracità del mondo che ci avvolge. E diventiamo persone migliori. Altruiste per davvero, non maschere che fingono altruismo per compiacersi di sé, beneficiarne loro. Ma per rendere felice l’altro.

E quandanche volessimo considerare il tutto da una prospettiva cattolica, seppur coloro che professano questa religione troveranno in parte inconciliabili queste parole con la loro fede in quell’eterno che malgrado tutto sussiste e che ci chiama indistintamente a scontare i nostri peccati o goderne i frutti, amare non è forse il lascito più prezioso e al tempo stesso vulnerabile del quale Dio ha voluto renderci consapevoli rendendo carne suo Figlio? Amare e non instancabilmente preporre a tutto e tutti noi stessi e il nostro mero rincorrere beni terreni, secondo tale spiritualità superflui e spesso deplorevoli conduttori di vizi, non è forse ciò che Gesù per primo vuole insegnarci per mezzo del suo esempio?
Se tuttavia, secondo la religione cristiana, l’identificazione dei beni materiali con il superfluo vuole predisporci (come dovrebbe essere secondo tale dottrina) alla piena fiducia in un aldilà breve a conoscerci e del quale godremo senza il rimpianto del possesso, la disillusione atea in uno stato di piena felicità raggiungibile tramite l’affaccendarsi quotidiano e la rincorsa del tempo, deriva non tanto dalla speranza in un altro mondo possibile (Paradiso o Inferno che sia), quanto piuttosto nella nullificazione dell’io al di là delle spoglie mortali: una volta morti, non saremo che ceneri spente di vita, e avendo vissuto di materia, possesso, e non sentimento, amore, avremo soddisfatto al meglio la nostra breve persistenza in questa contingenza, su questo pianeta, in questa vita?

Non sto dicendo si debba vivere per l’amore, esclusivamente in sua funzione, ma è innegabile (per chi l’abbia mai provato), che esso è ciò che ci tiene veramente in vita, che ci nutre di colori, che rende vita la vita con il suo bagliore accecante (non è raro d’altronde che l’amore accechi e si perda allora di vista la realtà, travisandola, e poi, rimanendone feriti).

Rifiuto il nichilismo disilluso e alienante di chi sostiene che si viva per pienare sé stessi, per le cose materiali. Non che non sia possibile vivere senza l’amore, è possibilissimo (e la straordinarietà di questo sentimento forse si nutre anche dell’esclusività dei volti che sono ammessi a goderne), le persone sopravvivono quotidianamente. Ma non è lo stesso. E chi l’ha provato lo sa. Non è uguale a vivere senza. Tutto cambia. Non viviamo per la materia, ma per lo spirito; non per i beni materiali: noi viviamo per la vita! E l’Amore è una delle poche cose che, non dico le dia senso, ma la astrae dalla corporeità di un mondo altrimenti scandito solo dalle lancette di un orologio il cui ticchettio imperterrito insiste nel ricordarci che è ora di tornare al lavoro.

Qualora dunque non amaste, nel momento in cui il vostro ‘altro’ si riducesse a essere un ingranaggio nella ruota che faticosamente tira avanti il mondo, ecco che è arrivato il momento di guardare oltre, avanti. Cercate altrove, che non abbiamo tanto tempo a disposizione da sprecare nel galleggiare come corpi senza vita.

È troppo poco ciò che abbiamo da vivere per non amare attivamente, in prima persona ma per l’altro, che desideriamo dal canto suo capace di metterci costantemente alla prova, insegnarci, amarci a sua volta; che vogliamo non smetta di ballare sul mondo insieme a noi, tenendoci per mano.

Nighthawks

In the loneliness of a gloomy night,

men and women sit by themselves.

They are close, but they don’t talk

darkened in their souls

wicked in their mind.

 

Not even the spiritous inebriation

relieves those hearts full of pain

from their fear of the mishmash of the world.

 

The nighthawks wander fearful

walking up and down

they pass by the life,

they would like to hold on to it,

they howl busting into tears of despair.

 

But the harshness of the human nature

can’t stand their whimsy,

and flush them in the non-existence.

Little Red Door

An old man,

whispering in the dark,

wanders down the street

by himself.

 

If you graze him,

by accident or curiosity,

will receive nothing

but a charming smile.

 

Suddenly, an indefinite thought

gets stuck in your mind:

“the man! I must see that man,

at least once more.”

 

Departing for a hazardous ramble,

 embrace the curiosity

of your heart,

with no fear for the future.

 

And when you find him,

after a circular pilgrimage,

in his corner of shadow,

he will ask you one last question:

 

“Are you prepared to cross

the little red door?”

Only faith can explain

what is on the other side.

Why Joyce had to leave in order to live

Rosa Luxemburg, a Polish-Jewish political activist, once said that ‘Those who do not move, do not notice their chains’. Like most brilliant, revolutionary personalities who have greatly inspired and deeply changed our world, some through literature, some through art, some through politics or science, modernist writer James Joyce understood that leaving is the answer key to fight moral and physical paralysis and to analyze life’s complexity from a different point of view. His self-imposed exile was the event that really made the difference in his work, not only because he became a cosmopolite, able to put together in his writing all different cultures encountered throughout his life, but also because he needed a basis for comparison to criticize his own nation, a vantage point from which to look back on his fellow citizens.

From Ugo Foscolo to Ernest Hemingway, from Pablo Neruda to Sigmund Freud, the idea of self-imposed exile has always been widespread among the most creative minds, for a number of reasons: love failures, diverging political opinions or simply the natural human need to find oneself. For Joyce, exile was a necessary condition to write the way he wanted to and to gain the absolute freedom all artists need, even going against his own home, fatherland and church, as his alter-ego states in A Portrait of the Artist as a Young Man. Born in Dublin in 1882, he experienced the drastic conditions that affected Ireland at that time, the country being politically oppressed by the British Empire that wouldn’t recognize its independence, and morally oppressed by the Catholic Church that had imposed conservative policies, such as the banning of abortion and the censoring of many books and films. He believed that the Church with its strict principles was depriving people of their individuality and discouraging them from seeking progress, therefore it was to blame for Ireland’s inability to gain freedom. Emigration was also an integral part of Ireland’s culture, as in the Nineteenth century millions of Irish left their homeland, after life in the country had become unbearable.

Before he left in 1904 with his future wife Nora Barnacle, Joyce wrote most of the stories for Dubliners in Dublin, depicted as a paralyzed city from the very first page: “Every night as I gazed up at the window I said softly to myself the word paralysis. It had always sounded strangely in my ears, like the word gnomon in the Euclid and the word simony in the Catechism. But now it sounded to me like the name of some maleficent and sinful being” (Dubliners, The Sisters). The red thread of the novel is the arrested development of the characters, which is evident especially in Eveline, for the protagonist can’t seem to decide whether to follow her new love Frank in Argentina or whether to stay and take care of her family as she had promised to her dead mother: Eveline is very unhappy and although she’s not in love with Frank, he represents an excuse to run away from ordinary life. Ultimately, she can’t find the courage to leave because she feels she would disappoint her family and people’s expectations, thus betraying her ‘savior’ and her own desires: “It was hard work – a hard life – but now that she was about to leave it she did not find it a wholly undesirable life” (Dubliners, Eveline).

Continue reading “Why Joyce had to leave in order to live”

Possibilità

Il saggio L’Esausto di Deleuze, scritto nel 1992 e considerato il suo testamento filosofico, è illuminante in quanto spiega come l’esausto esaurisca la possibilità, in ultimo, di vivere a cusa del suo atteggiamento passivo di fronte alla vita che lo costringe a sottomettersi ad un fatalismo esistenziale che è l’unica caratteristica di una vita altrimenti priva di scopo, preferenza o significato. L’esausto va incontro ad un processo di annichilimento che porta man mano all’esclusione di ogni possibilità, fino ad arrivare alla situazione in cui “non si attua nulla, benchè si compia”. Il possibile viene enunciato per essere disposto ad una realizzazione che comportta, a livello dell’atto, ad una costante esclusione di possibilità. “Solo l’esausto può esaurire il possibile, perché ha rinunciato a qualsiasi bisogno, preferenza o scopo” significa che per l’esausto la vita non ha più senso, dal momento che la possibilità si è esaurita. Il fatto che non ci siano più possibilità significa che non c’è più scelta, che manca il libero arbitrio e quindi l’uomo viene privato della sua coscienza interiore che, più profondamente, corrisponde alla sua libertà. L’esausto non è libero. L’esausto arriva, con il suo annichilimento, ad essere prigioniero di sè stesso. A livello di rapporti interpersonali, ma anche mentali, questa perdita di libertà si esplicita con l’incapacità di comunicare, la perdita del linguaggio. In particolare, posto che “la lingua enuncia il possibile” e “se la lingua enuncia il possibile è per disporlo ad una realizzazione”, allora nel momento in cui l’individuo non riesce più una formulare una possibilità è esausto, ma è valido anche il contrario. Questo non è però l’unico segno della perdita di libertà interiore. Infatti non è soltanto la lingua, la parola, a garantire la possibilità, e quindi anche la libertà.

Continue reading “Possibilità”

Eduard e Dio [Cap. I]

praga

 

Quel 25 di gennaio era per Eduard un giorno speciale. Aveva finalmente finito gli esami ed era riuscito nell’insperata missione di rimediare una cena al lume di candela con una donna incredibilmente affascinante. Mentre camminava lungo la Moldava però non voleva o non riusciva a focalizzarsi su questo ma come sempre si tormentava con domande a cui non sapeva dare una risposta. Guardando il cielo si soffermava sull’idea di infinito “in potenza” inteso come costante espansione e non già “in atto” e si chiedeva se ciò dovesse comportare dunque l’esistenza di un confine dell’universo. Era convinto che un limite chissà dove ci fosse, forse irraggiungibile perché in continuo spostamento, come l’aveva pensato Aristotele. Però un confine prima o poi doveva esserci. In fondo, si diceva, come era possibile che non ci fosse affatto? Infinito non può essere un significato, è solo uno stratagemma degli scienziati per evitare di ammettere una lacuna nelle loro conoscenze e spaventare chi osa contraddirli con un concetto inafferrabile. Ma sì certo doveva proprio essere così.

Continue reading “Eduard e Dio [Cap. I]”

E se di colpo sparissero tutti gli orologi? – Il valore di un minuto nel XXI secolo

Sterile meditazione domandarsi cosa sia il tempo, come usufruirne al meglio, fermarsi a riflettere sul valore di un’ora, ancor più quando Carpe diem si rivela essere la parola d’ordine del XXI secolo; cogli l’attimo, vivi alla giornata, non fermarti a riflettere sul valore di un minuto che scorre inesorabilmente lento o irrimediabilmente veloce a seconda che tu stia aspettando la metro con il cellulare scarico, lo sguardo fisso nel vuoto, oppure scorrendo la pagina di un social.

La cattiva notizia è che il tempo vola. La buona notizia è che sei il pilota (Michael Althsuler)

Continue reading “E se di colpo sparissero tutti gli orologi? – Il valore di un minuto nel XXI secolo”

Come diventare se stessi – David Foster Wallace

21 maggio 2005

Alla Graduation Speech di Kenyon College parla David Foster Wallace.

this-is-water

Il tema centrale del discorso è il significato dell’educazione umanistica. Si sa, il grande luogo comune sull’insegnamento di tipo umanistico è che insegni a pensare. Che cosa vuol dire veramente imparare a pensare? Inoltre, abbiamo noi bisogno di qualcuno che ci insegni a pensare? Wallace risponde “la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo (Kenyon College n.d.r.), non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare.”. Risata. Qualsiasi ventenne risponderebbe con una risata a un’affermazione di questo tipo. Perché perdere tempo a discutere della mia libertà di scelta, quando questa per me, ventenne, sembra un’assoluta ovvietà? Eppure la grande ovvietà, a pensarci bene, non è poi così ovvia. Insegnare a pensare vuol dire, infatti, fornire la capacità di “avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze”. Insegnare a pensare vuol dire, soprattutto, capire e, dunque, affrancarsi da quella che Wallace chiama la “configurazione di base”. Vuol dire smetter di essere totalmente concentrati soltanto su noi stessi, non lasciare che tutta la nostra esperienza nel mondo sia interpretata attraverso la configurazione di base. Che cosa è, però, la configurazione di base? È l’egoistica convinzione che qualsiasi situazione cui vado incontro nel corso della mia vita riguardi solo e soltanto me. Giudicare il mondo esclusivamente in conformità a categorie soggettive. La forza dell’educazione umanistica deve essere invece quella di darci il tempo per fermarci e riflettere: cosa devo pensare ma, soprattutto, come farlo? La questione è fondamentale per riuscire a VIVERE la routine quotidiana. Nel corso di una giornata-tipo ci si imbatte in molti momenti morti. I momenti morti sono quelli in cui la vita di tutti i giorni ci porta, ma nei quali, spesso, preferiremo non imbatterci. Pensate ai lunghi tragitti mattutini in metropolitana, alle estenuanti attese in coda per il caffè alla macchinetta, la coda al supermercato, rimanere bloccati nel traffico, non trovare un posto per sedersi a lezione… Si potrebbe andare avanti ore. Chiaramente questi momenti “vuoti” aumentano con l’aumentare dell’età, per il semplice fatto che avere un lavoro, una famiglia e una macchina porta a stabilizzarsi su una routine sempre più ordinata. D’altra parte si potrebbe anche scegliere la via del nichilismo, dell’allontanamento dalla società e i suoi valori, ma non è questo ciò che ora ci interessa.

Continue reading “Come diventare se stessi – David Foster Wallace”

di amori bisessuali, Maometto, commercio d’armi e poesia: La vita folle di Arthur Rimbaud

Ho dei miei antenati Galli l’occhio blu slavato, il cervello stretto e la goffaggine nella lotta. Trovo il mio vestire barbaro quanto il loro. Ma non mi spalmo di burro i capelli […] Mi è ben chiaro che sono sempre stato di una razza inferiore.
pag14-B-rimbaud
Il viso da bambino di Rimbaud da giovane, una delle 2 fotografie esistenti del poeta

E’ il 20 Ottobre 1854 quando a Charleville nasce Arthur Rimbaud, che qualche anno dopo parlerà così di se stesso nel suo capolavoro letterario, une saison en enfer. Diversamente da molti altri letterati però non saranno soltanto i suoi versi – criptici ma rivelatori- né il suo stile -laconico ma esauriente- a consegnarlo alla storia. Arthur sconvolgerà per sempre la letteratura francese e mondiale cantando velenosamente azioni e riflessioni della sua folle -ma nel contempo irresistibilmente affascinante- esistenza. Le sue sentenze quasi mistiche, i suoi versi virulenti, i suoi racconti assurdi non possono essere davvero compresi e apprezzati senza conoscere le esperienze da cui sono nati.

Je est un autre

Continue reading “di amori bisessuali, Maometto, commercio d’armi e poesia: La vita folle di Arthur Rimbaud”